BOLLETTINO PER LE FARMACODIPENDENZE E L'ALCOOLISMO

ANNO XXI 1998,  no. 4

Sentenza 17 - 31 gennaio 1991 N. 37
DELLA CORTE COSTITUZIONALE
(in Gazzetta Ufficiale 6 febbraio 1991 n. 6)

 

Giudizio di legittimità costituzionale in via principale.

Sanità pubblica - Province autonome di Trento e Bolzano - Regione Lombardia - Interventi per la prevenzione e lotta contro l’AIDS - Competenze - Atti sostitutivi da parte del potere statale - Preventivo parere degli enti interessati - Mancata previsione - Illegittimità costituzionale.

(Legge 5 giugno 1990, n. 135, art. 2 secondo comma, art. 3, quarto comma, art. 9, primo comma).

Sanità pubblica - Province autonome di Trento e Bolzano - Regione Lombardia - Interventi per la prevenzione e lotta contro l’AIDS - Competenze - Presidente della giunta provinciale - Mancata partecipazione all’approvazione del disegno di legge - Edilizia ospedaliera, organici, assunzioni e formazione professionale - Violazione delle rispettive competenze - Non fondatezza.

[Legge 5 giugno 1990, n. 135; legge 5 giugno 1990, n. 135 artt. 1, primo comma, lettere b), c), d), e) ed f); 1, secondo comma; 1, terzo comma; 1, quarto e quinto comma; 2, terzo, quarto, quinto, sesto e settimo comma; 3, primo, secondo, terzo e quinto comma; 4, primo, secondo, terzo quarto, quinto e sesto comma; 9, secondo comma],

(Statuto T.-A.A., art. 52, ultimo comma; d.P.R. 1° febbraio l973, n. 49, art. 19; statuto T.-A.A., artt. 8, nn. 17 e 29, 9, nn. 10 e 16; Cost., artt. 117 e 118; statuto T.-A.A. artt. 8, n. 1, 89, 99, 100 e 101; legge 23 dicembre 1978, n. 833, art. 80; statuto T.-A.A. art. 8, nn. 3, 5, 6, 17, 22, 78, 79, 83, 84 e 104).

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

Presidente: prof. Giovanni CONSO;

Giudici: prof: Ettore GALLO, dott. Aldo CORASANITI, prof: Giuseppe BORZELLINO, dott. Francesco GRECO, prof. Gabriele PESCATORE, avv. Ugo SPAGNOLI, prof. Francesco Paolo CASAVOLA, prof. Antonio BALDASSARRE, prof: Luigi MENGONI, prof. Enzo CHELI, dott. Renato GRANATA;

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 1, 2, 3, 4 e 9 della legge 5 giugno 1990 n. 135 (Programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS), promossi con ricorsi delle Province autonome di Bolzano e Trento e della Regione Lombardia, notificati il 7 luglio 1990, depositati in cancelleria il 13 e 16 luglio 1990 ed iscritti ai nn. 49, 50 e 51 del registro ricorsi 1990;

Visti gli atti di costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri;

Udito nell’udienza pubblica dell’11 dicembre 1990 il Giudice relatore Ugo Spagnoli;

Uditi gli avv.ti Sergio Panunzio e Roland Riz per la Provincia autonoma di Bolzano, Valerio Onida per la Regione Lombardia e per la Provincia autonoma di Trento, e l’Avvocato dello Stato Stefano Onufrio per il Presidente del Consiglio dei ministri;

Ritenuto in fatto

1. – Con ricorso del 6 luglio 1990, notificato il successivo 7 luglio, la Provincia autonoma di Bolzano ha impugnato l’art. 1, commi secondo, terzo, quarto e quinto; l’art. 2, commi secondo, terzo, quarto, quinto, sesto e settimo; l’art. 3, commi primo, secondo, terzo, quarto e quinto; l’art. 4, commi primo, secondo, terzo, quarto, quinto e sesto e l’art. 9, commi primo e secondo, della legge 5 giugno 1990, n. 135, in riferimento all’art. 8, cifre 1, 3, 5, 6, 17, 22 e 29; all’art. 9, cifra 10; all’art. 16, comma primo; all’art. 52, ultimo comma; agli artt. 79, 83, 84, 89, 99, 100, 101, 102, 104 ed al titolo VI dello Statuto di autonomia d.P.R. 31 agosto 1972, n. 670, nonché alle relative norme di attuazione ed all’art, 80 della legge 23 dicembre 1978, n. 833.

In particolare, per quanto concerne l’art, 1, comma secondo, della legge, la Provincia lamenta:

a) che esso disciplini dettagliatamente il servizio per il trattamento a domicilio dei soggetti affetti da AIDS, fissando anche il numero massimo dei posti da ripartire tra le regioni: ciò in violazione della competenza provinciale ed in contrasto puntuale con la disciplina locale che ha già istituito una "commissione provinciale per la profilassi e la terapia dei malati di AIDS", nonché un apposito centro di raccolta e di cura presso l’ospedale di Bolzano;

b) che esso affidi al Ministro di fissare con proprio decreto le modalità di convenzionamento con istituzioni e personale esterno, allo scopo di attuare il servizio in residenze collettive o case alloggio, così sottraendo alla Provincia — e non soltanto in via eccezionale e sostitutiva— un potere ad essa spettante; ciò in violazione anche della competenza esclusiva di quest’ultima in tema di ordinamento degli uffici e del personale e delle norme statutarie sulla proporzionale etnica e il bilinguismo.

L’art. 1, comma terzo, è impugnato nella parte in cui affida ad un atto di indirizzo e coordinamento — da adottare ai sensi dell’art. 5 della legge n. 833 del 1978 di stabilire criteri uniformi per l’attivazione del servizio, sia nella sede ospedaliera, sia nella forma domiciliare: secondo la Provincia, pur ammettendo in via di principio che un simile atto possa essere indirizzato anche ad essa — e ciò pur in mancanza di una compiuta definizione della relativa funzione, da adottarsi con norme di attuazione del "pacchetto" a favore della popolazione altoatesina — ne contesta, nella specie, la legittimità per tre ragioni: a) perché, in materia sanitaria, interventi statali così limitativi sarebbero esclusi, in via generale, dalla stessa legge n. 833 del 1978 (art. 80); b) perché dovrebbe comunque negarsi che, per questa via, la Provincia medesima possa essere spodestata del potere di determinare quali siano le UU.SS.LL. e quali e quanti i posti di assistenza per i malati di AIDS; c) perché non sarebbe stato osservato il principio di legalità (cfr. spec. sentenze nn. 150 del 1982, 242 e 338 del 1989), poiché la norma impugnata non definirebbe né l’organo competente, né l’oggetto, né gli interessi unitari da perseguire, né i criteri di esercizio della funzione.

Premesso poi che, nel suo complesso, la legge impugnata violerebbe la competenza provinciale in tema di igiene e sanità per contenere una disciplina analitica e puntuale, quale neppure la esigenza di indirizzo e coordinamento potrebbe giustificare, la Provincia lamenta altresì, in particolare, la violazione da parte dell’art. 1, comma quarto, — in tema di interventi di costruzione e ristrutturazione dei posti letto e di adeguamento degli organici — delle competenze esclusive provinciali sull’"urbanistica" e "piani regolatori", "tutela del paesaggio", "lavori pubblici di interesse provinciale", con relativa viabilità e acquedotti, "espropriazioni per pubblica utilità".

L’art. 1, comma quinto; violerebbe anche l’autonomia finanziaria della Provincia, nel disporre che i finanziamenti per la costruzione e ristrutturazione dei reparti di ricovero per malattie infettive (art. 1, comma primo, lettera b)) siano iscritti in apposito capitolo dello stato di previsione dal Ministero della Sanità, anziché assegnarli pro quota alla Provincia (v. spec. artt. 79 St. e 5 legge n. 386 del 1989); e ciò anche in violazione della c.d. "garanzia di bilancio" ex art. 84 St., nonché dello speciale procedimento previsto per modificare le norme statutarie sull’autonomia finanziaria (art. 104 St.).

L’art. 2, comma secondo, poi, sarebbe illegittimo perché nel prevedere un potere sostitutivo del Ministro della Sanità — in caso di mancata determinazione nel termine, da parte della Provincia, della distribuzione e localizzazione degli interventi di ristrutturazione edilizia e di edificazione di nuove strutture per malattie infettive — non rispetterebbe i criteri più volte dettati in materia dalla giurisprudenza di questa Corte.

L’art. 2, comma terzo, è impugnato nella parte in cui: a) affida al C.I.P.E. di approvare il programma degli interventi e di indicare la localizzazione e il dimensionamento delle opere da realizzare; b) riconosce allo stesso C.I.P.E. il potere di individuare i soggetti incaricati dell’espletamento, in concessione di servizi, dei compiti organizzativi afferenti all’esecuzione del programma; c) stabilisce che il decreto ministeriale che rende esecutiva la delibera del C.I.P.E. valga come dichiarazione implicita di pubblica utilità, indifferibilità e urgenza delle opere; d) attribuisce al Ministro della Sanità di stipulare la convenzione con i soggetti concessionari tutto ciò in violazione della competenza provinciale concorrente in materia sanitaria e delle competenze esclusive in tema di ordinamento degli uffici e del personale, tutela del patrimonio storico-artistico e popolare, urbanistica e piani regolatori, tutela del paesaggio, viabilità; acquedotti e lavori pubblici di interesse provinciale, espropriazione per pubblica utilità, addestramento e formazione professionale.

L’art. 2, commi quarto, quinto, sesto e settimo, sarebbe illegittimo in quanto estrometterebbe del tutto la Provincia dal procedimento di realizzazione delle opere.

L’art. 3, commi primo, secondo, terzo, quarto e quinto, violerebbe la competenza esclusiva provinciale in tema di urbanistica, tutela ambientale e del paesaggio e di conservazione del patrimonio storico-artistico e popolare, perché attribuisce alla Conferenza regionale il giudizio di compatibilità dei progetti, prevedendo, in assenza di unanimità l’intervento sostitutivo del Presidente del Consiglio dei ministri: la semplice partecipazione alla Conferenza di un rappresentante della Provincia, per di più un semplice funzionario, non potrebbe costituire infatti valido surrogato delle attribuzioni esclusive della Provincia medesima.

L’art. 4, commi primo, secondo, terzo, quarto, quinto e sesto, è impugnato perché: a) prevede, nelle strutture ospedaliere, l’assunzione di personale in deroga alle disposizioni vigenti e fissa la composizione delle commissioni e le procedure di concorso; b) affida alle UU.SS.LL. il compito di organizzare corsi di addestramento e formazione professionale; c) autorizza le UU.SS.LL. all’assunzione di infermieri professionali, in deroga alle leggi in vigore: tutto ciò in violazione delle norme sulla proporzionale etnica e sul bilinguismo, perché, in particolare, non si sarebbero istituiti, per il personale dipendente dallo Stato, i ruoli distinti per gruppi linguistici e non si sarebbe fatto luogo alla conseguente assegnazione dei posti, né si sarebbe imposto il possesso dell’attestato della conoscenza delle lingue italiana e tedesca, previsto come obbligatorio per il personale sanitario dalla legge provinciale n. 5 del 1975 (e successive modificazioni, e comunque necessario in ogni servizio pubblico; anche secondo la giurisprudenza costituzionale.

L’art. 9, comma primo, violerebbe le norme sui poteri statali di sostituzione, perché prevede che il Ministro della Sanità possa nominare commissari ad acta nel caso in cui la Provincia non predisponga nel termine i programmi per le attività di cui all’art. 1, commi primo (lettere c), d), e), f)) e secondo.

L’art. 9, comma secondo, sarebbe incostituzionale perché nel prevedere l’istituzione di centri di riferimento per i i servizi e le strutture anti-AIDS, inciderebbe su materia riservata alla Provincia e le imporrebbe di creare uffici da essa già autonomamente istituiti.

Infine, l’intera legge n. 135 del 1990 sarebbe viziata sotto il profilo formale perché alla approvazione del relativo disegno di legge non avrebbe partecipato il Presidente della Giunta provinciale di Bolzano; non invitato nell’apposita seduta del Consiglio dei Ministri: ciò in violazione dell’art. 52 St., e delle norme di attuazione (art. 19 d.P.R. n. 49 del 1973), non essendo dubbio che la legge medesima riguardi "la sfera di attribuzioni" della Provincia.

2. — Con ricorso del 7 luglio 1990, notificato nella stessa data, la Regione Lombardia ha impugnato gli artt. 1, 2, 3, 4 e 9 della legge 5 giugno 1990, n. 135, per contrasto con gli artt. 117, 118 e 119 Cost., nonché con la legge 23 dicembre 1978, n. 833 e l’art. 20 della legge 11 marzo 1988, n. 67.

Con ricorso promosso e notificato in pari data, la Provincia autonoma di Trento ha impugnato gli artt. 1, comma primo, secondo; terzo e quinto; 2,3, 4, commi primo e terzo, 9 della stessa legge n. 135.del 1990, in riferimento all’art. 8, nn. 1), 3), 5), 6), l7), 22), 29); all’art. 9, n. 10) e all’art. 16 del d.P.R. 31 agosto 1972, n. 670 (Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige), e relative norme di attuazione, nonché alle norme del titolo VI del medesimo d.P.R. n. 670 del 1972, così come modificato con la legge 30 novembre 1989, n. 386.

I due ricorsi, con deduzioni pressoché identiche, innanzi tutto lamentano, in generale, che il legislatore nazionale abbia assunto a pretesto il problema dell’AIDS per disporre un intervento straordinario e derogatorio, con l’accentramento delle funzioni in capo ad organi ministeriali, a scapito delle autorità regionali e locali costituzionalmente competenti.

In particolare poi, i ricorsi attaccano la previsione. del piano ministeriale di interventi (art. 1 della legge), nella parte concernente la costruzione e ristrutturazione dei reparti di ricovero per malattie infettive (comma primo, lettera b)), l’assunzione di personale (lettere c), e) ,f)), lo svolgimento di corsi di formazione professionale (lettera d)): sarebbe palese l’illegittima compressione delle competenze regionali e provinciali, che non potrebbe trovare sufficiente bilanciamento nella previsione, nella materia, di programmi o proposte regionali o provinciali poiché non vi sarebbe alcuna garanzia neppure procedurale che tali programmi o proposte siano rispettati.

Oggetto di specifica censura è poi il comma quinto dello stesso art. 1; nella parte in cui prevede che i finanziamenti, mediante mutui, degli interventi del comma primo, lettera b) siano iscritti nello stato di previsione del Ministero della Sanità e che gli oneri di ammortamento dei mutui medesimi siano fronteggiati mediante le somme non utilizzate autorizzate per il 1988 dall’art. 20, legge 11 marzo 1988, n. 67 (legge finanziaria 1988): tale ultima disposizione (commi quinto e sesto) prevede il finanziamento, per l’anno di riferimento, di programmi regionali di investimento nel settore dell’edilizia ospedaliera; di conseguenza, la nuova legge in pratica opererebbe una sottrazione, a danno delle comunità locali, del finanziamento per il 1988, per destinarlo ad una spesa nello stesso settore, effettuata e gestita da organi statali: da ciò la violazione dell’autonomia finanziaria e programmatoria delle Regioni e Province autonome.

In particolare, per quanto concerne la Provincia di Trento, detta previsione di spesa violerebbe altresì le disposizioni statutarie (art. 78) e di attuazione (artt. 4 e 5 legge n. 386 del 1989), per le quali le somme relative dovrebbero essere assegnate alla Provincia senza vincolo di destinazione, o con vincolo solo di settore,

L’art. 1, comma secondo, poi, sarebbe illegittimo nella parte in cui affida al Ministro, senza prefissione di criteri e dunque in violazione dei principi di legalità e di riserva di legge, il potere di disciplinare le convenzioni per il trattamento domiciliare dei soggetti affetti da AIDS.

Per la violazione dei medesimi principi sarebbe illegittimo anche il successivo comma terzo, che assoggetta i servizi, e i relativi organici, per il trattamento a domicilio dei malati di AIDS, nonché l’attivazione di posti di assistenza a ciclo diurno negli ospedali, ad un atto statale di indirizzo e coordinamento, privo di contenuto predeterminato.

È ancora oggetto di censura l’art. 2, comma secondo, nella parte in cui, imponendo alle Regioni un termine eccessivamente breve per determinare il programma di distribuzione e localizzazione degli interventi in materia di costruzioni e ristrutturazioni, e prevedendo, in caso di mancata osservanza di tale termine, un intervento sostitutivo del Ministro, si tradurrebbe in realtà in un sostanziale esproprio delle competenze locali in tema di edilizia ospedaliera, a vantaggio degli organi centrali; d’altra parte, il previsto potere sostitutivo ministeriale non rispetterebbe i criteri indicati dalla giurisprudenza costituzionale (ad es., sentenza n. 177 del 1988), sia perché non presupporrebbe una previa diffida, né alcuna concertazione con organi locali, sia perché non verterebbe su adempimenti regionali vincolati nel quomodo, né concernerebbe interessi non localizzati e non frazionabili.

Sarebbero invasivi della competenza legislativa regionale e provinciale in materia di lavori pubblici, e in particolare, di edilizia ospedaliera, nonché della loro autonomia programmatoria e di spesa anche: a) i commi terzo e quarto dell’art. 2, perché, lungi dal limitarsi a prescrivere procedure di urgenza o semplificate, sostituirebbero agli organi ordinariamente competenti delle Regioni, delle Province e delle UU.SS.LL., i soggetti concessionari dell’espletamento degli interv,enti di costruzione e ristrutturazione, operanti, per di più, in base ad una convenzione stipulata in sede ministeriale; b) il comma quinto, per affidare la valutazione dei progetti ad un organismo centrale (nucleo di valutazione ex art. 20, comma secondo, legge n. 67 del 1988); c) il comma sesto, per determinare i contraenti e il contenuto dei contratti di appalto per l’esecuzione delle opere; d) il comma settimo, perché inserisce rappresentanti dei Ministri della Sanità e Lavori Pubblici nelle commissioni giudicatrici delle relative gare ed attribuisce al secondo il compito di nominare le commissioni di collaudo e di assicurare l’esercizio dell’alta sorveglianza.

In particolare, per quanto concerne la Provincia di Trento, la violazione della sua competenza sarebbe aggravata dall’esistenza di apposita disciplina provinciale sulla costruzione e ristrutturazione dei beni da destinare al servizio ospedaliero (art. 33, comma decimo e undicesimo, legge provinciale n. 33 del 1980).

È censurato inoltre l’art. 3, per invasione delle competenze regionali e provinciali in materia di tutela paesistica, urbanistica, ambiente e lavori pubblici, perché: a) prevede che il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, con cui si provvede in caso di assenza di unanimità nella Conferenza regionale, possa sostituire anche l’autorizzazione paesistica (ex art. 7 legge n. 1497 del 1939) rimessa alla competenza regionale e provinciale; b) attribuisce a tale decreto efficacia derogatoria del piano regolatore, così sovrapponendo, per opere di competenza regionale, l’intervento statale all’esercizio dei poteri spettanti alle Regioni e Province in tema di strumenti urbanistici.

Illegittimo sarebbe poi l’art. 4, comma primo, ultima parte, perché, in materia di assunzione del personale, fissa alle Regioni termini di adempimento incredibilmente ristretti, introducendo, in mancanza, un potere sostitutivo statale privo dei necessari presupposti di legittimità (sentenze nn. 177 del 1988 e 294 del 1986), trattandosi, nel caso, di attività ordinaria di copertura di organici e non di adempimenti vincolati, necessari per il perseguimento di scopi essenziali della programmazione nazionale.

Per analoghe ragioni, illegittima sarebbe anche la previsione, nell’art. 9, comma primo, seconda parte, del potere del Ministro della Sanità di nominare commissari per il compimento degli atti necessari ove le Regioni e Province autonome non approvino nei termini i programmi relativi, tra l’altro, all’assunzione del personale e all’organizzazione di corsi di formazione e addestramento professionale: non si tratterebbe infatti, neanche qui, di adempimenti vincolati, necessari per la soddisfazione di interessi unitari; inoltre l’esercizio del potere sostitutivo sarebbe rimesso ad organi estranei al Governo e mancherebbero modalità procedurali di tipo collaborativo.

È infine impugnato l’art. 9, comma secondo, per violazione dell’autonomia organizzativa e normativa delle Regioni e Province, perché nell’istituire i centri di riferimento, ne disciplina minuziosamente l’attività, i compiti e i requisiti dei relativi responsabili.

3. — Si è costituito in giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, a mezzo dell’Avvocatura Generale dello Stato, in relazione a tutti i ricorsi, chiedendo che essi siano respinti.

L’Avvocatura, qualificata la legge n. 135 del 1990 come provvedimento di estrema urgenza atto a fronteggiare una situazione di emergenza determinatasi a livello non solo nazionale, ma mondiale, afferma in primo luogo che, dovendo l’infezione da HIV ritenersi una patologia epidemica, la legge stessa si configurerebbe come corretto esercizio della: competenza, conservata in capo allo Stato (arg. ex art. 6, comma primo, lettera b) e art. 1,1egge n. 833 del 1978r), in tema di interventi contro le epidemie.

In secondo luogo, la particolarità e specificità della materia — già a base della precedente attribuzione al Ministro della Sanità (art. 5, legge 8 aprile 1988, n. 109) del potere di adottare provvedimenti urgenti anche in deroga alle leggi vigenti — giustificherebbe ampiamente, in fattispecie in via ordinaria rimesse alle Regioni e Province autonome, una ingerenza dello Stato che peraltro non escluderebbe in assoluto la loro partecipazione.

Per quanto in particolare concerne gli interventi previsti dall’art. 1 della legge, 1’Avvocatura sottolinea come la predisposizione del piano ministeriale da parte della Commissione Nazionale per la lotta contro l’AIDS costituisca la migliore garanzia di organicità degli interventi stessi e di adeguatezza ed uniformità di trattamento per tutti i soggetti colpiti dalla malattia.

Quanto alla censura relativa all’atto di indirizzo e coordinamento di cui all’art. 1, comma terzo, l’Avvocatura osserva che la sua previsione non è generica, essendo viceversa il suo oggetto sufficientemente determinato nella disposizione stessa.

L’art. 2, poi, non violerebbe le competenze regionali e provinciali, poiché attribuirebbe in prima battuta proprio; alle stesse Regioni e Province il potere di determinare la distribuzione e localizzazione degli interventi, mentre la ristrettezza e perentorietà dei termini per provvedere, nonché l’eventuale intervento sostitutivo del Ministro, sarebbero, giustificati dalla "eccezionale urgenza degli interventi" (art. 1, comma primo).

Neppure l’art. 3 configurerebbe un’invasione delle competenze locali, proprio perché affiderebbe in via prioritaria il potere di deliberare sugli interventi alla Conferenza regionale, promossa d’intesa con ciascuna regione e composta anche da rappresentanti di questa. In particolare, non ci sarebbe alcuna lesione della competenza in tema di urbanistica, atteso che la Conferenza dovrebbe compiere la sua valutazione di compatibilita anche rispetto alle norme regionali vigenti nella materia.

Le procedure per le assunzioni di personale ex art. 4 non sarebbero illegittime sia perché limitate agli specifici bisogni determinati dagli interventi previsti, sia perché necessarie a superare i tempi lunghi delle procedure ordinarie, incompatibili con le finalità della legge.

Infine, il termine di sessanta giorni fissato dall’art. 9, commi primo e secondo, pur comportando un particolare impegno operativo, non sarebbe comunque tale da non poter essere concretamente rispettato.

4. — In prossimità dell’udienza, la difesa della Provincia autonoma di Bolzano ha depositato una memoria illustrativa, corredata da un’ampia documentazione.

Nella memoria si contesta innanzi tutto l’assunto dell’Avvocatura dello Stato per il quale sarebbe applicabile anche alla Provincia di Bolzano la riserva disposta dall’art. 6, comma primo, lettera b) della legge n. 833 del 1978 a favore dello Stato in tema di "epidemie": ad avviso, della Provincia infatti tale disposizione si riferirebbe soltanto alle Regioni ordinarie, mentre alla Provincia stessa si applicherebbero soltanto le apposite norme di attuazione (d.P.R. n 474 del 1975, artt. 3 e 8) che mantengono allo Stato la sola competenza sulle malattie infettive per cui è prevista la vaccinazione obbligatoria, tra le quali non rientra l’AIDS. Inoltre, tale competenza statale — osserva — sarebbe (art. 8) soltanto sussidiaria rispetto ad interventi legislativi ad hoc della Provincia.

Ribadisce poi come la Provincia medesima abbia ampiamente esercitato la propria competenza, realizzando numerosi interventi in tema di prevenzione e cura dell’AIDS e nel settore educativo-informativo; allega in proposito copie di numerosi documenti: delibere e direttive della Giunta, materiale informativo, resoconti dell’attività della Commissione provinciale per la lotta all’AIDS, etc.

Nega ancora che il Ministro della Sanità possa adottare nei confronti della Provincia di Bolzano un atto di indirizzo e coordinamento, come quello previsto dalla legge impugnata, ai sensi dell’art. 5 legge n. 833 del 1978; contesta anche, in proposito il mancato rispetto del principio di legalità: ciò sulla base, sostanzialmente, delle medesime argomentazioni già esposte nel ricorso. Sottolinea poi come ratto in questione sarebbe illegittimo, anche perché tale da contenere una disciplina eccessivamente analitica e puntuale, in contrasto con le sentenze di questa Corte nn. 177 e 1145 del 1988.

Infine, ribadisce le censure in tema di costruzioni e ristrutturazioni, di assunzioni del personale, di mancata partecipazione del Presidente della Giunta al Consiglio dei ministri, anche qui motivando con i medesimi argomenti già enunziati nel ricorso.

Considerato in diritto

1. — I tre ricorsi investono alcune norme della medesima legge statale, prospettando censure identiche, analoghe o connesse: essi pertanto possono essere riuniti e decisi con unica sentenza.

2.—La legge 5 giugno 1990, n. 135, autorizza l’attuazione di una vasta gamma di interventi "allo scopo di contrastare la diffusione dell’infezione da HIV mediante le attività di prevenzione e di assicurare idonea assistenza alle persone affette da tale patologia" (art. 1, comma primo).

Come risulta dalla Relazione governativa al disegno di legge, la Commissione nazionale per la lotta contro l’AIDS, istituita presso il Ministero della Sanità, ha predisposto un programma organico di interventi destinato ad essere recepito nel futuro piano sanitario nazionale, in attesa dell’approvazione di quest’ultimo, ritenuta la straordinaria gravità ed urgenza della situazione, con la legge impugnata si è provveduto ad adottare le misure reputate indispensabili ed indilazionabili dalla stessa Commissione.

In precedenza, nella materia oggetto della legge attuale, esisteva soltanto la previsione di un finanziamento straordinario a carico del Ministero della Sanità con indicazione solo sommaria della relativa destinazione.

L’art. 5 del decreto-legge 8 febbraio 1988, n. 27, convertito nella legge 5 aprile 1988, n. 109, infatti, tra le misure urgenti per gli organici ospedalieri e per la razionalizzazione della spesa sanitaria, ha previsto, nei limiti degli stanziamenti disposti a vantaggio del suddetto Ministero per programmi di lotta e prevenzione dell’AIDS, l’erogazione di somme, anche in deroga alle leggi vigenti, "per la costruzione o per la ristrutturazione di appositi reparti o sezioni ospedaliere", nonché per programmi di informazione e prevenzione a carattere nazionale o concernenti strutture di grandi comunità.

La legge in esame e dunque la prima a disporre un piano dettagliato, analitico e organico di misure per contrastare la patologia in questione.

Tali misure consistono essenzialmente — oltre che in interventi poliennali di prevenzione, informazione, ricerca e sorveglianza epidemiologica e sostegno al volontariato (art. 1, comma primo, lettera a)) — nella costruzione e ristrutturazione dei reparti di ricovero per malattie infettive e nel potenziamento dei laboratori di analisi (lettera b)); nell’assunzione di nuovo personale (lettera c)); nello svolgimento di corsi di addestramento professionale (lettera d)); nel potenziamento dei servizi di assistenza ai tossicodipendenti e di quelli per le malattie a trasmissione sessuale (lettere e), f)); nel rafforzamento dell’organico dell’Istituto superiore di Sanità (lettera g)). È poi prescritta l’attuazione di servizi di assistenza domiciliare e di ospedale diurno dei soggetti affetti da AIDS e patologie correlate (art. 1, commi secondo e terzo). Per tutti gli interventi sono previsti finanziamenti a carico dello Stato (commi quinto, sesto, settimo).

Una disciplina particolareggiata concerne le attività di costruzione e ristrutturazione (art. 2); l’intervento di conferenze regionali nel procedimento di realizzazione degli interventi (art. 3); le modalità di assunzione del personale (art. 4); le garanzie di riservatezza e non discriminazione dei soggetti colpiti dall’infezione da HIV (artt. 5, 6, 7); l’istituzione di un comitato interministeriale per la lotta all’AIDS (art. 8); l’affidamento alle Regioni e Province autonome del potere di predisporre i programmi per l’assunzione del nuovo personale, per lo svolgimento dei corsi di addestramento e per i servizi di assistenza domiciliare e in ospedale diurno (art. 9, comma primo); l’attribuzione alle medesime del potere di istituire i centri di riferimento per il coordinamento della lotta contro l’AIDS, per la sorveglianza epidemiologica e l’attività informativa e formativa (comma secondo).

3. — Le Province di Bolzano e Trento e la Regione Lombardia hanno investito la legge con numerose censure, lamentando, in sostanza, che alcuni degli interventi previsti, e specialmente le modalità prescritte per la loro attuazione, si risolvono in una ingiustificata espropriazione o comunque in una illegittima compressione di competenze ad esse medesime riservate in via esclusiva e/o concorrente dalle norme costituzionali.

Prima di prendere in esame le specifiche questioni proposte, occorre, in una prospettiva di carattere generale e complessiva, osservare che la legge impugnata si presenta effettivamente, come risulta anche dai lavori preparatori, come intesa a dare una prima risposta seria e non frammentaria; all’eccezionale situazione di emergenza sociale determinata dalla allarmante diffusione dell’infezione da HIV, patologia nuova e gravissima in espansione a livello non solo nazionale, ma mondiale, e ciò tenendo conto anche delle numerose iniziative esistenti in campo internazionale: si può ben dire dunque che tale legge vuole perseguire un interesse non frazionabile, ma concernente l’intera collettività nazionale e che richiede, per essere soddisfatto, misure e interventi di dimensioni corrispondenti.

Inoltre, si tratta di un interesse che si presenta come particolarmente stringente l’imperativo, essendo connesso alla indilazionabile necessità di contrastare, con mezzi adeguati, gli effetti eccezionali di un fenomeno morboso devastante, nell’intento`di fornire uno standard minimo irrinunciabile di garanzia, in condizioni di eguaglianza in tutto il territorio della Repubblica, ad un valore, la salute, che, protetto dalla Costituzione come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività (art. 32), è stato costantemente riconosciuto come primario da questa Corte sia per la sua inerenza alla persona umana sia per la sua valenza di diritto sociale, caratterizzante la forma di stato sociale disegnata dalla Costituzione (v. spec., tra le tante, le sentenze nn. 455 del 1990, 324 del 1989, 1011 del 1988, 294 e 177 del 1986).

Il perseguimento di un interesse siffatto, secondo la giurisprudenza di questa Corte, giustifica in principio la compressione da parte del legislatore statale di ogni tipo di competenza regionale o provinciale, e ciò anche con interventi di dettaglio, purché si tratti di misure necessarie e proporzionate rispetto alla realizzazione dell’interesse medesimo (v. spec., sentenze nn. 177 e 217 del 1988, 399 e 459 del 1989, 21 del 1991).

Naturalmente, ciò non implica necessariamente che le provvidenze regionali o provinciali debbano essere comunque escluse, ma, al contrario, consente che esse siano fatte salve ove siano compatibili con le modalità e gli scopi dell’intervento nazionale e possano essere adeguatamente coordinate e utilizzate al medesimo fine.

Tutto ciò premesso, si deve riconoscere che la legge impugnata effettivamente incide nei diversi settori che le Province autonome e la Regione Lombardia rispettivamente rivendicano come attribuiti a vario titolo alla propria competenza, non potendo accedersi — dati i molteplici aspetti della normativa in esame — alla tesi dell’Avvocatura dello Stato che vorrebbe ricomprenderne l’oggetto nell’angusto e inappropriato ambito delle "epidemie", peraltro sottratto alle sole Regioni ordinarie (art. 6, comma primo, lettera b), legge n. 833 del 1978), ma non, come risulta dalle relative norme di attuazione statutaria, alle Province autonome.

Tuttavia, tale riconoscimento non può per sé solo indurre a concludere per l’illegittimità delle norme impugnate, dovendo ancora verificarsi, secondo i ricordati criteri di giudizio, se le singole misure adottate siano tali, nel loro contenuto e modalità di realizzazione, da collegarsi o meno effettivamente e ragionevolmente con le esigenze unitarie sopra descritte.

4. — Passando ora alla valutazione delle diverse censure, si può innanzi tutto notare che i tre ricorsi, nella maggioranza dei casi, concernono le medesime disposizioni (artt. da 1 a 4 e 9 della legge).

La sola Provincia di Bolzano, impugna l’intera legge per contrasto con l’art. 52, ultimo comma, Statuto Trentino-Alto Adige e l’art. 19 d.P.R. n. 49 del 1973, in quanto all’approvazione del disegno di legge relativo non avrebbe partecipato il Presidente della Giunta provinciale, perché non invitato all’apposita seduta del Consiglio dei ministri.

Tale questione non è fondata.

Questa Corte ha infatti costantemente ed anche di recente ribadito che l’intervento del Presidente della Giunta provinciale in Consiglio dei ministri "quando si trattano questioni che riguardano la provincia" (art. 52, ultimo comma, Statuto) in tanto è da ritenere necessario in quanto l’interesse su cui incide la disciplina legislativa contestata sia un interesse differenziato, e cioè proprio e peculiare della Provincia medesima (v. da ultime, sentenze nn. 85, 224 e 381 del 1990).

Nella specie l’esigenza che la legge in esame vuole soddisfare non può dirsi così quantificata, concernendo invece essa, per le caratteristiche del fenomeno che intende combattere, l’intera collettività nazionale in modo indifferenziato.

Di conseguenza, non possono dirsi violate le norme invocate a parametro dalla Provincia di Bolzano.

5. — Non fondata è pure la questione proposta dalla Provincia di Trento e dalla Regione Lombardia nei confronti dell’art. 1, comma primo, lettere b), c), d), e), f), per violazione delle rispettive competenze in tema di edilizia ospedaliera, organici e assunzioni del personale e formazione professionale; in quanto tale normativa prevederebbe un programma; di interventi da realizzare mediante un piano ministeriale ad hoc, aggiuntivo rispetto al piano sanitario nazionale, per di più senza alcuna partecipazione effettiva delle Regioni e Province.

In contrario si può osservare — anche a non voler considerare che, dato l’interesse perseguito, è del tutto coerente che l’individuazione e la pianificazione degli interventi avvenga in sede nazionale — che in ogni caso nella disposizione in esame il "piano ministeriale" non è un vero e proprio strumento programmatorio operativo ma una mera indicazione di massima di obbiettivi e finalità da raggiungere, mentre la determinazione concreta dei singoli programmi è poi rimessa, in successive disposizioni, a specifici atti di soggetti diversi, (rispettivamente: art. 2, comma secondo e terzo, (art. 9, comma primo), tra l’altro con la partecipazione, in modi e gradi diversi; delle stesse Regioni e Province.

Di conseguenza tale disposizione, non stabilendo di per sé una ripartizione di competenze tra Stato e Regioni, non può considerarsi invasiva delle attribuzioni delle ricorrenti (v. in tal senso anche la sentenza n. 85 del 1990).

6. — Sia le Province autonome sia la Regione Lombardia impugnano il comma secondo del medesimo articolo 1.

La Provincia di Bolzano lamenta che tale disposizione disciplini in modo dettagliato il servizio di trattamento domiciliare dei malati di AIDS, con indicazione anche del tetto massimo dei posti da ripartire tra le Regioni, così invadendo la sua competenza in materia, tra l’altro già esercitata con l’individuazione di una struttura centralizzata facente capo all’ospedale di Bolzano.

La questione non è fondata.

La norma censurata infatti contiene solo criteri di larga massima cui deve ispirarsi il servizio, la cui concreta e graduale attivazione peraltro è assoggettata ad "indirizzi regionali" e deve avvenire comunque secondo programmi formulati dalle stesse Regioni e Province autonome (art. 9, comma primo); d’altra parte, l’indicazione del numero massimo dei posti da realizzare in tutto il territorio nazionale e da ripartire tra le Regioni e Province "secondo le rispettive esigenze" discende da valutazioni tecniche formulate dalla Commissione ministeriale in relazione al fabbisogno complessivo ed al minimum di prestazioni ritenuto indispensabile nella stessa sede, compatibilmente con le risorse finanziarie disponibili allo scopo. Infine, secondo quanto si è detto più sopra, la norma impugnata non esclude che possano essere utilizzate misure provinciali già esistenti, se adeguate.

Sempre in relazione allo stesso art. 1, comma secondo, la Provincia di Bolzano da un lato, quella di Trento e la Regione Lombardia dall’altro, contestano la legittimità dell’attribuzione al Ministero del potere di definire le modalità per il convenzionamento degli enti ed il personale autorizzati a svolgere il servizio di trattamento a domicilio dei soggetti affetti da AIDS.

Secondo la prima; tale previsione sarebbe illegittima per invasione delle proprie competenze anche esclusive in materia (art. 8, n. 1, Statuto) e per violazione dei principi della proporzionale etnica e del bilinguismo. Ad avviso delle seconde, invece, la medesima previsione sarebbe in contrasto con il principio di legalità e della riserva di legge, poiché non vi sarebbero predeterminati i criteri di svolgimento del potere ministeriale.

Le censure non sono fondate.

L’attribuzione al Ministro del potere in discussione è infatti resa necessaria dall’esigenza di assicurare con la dovuta tempestività l’uniformità del servizio per l’intera collettività nazionale secondo precisi requisiti d’idoneità e standards tecnici, peraltro strettamente commisurati alle finalità e caratteristiche del servizio medesimo indicate nella prima parte della disposizione impugnata.

L’atto del Ministro non è dunque privo di fondamento giustificativo né di linee-guida per la sua adozione.

La sua previsione infine non viola i principi della proporzionale etnica e del bilinguismo poiché, come questa Corte ha già più volte osservato, le norme statutarie in proposito sono sempre immediatamente operative senza necessità di espresso richiamo da parte delle singole leggi (v. da ultime le sentenze 85 e 224 del 1990) e quindi costituiscono anche nella specie un limite naturale inderogabile del potere ministeriale.

7. — Tutte e tre le ricorrenti impugnano poi il comma terzo dello stesso art. 1 perché demanda al Ministro il potere di disciplinare l’attività di trattamento a domicilio e quella di assistenza a ciclo diurno negli ospedali mediante atti di indirizzo e coordinamento asseritamente privi di contenuto predeterminato.

La Provincia di Bolzano inoltre prospetta la tesi che la stessa funzione di indirizzo e coordinamento in materia sanitaria. di cui all’art. 5 della legge n. 833 del 1978, non possa essere validamente esercitata nei suoi confronti poiché la medesima legge, nel successivo art. 80 farebbe salva la sua autonomia anche rispetto alla detta funzione.

Tale ultima tesi e inaccettabile, soprattutto perché non tiene conto del principio consolidato della giurisprudenza costituzionale per cui, in via generale, la funzione di indirizzo e coordinamento, dato il suo fondamento costituzionale, concerne anche la Provincia di Bolzano, sia pure con i limiti peculiari derivanti dai valori propri della autonomia di questa (cfr. spec. sentenza n. 242 del 1989), e non potrebbe pertanto essere esclusa da una semplice legge ordinaria quale è la n. 833 del 1978 (ammessa e non concessa la correttezza della prospettata interpretazione del suddetto art. 80).

Per quanto concerne il preteso contrasto della norma impugnata con il principio di legalità, si può osservare che la legge indica il soggetto competente (mediante il riferimento all’art. 5 della legge n. 833 del 1978), e circoscrive adeguatamente il contenuto degli atti, descrivendo sia le attività da coordinare sia i rispettivi fini e criteri, e precisamente, nel comma secondo, prima parte (per quanto concerne il trattamento domiciliare) e nel comma successivo (per l’attività di ospedale diurno) nei quali sono sufficientemente specificate le caratteristiche dei servizi che si vogliono attuare.

Pertanto, anche le censure concernenti l’art.1, comma terzo, non sono fondate.

8. — ll nucleo centrale delle impugnative di tutte e tre le ricorrenti è poi costituito da un nutrito gruppo di doglianze che investono le previsioni concernenti in vario modo i programmi di costruzione e ristrutturazione delle strutture ospedaliere per malattie infettive (art. l, commi quarto e quinto; art. 2, commi dal secondo al settimo; art. 3).

Le ricorrenti lamentano in sintesi che, mediante una disciplina eccessivamente analitica e, specialmente, mediante una sostanziale sottrazione dell’intera operazione alla disponibilità delle Regioni e Province autonome, la normativa impugnata incida illegittimamente, per profili diversi, in competenze ad esse riservate e precisamente: per quanto concerne le Province, nella loro competenza esclusiva in tema di urbanistica, tutela del paesaggio, lavori pubblici, espropriazione per pubblica utilità (art. 8, nn. 5), 6), 17) e 22) Statuto), nella competenza concorrente sull’igiene e sanità, assistenza sanitaria ed ospedaliera (art. 9, n. 10), Statuto), nonché nella loro autonomia finanziaria (spec; artt.,78 e 79, Statuto) e di bilancio (artt. 83, 84, Statuto); per quanto riguarda la Regione Lombardia, nella competenza concorreníe per l’assistenza sanitaria ed ospedaliera e per i lavori pubblici di interesse regionale (art. 117 Cost.) e nella relativa autonomia di spesa.

Prima di affrontare le specifiche questioni, è necessario ricordare che il piano di interventi in questione nasce dalla necessità di adeguare le strutture ospedaliere per malattie infettive al fabbisogno di posti letto per il 1992, indicato, in relazione al previsto andamento epidemiologico dell’AIDS, dall’apposita Commissione ministeriale; che le particolari modalità di attuazione del piano sono stabilite in considerazione della eccezionale urgenza degli interventi (art. 2, comma primo).

Non sembra dubbio dunque che, per questo aspetto, il piano medesimo sia uno degli strumenti previsti per fronteggiare la fondamentale esigenza unitaria collegata all’interesse nazionale sopra illustrato, in relazione alla situazione eccezionale in atto (v. par. 3). Lo stesso piano inoltre deve essere realizzato tenendo presenti anche le necessità poste da altre malattie infettive, diverse dall’AIDS.

Di tale presupposto occorre tener conto per valutare le specifiche doglianze che colpiscono questo o quell’aspetto della disciplina procedimentale e le modalità di finanziamento del piano in questione.

L’attuazione di quest’ultimo si snoda nelle seguenti fasi: 1) emanazione di indicazioni tecniche da parte della Commissione anti-AIDS (art. 2, comma secondo), sentita la Conferenza permanente Stato-Regioni e il Consiglio sanitario nazionale (art. 1, comma primo, lettera b)); 2) determinazione da parte di Regioni e Province autonome, nell’ambito di tali indicazioni, della distribuzione e localizzazione degli interventi di ristrutturazione edilizia e di costruzione di nuove strutture, con sostituzione del Ministero della Sanità in caso di mancato adempimento nel termine (comma secondo); 3) a) approvazione da parte del C.I.P..E. — su proposta del Ministro della Sanità, sentito il, Consiglio sanitario nazionale — del programma degli interventi suddiviso per Regioni e Province con relativa indicazione delle localizzazioni e del dimensionamento delle strutture; b) individuazione contestuale da parte dello stesso C.I.P.E. dei soggetti incaricati dell’espletamento, in concessione di servizi, dei compiti amministrativi afferenti all’esecuzione del piano secondo convenzioni stipulate in sede ministeriale (comma terzo); 4) compimento da parte dei concessionari di tutta l’attività preliminare e di redazione dei progetti (comma quarto); 5) parere sui progetti del nucleo di valutazione di esperti tecnico-sanitari istituito dalla legge n. 67 del 1988, art. 20, comma secondo (comma quinto); 6) approvazione dei progetti da parte della Conferenza regionale all’unanimità e, in mancanza, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio medesimo (art. 3); 7) assistenza dei concessionari, e direzione dei lavori, fino ai collaudi (art. 2, comma quarto); 8) esecuzione delle opere a mezzo di contratti di appalto secondo le procedure previste dalla legge n. 80 del 1987, art. 3 e con la partecipazione di rappresentanti ministeriali nelle relative commissioni giudicatrici (commi sesto e settimo); 9) collaudo a mezzo di commissioni nominate in sede ministeriale, sotto l’alta sorveglianza del Ministro dei Lavori Pubblici di concerto con quello della Sanità (comma settimo).

9. — Le doglianze delle ricorrenti colpiscono presso ché tutte le fasi sopra illustrate.

Innanzi tutto, esse contestano la legittimità del potere sostitutivo ministeriale da esercitarsi, sentita la Commissione nazionale anti-AIDS, ove le Regioni o Province manchino di determinare, nel termine perentorio di trenta giorni dall’entrata in vigore della legge, la distribuzione e localizzazione delle opere di ristrutturazione e costruzione ospedaliera.

Contrariamente a quanto ritengono le ricorrenti, il potere in questione rispetta taluni dei principi posti dalla giurisprudenza di questa Corte in materia, in quanto è attribuito ad un’autorità di governo, in relazione all’inadempimento di attività regionali prive di discrezionalità nell’an e assoggettate ad un termine perentorio; è rivolto a porre rimedio, in un’ipotesi eccezionale, ad un pericolo evidente di grave pregiudizio ad un interesse nazionale fondamentale (v. spec. sentenze nn. 177 e 1000 del 1938, 101, 324, 338 e 533 del 1989, 85 del 1990).

Ciò nonostante, la previsione del potere in questione non può considerarsi legittima poiché essa non è rispettosa del principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni, non dettando allo scopo idonee garanzie procedimentali. Infatti non può considerarsi tale la previa audizione, da parte del Ministro, della Commissione nazionale anti-AIDS, trattandosi di un organo tecnico ministeriale, come tale non legittimato a rappresentare le ragioni degli enti autonomi. Di conseguenza, l’attribuzione del-potere in contestazione deve ritenersi illegittima nella parte in cui non prevede che siano preventivamente sentite le Regioni e le Province sulle ragioni del mancato adempimento (v. spec. sentenze nn. 304 del 1987, 830 del 1988, 85 del 1990). Viceversa, non può considerarsi illegittima l’attribuzione delle competenze sopra indicate ad organi statali (C.I.P.E.) o a soggetti da questi individuati (concessionari), né la partecipazione di rappresentanti ministeriali alle Commissioni giudicatrici delle gare di appalto, né la designazione ministeriale dei membri delle Commissioni di collaudo, né, infine, l’esercizio, da parte del Ministro dei Lavori Pubblici, del potere d’alta sorveglianza: si tratta infatti di opere essenziali alla tutela del ricordato interesse nazionale, la cui uniformità e tempestività di realizzazione esige l’uso di mezzi straordinari commisurati all’eccezionalità della situazione di specie, come del resto questa Corte ha già riconosciuto in ipotesi analoghe (v. spec. sentenze nn. 533 del 19881 374 e 459 del 1989).

D’altra parte si deve considerare che le competenze delle Regioni e Province non sono del tutto escluse, poiché spetta pur sempre ad esse di determinare (sia pure nell’ambito delle indicazioni tecniche della Commissione nazionale anti-AIDS) la distribuzione e localizzazione degli interventi, determinazione destinata a confluire nel programma complessivo da approvarsi dal C.I.P.E. e che quest’ultimo non potrebbe, senza violare anche il principio di leale cooperazione, arbitrariamente e senza giustificazione disattendere. Inoltre, le istanze regionali e provinciali possono essere fatte valere in seno al Consiglio sanitario nazionale, in relazione alla prescritta previa audizione di quest’ultimo in ordine alla approvazione del C.I.P.E: e, più ancora, nella Conferenza permanente Stato-Regioni, sentita in sede di elaborazione delle indicazioni periodiche sulle linee generali del piano (art. 1, comma primo, lettera b). Infine, la eccezionale situazione di emergenza fa ritenere non irragionevoli la brevità del termine di adempimento imposto alle Regioni (v. in tal senso sentenza n. 459 del 1989), che peraltro risulta in fatto sostanzialmente rispettato.

Le questioni concernenti l’art. 2, commi terzo, quarto, quinto, sesto e settimo, nonché l’art. 1, comma quarto, debbono perciò ritenersi non fondate.

10. — L’affermata competenza statale sugli interventi in questione, induce a ritenere di conseguenza (v. anche le sentenze nn. 800 del 1988; 324, 399, 459, 505 del 1989) egualmente non fondate le questioni concernenti la asserita violazione dell’autonomia finanziaria regionale e provinciale da parte dell’art. 1, comma quinto, e ciò tanto più perché qui — come peraltro la Corte ha già espressamente affermato proprio in materia sanitaria (sentenza n. 64 del 1987) — le Regioni e Province autonome partecipano alla definizione dei programmi da finanziare; per le Province autonome è da aggiungere che le modalità di finanziamento contestate sono conformi anche al dettato dell’art. 5, comma primo, delle norme di attuazione poste con d.P.R. n. 386 del 1989. Da tutto ciò discende che le norme in esame non contrastano neppure con gli artt. 83 e 84 dello Statuto del Trentino-Alto Adige.

Infine, non sembra mostrare aspetti di illegittimità, contrariamente alla prospettazione della Provincia di Trento e della Regione Lombardia, il particolare meccanismo di finanziamento mediante ricorso a fondi già attribuiti e non utilizzati nell’ambito della precedente erogazione per il 1988, concernente analogo tipo di intervento di lotta contro l’AIDS: il riassorbimento e l’impiego nello stesso settore e per gli stessi scopi di fondi che le Regioni non avevano ritenuto di dover utilizzare non può infatti ritenersi lesivo di competenze, tra l’altro non tempestivamente esercitate.

12. — Oggetto di impugnativa da parte di tutte e tre le ricorrenti è poi l’art. 3, che istituisce la Conferenza regionale quale sede per una valutazione complessiva dei progetti di ristrutturazione e costruzione da parte di tutti i soggetti comunque chiamati ad esprimere intese, autorizzazioni, approvazioni, concessioni, nulla osta. L’approvazione espressa all’unanimità sostituisce tutti tali atti (art. 3, comma terzo). Se invece l’unanimità non è raggiunta nel breve termine previsto, si provvede, su richiesta motivata del Ministro della Sanità e previa deliberazione del Consiglio dei ministri, con decreto del Presidente del Consiglio medesimo. Tale decreto ha i medesimi effetti dell’atto di approvazione unanime da parte della Conferenza, cui si sostituisce.

La Provincia di Bolzano contesta il fatto che sia attribuita alla Conferenza — con eventuale sostituzione ministeriale — una competenza che, invece, spetterebbe ad essa medesima. La Provincia di Trento e la Regione Lombardia criticano invece soprattutto il fatto che l’atto sostitutivo del Presidente del Consiglio dei ministri possa,da un lato, surrogare anche l’autorizzazione paesistica di competenza delle Regioni e Province sulla quale, nella Conferenza, queste abbiano invece espresso in concreto una valutazione negativa; dall’altro che esso possa sovrapporsi agli strumenti urbanistici provinciali e regionali, pur trattandosi di opere di competenza regionale.

La doglianza della Provincia di Bolzano non può essere accolta: lungi dal potersi dire illegittima, la previsione di un organo misto in cui, nell’esercizio di funzioni amministrative, siano rappresentati tutti i soggetti portatori di interessi coinvolti nel procedimento di realizzazione delle opere, in modo che tali soggetti possano confrontarsi direttamente ed esprimere le loro posizioni, trovando, in un quadro di valutazione globale, soluzioni di corretto ed idoneo contemperamento delle diverse esigenze, deve invece considerarsi, oltre che un mezzo di semplificazione e snellimento dell’azione amministrativa, anche un adeguato strumento di realizzazione del principio di leale cooperazione tra Stato e Regioni. Il medesimo strumento del resto è stato già valutato positivamente da questa Corte anche in precedenti ipotesi in cui, come nel caso presente, riconosciuta l’esistenza di un interesse nazionale a fondamento dell’ingerenza statale in settori materiali attribuiti alle Regioni; si presentava come particolarmente fitto l’intreccio dei poteri statali con le attribuzioni rimaste a queste ultime (v. spec. sentenza n. 85 del 1990 e 337 del 1989).

D’altra parte, istituti del genere, sia pure variamente strutturati e con compiti diversi, sono previsti anche in leggi recentissime, sia di portata più generale, come quelle di riforma dell’ordinamento delle autonomie locali (legge n. 142 del 1990, art. 27) e del procedimento amministrativo (legge n. 241 del 1990, art. 14) — destinata espressamente, quest’ultima, nelle sue "norme fondamentali" o nei suoi "principi", a limitare e conformare la potestà legislativa, rispettivamente, delle Regioni ad autonomia speciale e di quelle ordinarie (art 29) — sia in provvedimenti puntuali concernenti settori determinati (v. per esempio, da ultima, 1a legge n. 380 del 1990 sulla istituzione del sistema idroviario padano-veneto, art. 3).

Né potrebbe ritenersi, come invece vuole la Provincia di Bolzano, che la sua autonomia non sia adeguatamente salvaguardata dalla prevista sua partecipazione alla Conferenza mediante un semplice funzionario; ciò perché la Conferenza è chiamata ad esercitare funzioni meramente amministrative, mentre le eventuali altre istanze, anche di ordine politico, della Provincia stessa in relazione al piano edilizio hanno modo di esprimersi soprattutto nella Conferenza permanente Stato-Regioni che, come si è ricordato, deve essere sentita dalla Commissione anti-AIDS prima di dare le sue indicazioni periodiche circa il fabbisogno di strutture ospedaliere per la lotta contro la malattia (v.sul punto anche il sistema introdotto per gli organi misti Stato-Regioni dal decreto legislativo n.418 del 1989 (spec. art.5) in attuazione dell’art.12, comma settimo, della legge n.400del 1988).

La medesima Conferenza regionale è inoltre promossa dal Ministro, previa intesa con la Regione (Provincia).

Infine, la richiesta dell’unanimità come criterio di decisione non è una condizione vessatoria, ma vale a garantire l’autonomia dei singoli enti partecipanti e specialmente quella costituzionalmente rilevante delle Regioni e Province autonome, impedendo che queste siano costrette ad adeguarsi a decisioni da esse non condivise, ma imposte dalla maggioranza.

Per quanto poi concerne, l’intervento sostitutivo del Presidente del Consiglio dei ministri come rimedio per il mancato raggiungimento dell’unanimità (art. 3, comma quarto), premesso che l’intervento in questione risponde per i suoi requisiti formali ai principi posti dalla giurisprudenza di questa Corte, deve notarsi altresì che, nel caso particolare, esso appare espressione di un potere statale connesso alla improrogabile necessità di realizzare un interesse nazionale urgente ed essenziale; si tratta quindi di uu potere che, "non tollera, per sua natura, limitazioni in nome di interessi di altri enti pubblici o procedure che ne possano paralizzare o rallentare irragionevolmente il compimento" (così sentenza n, 337 del 1989).

Di conseguenza, le caratteristiche proprie del caso di specie inducono a ritenere che la previsione del potere di sostituzione ora contestata possa ritenersi in sé e per sé non illegittima, poiché anche il possibile sovrapporsi della decisione governativa all’eventuale contrario avviso espresso dalla Regione o Provincia nella Conferenza, risulta qui giustificato, per un verso, dalla prevalenza e inderogabilità dell’interesse che l’atto sostitutivo è volto a realizzare, peraltro verso, dall’attribuzione del potere medesimo non già al Ministro della Sanità — abilitato soltanto a presentare una "motivata richiesta" — ma, in sostanza, al Consiglio dei ministri, la cui deliberazione costituisce il presupposto essenziale per l’adozione dell’atto mediante decreto del Presidente del Consiglio medesimo.

Tuttavia, proprio in vista di tale eventuale sovrapposizione, particolarmente pressante è l’esigenza che lÈadozione di un simile atto avvenga con le adeguate garanzie procedurali del principio di leale cooperazione, con strumenti cioè che, in particolare, stante la specificità del caso, consentano alle Regioni (o Province) anche di esplicitare all’organo governativo le ragioni del proprio dissenso.

A tanto non provvede l’art. 3, comma quarto: pertanto esso, nella parte in cui non prevede che siano preventivamente sentite le Regioni o le Province autonome deve ritenersi costituzionalmente illegittimo

13. — Infondata è l’impugnativa proposta dalla Provincia di Bolzano circa l’art. 4, commi dal primo al sesto, nella parte in cui disciplina l’assunzione di nuovo personale in deroga alle leggi vigenti e in cui affida alle UU.SS.LL. l’organizzazione di corsi di aggiornamento e formazione del personale sanitario, per asserito contrasto con i principi della proporzionale etnica e del bilinguismo come si è più sopra ricordato infatti (v. par. 6), poiché tali principi debbono essere comunque immediatamente applicati indipendentemente da espressi richiami nelle singole leggi, è del tutto irrilevante il silenzio sul punto della normativa impugnata, mentre è evidente che, trattandosi di principi di grado costituzionale, essi non possono certo essere derogati neppure da disposizioni di legge ordinaria che, in vista di situazioni straordinarie, introducono strumenti atipici.

14. — La questione posta dalla Provincia di Trento e dalla Regione Lombardia circa la legittimità del potere sostitutivo ministeriale nell’emanazione del bando di concorso per personale medico di laboratorio, in caso di inattività regionale oltre il termine perentorio (art. 4, comma primo) non può essere accolta: infatti, considerando sempre lo scopo perseguito dalla legge, non si può negare che si tratti, al contrario di quanto ritengono le ricorrenti, di attività regionali vincolate nell’an, trattandosi di integrare gli organici dei reparti ed istituti addetti alla lotta contro l’AIDS, nei limiti delle dotazioni organiche e di spesa di cui all’art. 1, comma primo, lettera c).

Egualmente non fondata è la censura relativa alla brevità del termine di adempimento, per le ragioni già dette, come pure quella concernente il potere ministeriale di disciplinare l’istituzione e l’effettuazione dei corsi di addestramento del personale sanitario (art. 4, comma terzo): l’intervento ministeriale è infatti volto, e limitato, a fissare i necessari criteri uniformi circa le particolari condizioni e agevolazioni della frequenza imposte al personale, nonché i requisiti di preparazione tecnico professionale necessaria per la lotta all’AIDS, mentre non si deve trascurare il fatto che e lasciato alle Regioni di formulare i programmi per l’attività relativa (art. 9, comma primo).

15. — È fondata invece la questione proposta da tutte e tre le ricorrenti a proposito dell’art. 9; comma primo, laddove prevede che, ove le Regioni, o le Province autonome, non provvedano entro un certo termine a predisporre i programmi per l’assunzione di personale sanitario lo svolgimento dei corsi di formazione e aggiornamento professionale, il potenziamento dei servizi di assistenza ai tossicodipendenti e dei servizi per le malattie a trasmissione sessuale, nonché il servizio di trattamento domiciliare (art. 1, comma secondo), il Ministro della Sanità procede alla nomina di commissari per il compimento degli atti necessari.

Infatti, pur trattandosi sempre di un potere statale collegato alla soddisfazione del medesimo interesse primario che è sotteso a tutta la legge, la sua previsione nel caso particolare deve ritenersi illegittima poiché, oltre a non contemplare garanzie procedurali di tipo cooperativistico quali quelle indicate più sopra, affida in sostanza l’adozione degli atti sostitutivi ad autorità non governative. Non potrebbe dirsi infatti che anche qui, come nel caso risolto dalla sentenza n. 460 del 1989 di questa Corte, i commissari intervengono come "meri organi tecnici" di supporto dell’organo governativo: infatti la norma impugnata, in relazione per di più ad attività regionali dotate di un notevole margine di discrezionalità e non meramente esecutive, affida al Ministro la pura e semplice nomina dei commissari, ma non la concreta determinazione degli atti sostitutivi né la fissazione di direttive, idonee comunque a far rientrare l’intervento previsto sotto il suo controllo e la sua responsabilità politica.

Di conseguenza, l’art. 9, comma primo, deve essere dichiarato costituzionalmente illegittimo nella parte in cui prevede l’adozione di atti sostitutivi ad opera-di organi non governativi senza la previa audizione delle Regioni e Province interessate.

16. — Quanto infine alle censure relative al secondo comma dello stesso articolo 9, deve innanzi tutto riconoscersi che si tratta, anche qui, di fattispecie (i centri di riferimento) attribuite alla competenza regionale (v. in tal senso sentenza n. 467 del 1990). La disposizione impugnata però non contiene norme che eccedono le mere indicazioni di carattere generale essa non è dunque tale da limitare illegittimamente l’esercizio di questa competenza, né, per il suo contenuto, può impedire la sopravvivenza di discipline regionali già esistenti e non incompatibili.

per questi motivi
la corte costituzionale

1) dichiara l’illeggittimità costituzionale dell’art. 2, comma secondo, della legge 5 giugno 1990, n. 135 (Programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS), nella parte in cui non prevede che le Regioni e le Province autonome interessate siano preventivamente sentite in ordine all’adozione degli atti sostitutivi ivi previsti;

2) dichiara l’illeggittimità costituzionale dell’art. 3, comma quarto, della legge 5 giugno 1990, n. 135, nella parte in cui non prevede che le Regioni e le Province autonome interessate siano preventivamente sentite in ordine all’adozione degli atti sostitutivi ivi previsti;

3) dichiara l’illeggittimità costituzionale dell’art.9, comma primo, della legge 5 giugno 1990, n.135, nella parte in cui affida a commissari nominati dal Ministero della Sanità l’adozione degli atti sostitutivi ivi previsti, e nella parte in cui non prevede che le Regioni e le Province autonome siano in proposito preventivamente sentite;

4) dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’intera legge 5 giugno 1990, n. 135, sollevata, in riferimento all’art. 52, ultimo comma, dello Statuto Trentino-Alto Adige e all’art. 19 del D.P.R. 1° febbraio 1973, n. 49, dalla Provincia di Bolzano con il ricorso indicato in epigrafe;

5) dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma primo, lettere b), c), d), e), f), della legge 5 giugno 1990, n. 135, solleva, rispettivamente, dalla Provincia di Trento, in riferimento agli artt. 8, nn. 17) e 29), 9, n. 10) e 16 dello Statuto speciale, e relative norme di attuazione, e dalla Regione Lombardia, in riferimento agli artt. 117 e 188 della Costituzione, con i ricorsi indicati in epigrafe;

6) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma secondo, della legge 5 giugno 1990, n. 135, sollevate, rispettivamente, dalle Province di Bolzano e di Trento, in riferimento agli artt. 8, n. 1), 9, n. 10), 16, 89, 99, 100, 101 dello Statuto speciale, e relative norme di attuazione; dalla Regione Lombardia, in riferimento agli artt. 117 e 118 della Costituzione, con i ricorsi indicati in epigrafe;

7) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma terzo, della legge 5 giugno 1990, n. 135, sollevate, rispettivamente, dalle Province di Bolzano e di Trento, in riferimento agli artt. 9, n. 10), 16 dello Statuto speciale e all’art. 80 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, dalla Regione Lombardia, in riferimento agli artt. 117 e 118 della Costituzione, con i ricorsi indicati i epigrafe;

8) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 1, commi quarto e quinto, 2, commi terzo, quarto, quinto, sesto e settimo, della legge 5 giugno 1990, n. 135, sollevate, rispettivamente, dalle Province di Bolzano e di Trento, in riferimento agli artt. 8, nn. 3), 5), 6), 17), 22, 9, n. 10), 16, 78, 79, 83, 84, 104 e titolo VI dello Statuto speciale, e relative norme di attuazione; dalla Regione Lombardia, in riferimento agli artt. 117 e 118 della Costituzione, con i ricorsi indicati in epigrafe;

9) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma primo, secondo, terzo e quinto della legge 5 giugno 1990, n. 135, sollevate, rispettivamente, dalle Province di Bolzano e di Trento, in riferimento agli artt. 8, nn. 3), 5), 6), 17), 22), 16 dello Statuto speciale; dalla Regione Lombardia, in riferimento agli artt. 117 e 118 della Costituzione, con i ricorsi indicati in epigrafe;

10) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 4, commi primo, secondo, terzo, quarto, quinto e sesto, della legge 5 giugno 1990, n. 135, sollevate, rispettivamente, dalle Province di Bolzano e di Trento, in riferimento agli artt. 8, n. 29), 9, n. 10), 16, 89, 99, 100, 101 delloStatuto speciale, e relative norme di attuazione; dalla Regione Lombardia, in riferimento agli artt. 117 e 118 della Costituzione, con i ricorsi indicati in epigrafe;

11) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 9, comma secondo, della legge 5 giugno 1990, n. 135, sollevate, rispettivamente, dalle Province di Bolzano e di Trento, in riferimento agli artt. 9, n. 10) e 16 dello Statuto sepciale; dalla Regione Lombardia, in riferimento agli artt. 117 e 118 della Costituzione.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 17 gennaio 1991.

Il Presidente: Conso
Il redattore: Spagnoli
Il cancelliere: Minelli

Depositata in cancelleria il 31 gennaio 1991.

Il direttore della cancelleria: Minelli


DECRETO MINISTERIALE 1° FEBBRAIO 1991*
(in Gazzetta Ufficiale 7 febbraio 1991 n. 32)

Rideterminazione delle forme morbose che danno
diritto all’esenzione dalla spesa sanitaria

 

IL MINISTRO DELLA SANITÀ

Visto l art 5, comma 3, della legge 29 dicembre 1990, n 407, che demanda al Ministro della sanità di rideterminare, anche in deroga a precedenti disposizioni legislative, le forme morbose in riferimento alle patologie croniche ed acute, che danno diritto all’esenzione dal pagamento delle quote di partecipazione alla spesa sanitaria, individuando altresì le modalità per il riconoscimento delle patologie stesse;

Visto il decreto dei Ministro della sanità del 24 maggio 1989, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 122 de 27 maggio 1989, concernente la individuazione delle forme morbose che danno diritto all’esenzione dalla partecipazione alla spesa sanitaria e loro ambito di applicazione;

Visto il decreto del Ministro della sanità del 10 aprile 1990, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 107 del 10 maggio 1990, di integrazione al decreto ministeriale del 24 maggio 1989;

Visto l’articolo 11 del decreto-legge 12 settembre 1983, n. 463, convertito, con modificazioni, nella legge 11 novembre 1983, n. 638;

Visti i pareri espressi dal Consiglio superiore di sanità nelle sedute del 7 e del 20 novembre 1990;

Sentite le competenti Commissioni igiene e sanità del Senato e affari sociali della Camera dei deputati;

DECRETA:

Articolo 1

I soggetti affetti dalle forme morbose sottoelencate sono esentati dal pagamento delle quote di partecipazione alla spesa per l’assistenza farmaceutica, limitatamente ai farmaci prescrivibili a carico del Servizio sanitario nazionale di seguito indicati per ciascuna patologia, salvo ulteriori rideterminazioni in presenza di eventuali nuove acquisizioni terapeutiche:

1) affezioni dell’apparato cardiovascolare nel corso di trattamenti che richiedono un permanente monitoraggio dei fattori della coagulazione: limitatamente ai farmaci che interferiscono con la coagulazione stessa;

2) angioedema ereditario: limitatamente all’emoderivato specifico C1 inattivatore;

3) artrite reumatoide: limitatamente ai farmaci immunomodulatori e sali d’oro ed ai trattamenti articolari;

4) dermatomoiosite: limitatamente ai farmaci immunosoppressori;

5) lupus erimatoso sistemico: limitatamente ai farmaci immunosoppressori;

6) sclerosi sistemica progressiva: limitatamente ai farmaci immunosoppressori;

7) sclerosi multipla: limitatamente ai farmaci immunosoppressori;

8) immunodeficienze congenite: limitatamente ad antibiotici, gammaglobuline e ormoni timici;

9) pemfigo e penfigoidi: limitatamente ai farmaci ímmunosoppressori;

10) psoriasi pustolosa grave: limitatamente ai farmaci ímmunosoppressori;

11) emoglobinopatie ed altre anemie congenite: limitatamente al sangue trasfuso;

12) glaucoma: limitatamente ai farmaci attivi sull’ipertono oculare;

13) insufficienza renale cronica in trattamento dialitico: limitatamente alle terapie delle complicanze del trattamento dialitico;

14) insufficienza respiratoria cronica in ossigenoterapia a lungo termine: limitatamente agli antibiotici nella fase di riacutizzazione;

15) ipertensione arteriosa resistente alle misure generali di ordine igienico e dietetico: limitatamente ai farmaci antipertensivi;

16) miastenia grave: limitatamente ai farmaci ímmunosoppressori;

17) morbo di Hansen: limitatamente ai farmaci per la terapia antibatterica specifica;

18) T.B.C. attiva bacillifera: limitatamente ai farmaci antitubercolari;

19) diabete insipido: limitatamente agli ormoni ipofisari;

20) diabete mellito: limitatamente agli ipoglicemizzanti orali ed insulina;

21) nanismo ipofisario, sindrome di Turner cd altre endocrinopatie congenite: limitatamente agli ormoni carenti;

22) neoplasie: limitatamente ai farmaci destinati al controllo della crescita neoplastica e delle complicanze ad esse correlate;

23) psicosi: limitatamente ai farmaci neurolettici e psicoattivi,

24) sindrome e morbo di Parkinson: limitatamente agli antiparkinsoniani;

25) spasticità da cerebropatia: limitatamente ai miorilassanti;

26) fibrosi cistica del pancreas: limitatamente al trattamento antibiotico e agli enzimi pancreatici ad alto dosaggio;

27) cirrosi epatica scompensata: limitatamente alle proteine plasmatiche;

28) rettocolite ulcerosa e morbo di Crohn: limitatamente a steriodi, antibiotici, sulfasalazina, mesalazina;

29) trapianto di organo: limitatamente alle proteine plasmatiche;

30) infezioni sintomatiche da HIV limitatamente ai trattamenti profilattici e terapeutici previsti da protocolli stabiliti in sede ospedaliera.

Articolo 2

Per le forme morbose di seguito elencate, i farmaci ad esse strettamente correlati sono già inclusi nel prontuario terapeutico a totale carico del Servizio sanitario nazionale e, pertanto, sono prescritti senza alcuna quota di partecipazione a carico dell’assistito:

1) insufficienza cardiaca: cardiocinetici maggiori;

2) aritmie cardiache: antiaritmici monocomposti;

3) angina pectoris: nitroglicerina ed isosorbide mononitrato e dinitrato;

4) emofilia: emoderivati antiemofilici;

5) epilessia: antiepilettici;

6) cirrosi epatica scompensata. oltre a quanto previsto dall’articolo 1, la vitamina K1;

7) condizioni a rischio tromboembolico: anticoagulanti;

8) miastenia gravis: anticolinesterasici;

9) glaucoma ad angolo aperto - glaucoma in afachia: anticolinesterasici, oltre a quanto previsto dall‘articolo 1;

10) avvelenamenti acuti: chelanti ed antidoti specifici;

11) iperkaliemia: chelanti specifici;

12) emocromatosi, emosiderosi, talassemia in trattamento politrasfusionale: chelanti del ferro;

13) sovradosaggio da anticoagulanti: antidoti specifici.

Articolo 3

I soggetti affetti dalle forme morbose sotto elencate sono esentati dal pagamento delle quote di partecipazione alla spesa, limitatamente alle prestazioni di diagnostica strumentale e di laboratorio e alle allre prestazioni specialistiche correlate alla patologia stessa e di seguito indicate, sempreché ritenute necessarie dal medico:

1) affezioni dell‘apparato cardioavascolare in trattamento anticoagulante limitatamente a: tempo di protrombina, tempo di tromboplastina parziale (PTT);

2) cardiopatie scompensate (N.Y.H.A. Classe III e IV) limitatamente a: elettrocardiografia, telecuore, ecocardiografia, monitoraggio dei farmaci specifici;

3) angioedema ereditario: inibitore del C1;

4) artrite reumatoide limitatamente a: fattore reumatoide, velocità di sedimentazione (VES), autoanticorpi specifici, emocromocitometria, radiologia convenzionale del distretto osteo-articolare coinvolto;

5) dermatomiosite limitatamente a: fattore reumatoide, velocità di sedimentazione (VES), autoanticorpi specifici, emocromocitometria;

6) lupus erimatoso sistemico: limitatamente a: fattore reumatoide, velocità di sedimentazione (VES), autoanticorpi specifici, emocromocitometria, esame urine, radiologia convenzionale del torace;

7) sclerosi sistemica progressiva limitatamente a: fattore reumatoide, velocità di sedimentazione (VES), autoanticorpi specifici, emocromocitometria;

8) sclerosi multipla limitatamente a: monitoraggio della evoluzione della malattia;

9) immunodeficienze congenite limitatamente a: immunoglobuline, fattori complemento, emocromocitometria, sottopopolazioni linfocitarie, funzionalità neutrofili (NBT);

10) pemfigo e pemfigoidi limitatamente a: immunofluorescenza diretta ed indiretta della lesione, dosaggio immunoglobuline emocromocitometria, velocità di sedimentazione (VES);

11) psoriasi pustolosa grave limitatamente a: emocromocitometria, velocità di sedimentazione (VES);

12) emoglobinopatie e anemie congenite limitatamente a: emocromocitometria, reticolociti, bilirubina, ferritinemia;

13) emofilia limitatamente a: emocromocitometria, radiologia convenzionale del distretto osteo-articolare coinvolto;

14) fenilchetonuria ed errori congeniti del metabolismo limitatamente a: aminoacidi e acidi organici urinari, equilibrio acido-base;

15) glaucoma limitatamente a: tonometria, campimetria, fondo dell’occhio, ecografia oculare;

16) insufficienza renale cronica limitatamente a: urea, creatinina (clearance), esame urine, elettroliti, proteinuria, emocromocitometria, elettrocardiografia, ecografia renale, radiologia convenzionale torace;

17) insufficienza respiratoria cronica limitatamente a: emogasanalisi, elettroliti, emocromocitometria, radiologia convenzionale torace, elettrocardiografia, monitoraggio dei farmaci specifici;

18) ipertensione arteriosa resistente alle misure generali di ordine igienico e dietetico limitatamente a: elettroliti, creatinina, esame urine, radiologia convenzionale torace, elettrocardiografia, fondo oculare;

19) miastenia grave e miopatie congenite limitatamente a: crealina kinasi, aldolasi, mioglobina;

20) morbo di Hansen limitatamente a: anticorpi anti-micobacterium leprae, radiologia convenzionale dei segmenti scheletrici coinvolti;

21) tubercolosi attiva bacillifera limitatamente a: velocità di sedimentazione (VES), emocromocitometria, ricerca bacillo Koch, esami radiologici relativi agli organi interessati;

22) i soggetti affetti da HIV e i sospetti di esserlo ai soli fini dei relativi accertamenti diagnostici;

23) diabete insipido limitatamente a: elettroliti osmolalità serica e urinaria, prova di concentrazione;

24) diabete mellito limitatamente a: glicemia, glicoemoglobina, proteine glicate, esame urine, albuminuria, fondo dell’occhio, elettromiografia, creatinina;

25) nanismo ipofisario e sindrome di Turner ed altre endocrinopatie congenite limitatamente a: GH (dopo stimolo), FSH, LH, TSH, T4, cortisolo, 17 OH progesterone, 17 ketocorticoidi urinari, testosterone, delta 4 androstenedione, estradiolo; monitoraggio età ossea (radiologia convenzionale mano, polso);

26) neoplasie limitatamente a: terapia radiante, monitoraggio umorale e strumentale della crescita neoplastica e della terapia antiblastica;

27) psicosi limitatamente a: monitoraggio dei farmaci specifici;

28) spasticità da cerebropatia limitatamente a: monitoraggio dei farmaci specifici;

29) sindrome e morbo di Parkinson limitatamente a: monitoraggio dei farmaci specifici;

30) epilessia limitatamente a: monitoraggio dei farmaci antiepilettici;

31) retinite pigmentosa limitatamente a: fondo dell’occhio, visus, elettroretinogramma, campimetria;

32) rettocolite ulcerosa e morbo di Crohn limitata mente a: rettoscopia pancolonscopia con relative biopsie intestinali, clisma opaco, radiologia convenzionale digerente, clisma del tenue, ecografia addome, emocromocitometria, proteine, totali ed elettroforesi;

33) fibrosi cistica del pancreas limitatamente a: omocromia sottomettere, proteine, albumina. elettroliti, radiologia convenzionale del torace;

34) epatite cronica attiva e cirrosi epatica, cirrosi biliare primitiva limitatamente a: proteine totali, albumina, immunoglobuline, ammonio, elettroliti, vilirubina, transaminasi (AST, ALT), gammaglutamiltrasferasi(GGT), fosfalasi alcalina (ALP). emocromocitometria, autoanticorpi, anticorpi specifici, markers dell’epatite, esogacogramma;

35) trapianto d’organo limitatamente a: monitoraggio della funzione degli organi trapiantati; monitoraggio . della terapia antirigetto;

36) i donatori di sangue in rapporto con gli atti di donazione;

37) i donatori viventi d’organo compresi i donatori di midollo emopoietico in connessione con gli atti di donazione.

Articolo 4

Sono esentati dal pagamento delle quote di partecipazione alla spesa sanitaria per le prestazioni farmaceutiche, di diagnostica strumentale e di laboratorio e per le prestazioni specialistiche correlate alle specifiche patologie di cui sono affetti:

1) i nati prematuri ed immaturi e i nati a termine in terapia intensiva neonatale e patologie correlate nei primi tre anni di vita;

2) i nati con gravi deficit psichici, fisici e sensoriali;

3) i tossicodipendenti in relazione ai trattamenti di disassuefazione;

4) i tossicodipendenti residenti in comunità di recupero.

Articolo 5

Sono esenti dal pagamento delle quote di partecipazione alla spesa sanitaria le prestazioni di diagnostica strumentale e di laboratorio e le altre prestazioni specialistiche richieste nell’ambito di interventi e campagne di prevenzione collettiva autorizzati con atti formali delle Regioni. Le predette prestazioni sono parimenti esenti quando derivino da obblighi di legge o siano disposte nel prevalente interesse della collettività.

Articolo 6

1. I cittadini appartenenti ad una delle categorie sottoelencate sono esentati dalla partecipazione alla spesa per la generalità delle prestazioni sanitarie. con esclusione comunque dei farmaci diversi da quelli inclusi nel prontuario:

a) invalidi di guerra appartenenti alla categorie dalla 1ª alla 5ª;

b) invalidi per lavoro con una riduzione della capacità lavorativa superiore ai due terzi;

c) invalidi per servizio appartenenti alle categorie dalla 1ª alla 5ª;

d) invalidi civili con una riduzione della capacità lavorativa superiore ai due terzi;

e) invalidi civili con assegno di accompagnamento;

f) ciechi e sordomuti indicati, rispettivamente. dagli articoli 6 e 7 della legge 2 aprile 1968, n. 482.

2. I cittadini appartenenti ad una delle categorie sottoelencate sono esentati dalla partecipazione alla spesa sanitaria, limitatamente alle prestazioni correlate alla patologia invalidante con esclusione comunque dei farmaci diversi da quelli inclusi nei prontuario:

a) invalidi di guerra appartenenti alle categorie dalla 6ª alla 8ª;

b) invalidi per lavoro con una riduzione della capacità lavorativa inferiore ai due terzi;

c) infortunati sul lavoro o affetti da malattie professionali;

d) invalidi per servizio appartenenti alle categorie dalla 6ª alla 8ª.

Articolo 7

1. L’accertamento delle forme morbose di cui al presente decreto deve essere operato esclusivamente nelle strutture universitarie o nelle strutture sanitarie ospedaliere ed ambulatoriali a gestione diretta o convenzionate obbligatoriamente. Dette strutture provvedono, altresì, a fornire alla valutazione dei medici curanti gli indirizzi diagnostici e terapeutici che si riconnettono alle suddette forme morbose.

2. L’attestato di esenzione è rilasciato dalla Unità sanitaria locale sulla base della certificazione redatta dalle strutture di cui al comma 1 o della documentazione attestante l‘appartenenza ad una delle categorie contemplate dall’articolo 6.

3. L’attestato di esenzione deve indicare, sia pure in foma codificata, la patologia che dà luogo all’esenzione o l‘appartenenza ad una delle categorie contemplate dall’articolo 6.

4. La ricetta non può contenere contestualmente la prescrizione di farmaci esenti ai sensi del presente decreto e di farmaci non esenti. Analoga procedura deve essere osservata per le richieste di prestazioni diagnostiche e di altre prestazioni specialistiche esenti ai sensi del presente decreto con altre prestazioni non esenti.

Articolo 8

1. Fino alla data di entrata in vigore del presente decreto si applicano le disposizioni del decreto ministeriale 24 maggio 1989

2. Le Regioni, entro il termine di due mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto, attuano un programma di revisione generalizzata delle esenzioni per forme morbose in atto alla stessa data attraverso le strutture previste dall’articolo 7.

3. Le attestazioni di esenzione già rilasciate alla data di pubblicazione del presente decreto e riferite alle forme morbose e alle altre situazioni soggettive contemplate dagli articoli 1, 3, 4 e 6 del decreto medesimo conservano la loro efficacia fino al termine indicato al comma 2 o alla loro eventuale scadenza ove anteriore al termine stesso, alla condizione che rechino l’indicazione della forma morbosa o della situazione soggettiva cha dà luogo all’esenzione. Se prive di tale indicazione, le medesime attestazioni devono essere convalidate entro la data di entrata in vigore del presente decreto presso le strutture delle Unità sanitarie locali, sulla base della documentazione sanitaria acquisita agli atti della Unità sanitaria locale stessa o esibiti dagli interessati.

Articolo 9

Le disposizioni di cui al presente decreto entrano in vigore il trentesimo giorno a decorrere dalla data di pubblicazione del decreto medesimo nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.

* Vedi DM 5.9..91 e DM 30.12.91.


DELIBERAZIONE CIPE 30 LUGLIO 1991
(in Gazzetta Ufficiale 9 gennaio 1991 n. 6)

Approvazione delle modificazioni al programma di
interventi urgenti per la lotta all’AIDS di cui
all’articolo l della legge 5 giugno 1990, n. 135

 

IL COMITATO INTERMINISTERIALE PER LA
PROGRAMMAZIONE ECONOMICA

Vista la legge 5 giugno 1990, n. 135, concernente il programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS;

Visto in particolare il terzo comma dell’articolo 7 della predetta legge che tra l’altro demanda al CIPE l’approvazione del programma di interventi suddiviso per Regioni e Province autonome, con l’indicazione della localizzazione e del dimensionamento delle strutture da realizzare;

Vista la propria deliberazione del 3 agosto 1990, con la quale è stato approvato il programma anzidetto;

Visto il decreto del Ministro del bilancio e della programmazione economica, di concerto con il Ministro della sanità, in data 1° dicembre 1990, con il quale, ai sensi dell’articolo 2, terzo comma, della predetta legge 135/1990, si è reso esecutivo il piano di interventi anzidetto;

Vista la proposta del Ministero della sanità in data 1° febbraio 1991 (rettificata con nota del 3 maggio l991), concernente alcune variazioni da apportare, su richiesta delle Regioni interessate, alla localizzazione delle strutture indicate nel programma medesimo, nel limite complessivo dei posti letto già definiti;

Tenuto conto che il Ministro della sanità, in data 18 giugno 1991, ha sentito il Consiglio sanitario nazionale in ordine alla proposta in esame;

Considerato che il diverso evolversi della malattia nell’ambito regionale rende necessaria una costante valutazione dei relativi bisogni con conseguente necessità di adeguare il programma già approvato alle mutate esigenze - sempre restando nel limite complessivo dei posti letto già definiti;

DELIBERA

Sono approvate le modificazioni al programma di interventi urgenti per la lotta all’AIDS proposte dal Ministro della sanità con la relazione indicata in premessa.

Con il decreto del Ministro del bilancio, di concerto con il Ministro della sanità, previsto dall’articolo 2 della legge 135/90, sarà data esecuzione alla presente deliberazione.

(è omesso l’allegato)


DECRETO INTERMINISTERIALE 31 LUGLIO 1991
(in Gazzetta Ufficiale 9 gennaio 1991 n. 6)

Modificazioni al programma di interventi urgenti
per la lotta all’AIDS

 

IL MINISTRO DEL BILANCIO E DELLA
PROGRAMMAZIONE ECONOMICA DI CONCERTO
CON IL MINISTRO DELLA SANITÀ

Vista la legge 5 giugno 1990, n. 135, concernente il programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS;

Visto in particolare il terzo comma dell’articolo 2 della predetta legge che tra l’altro demanda al CIPE l’approvazione del programma di interventi suddiviso per Regioni e Province autonome, con l’indicazione della localizzazione e del dimensionamento delle strutture da realizzare;

Vista la deliberazione del CIPE in data 3 agosto 1990 con la quale è stato approvato il programma anzidetto;

Visto il decreto del Ministro del bilancio e della programmazione economica, di concerto con il Ministro della sanità, in data 14 dicembre 1990, con il quale, ai sensi dell’articolo 2, terzo comma, della predetta legge n. 135/1990, si è reso esecutivo il piano di interventi anzidetto;

Vista la proposta del Ministro della sanità al CIPE in data 1° febbraio 1991 (rettificata con nota del 3 maggio 1991), concernente alcune variazioni da apportare, su richiesta delle Regioni interessate, alle localizzazioni delle strutture indicate nel programma medesimo, nel limite complessivo dei posti letto già definiti;

Considerato che il diverso evolversi della malattia nell’ambito regionale rende necessaria una costante valutazione dei relativi bisogni con conseguente necessità di adeguare il programma già approvato alle mutate esigenze, sempre restando nel limite complessivo dei posti letto già definiti;

Vista la deliberazione del CIPE in data 30 luglio 1991, con la quale sono state approvate le modificazioni al programma di interventi urgenti per la lotta all’AIDS proposte dal Ministro della sanità;

DECRETA:

Sono rese esecutive le modificazioni al programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS - approvate dal CIPE nella seduta del 30 luglio 1991 – relative alle localizzazioni delle strutture indicate nel programma medesimo, afferenti le Regioni Friuli- Venezia Giulia, Liguria, Lazio e Calabria, nei limiti dei posti letto già definiti.

Le modificazioni anzidette sono riportate nell’allegato 1 che fa parte integrante del presente decreto.

(è omesso l’allegato)


DECRETO MINISTERIALE 13 SETTEMBRE 1991
(in Gazzetta Ufficiale 24 settembre 1991 n. 224)

Approvazione degli schemi-tipo di convenzione per
la disciplina dei rapporti inerenti al trattamento a
domicilio dei soggetti affetti da AIDS e patologie correlate

 

IL MINISTRO DELLA SANITÀ:

Vista la legge 5 giugno 1990, n. 135, "Programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS";

Visto in particolare l’articolo 1, comma 2, di detta legge che disciplina l’attivazione, da parte delle Unità sanitarie locali, sulla base di indirizzi regionali, di servizi per il trattamento a domicilio di soggetti affetti da AIDS e patologie correlate;

Considerato che il trattamento di cui trattasi può essere attuato sia presso il domicilio dei pazienti, con l’eventuale ricorso ad istituzioni di volontariato ed organizzazioni assistenziali diverse, sia presso idonee residenze collettive o case alloggio, sulla base di convenzioni le cui modalità devono essere definite da apposito decreto ministeriale;

Considerato che con atto di indirizzo e coordinamento in corso di emanazione ai sensi dell’articolo 5 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, vengono stabiliti criteri uniformi per l’attivazione da parte delle Unità sanitarie locali dei servizi di cui trattasi, in ottemperanza a quanto è previsto, al riguardo, dal comma 3 del richiamato articolo 1 della legge 5 giugno 1990, n. 135;

Ritenuto di definire, conseguentemente, le modalità del convenzionamento, approvando due schemi-tipo da utilizzare ai fini della disciplina dei rapporti di cui trattasi;

Visto il parere in merito espresso dal Consiglio sanitario nazionale e dalla Commissione nazionale per la lotta contro l’AlDS;

DECRETA:

Sono approvati gli schemi-tipo di convenzione per la disciplina dei rapporti tra Unità sanitarie locali ed istituzioni del volontariato ed organizzazioni assistenziali diverse, e tra le Unita sanitarie locali e strutture che gestiscono residenze collettive o case alloggio nei testi allegati al presente decreto, rispettivamente sotto le lettere A) e B).

(si omettono gli allegati)


DECRETO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
14 SETTEMBRE 1991
(in Gazzetta Ufficiale 18 settembre 1991 n. 219)

Atto di indirizzo e coordinamento alle regioni per
l’attivazione dei servizi per il trattamento a domicilio
dei soggetti affetti da AIDS e patologie correlate

 

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, d’intesa con il Ministro della sanità;

Vista la legge 5 giugno 1990, n. 135, concernente programmi di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS;

Visto in particolare l’articolo 1, comma 2, della citata legge n. 135 del 1990 che prevede: a) che siano gradualmente attivati servizi per il trattamento a domicilio di soggetti affetti da AIDS e patologie correlate finalizzati a garantire una idonea e qualificata assistenza nei casi in cui, superata la fase acuta della malattia, sia possibile la dimissione dall’ospedale e la prosecuzione delle occorrenti terapie presso il domicilio dei pazienti; b) che il trattamento a domicilio abbia luogo mediante l’impiego del personale infermieristico del reparto ospedaliero da cui è disposta la dimissione, con la consulenza dei medici del reparto stesso, con la partecipazione all’assistenza del medico di famiglia e la collaborazione, quando possibile, del volontariato e del personale infermieristico e tecnico dei servizi territoriali; c) che il trattamento a domicilio possa essere attuato anche presso residenze collettive o case alloggio, con il ricorso a personale infermieristico convenzionato che opererà secondo le indicazioni dei responsabili del reparto ospedaliero;

Considerato che per l’attivazione dei servizi di cui trattasi, entro il limite massimo di 2100 posti, vengono dalla legge destinati 20 miliardi per l’anno 1990 e 60 miliardi a regime, a partire dall’anno 1991;

Atteso che, con deliberazione del CIPE del 28 giugno 1990, è stata ripartita tra le Regioni e province autonome la disponibilità relativa all’anno 1990, in ragione del numero dei casi di AIDS registrati a tutto il 31 marzo 1990, e che sulla base del medesimo criterio è stata effettuata anche la ripartizione delle disponibilità finanziarie per l’anno 1991;

Visto il comma 3 dell’articolo della legge n. 135 del 1990, con il quale si stabilisce che con atto di indirizzo e coordinamento, da emanare ai sensi dell’articolo 5 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, siano determinati criteri uniformi per l’organizzazione dei servizi di cui trattasi, anche per ciò che attiene agli organici del personale;

Tenuto conto degli approfondimenti effettuati, nell’ambito della Commissione nazionale per la lotta all’AIDS, circa i criteri per una adeguata organizzazione che corrisponda, tra l’altro, alle differenti esigenze che si presentano nelle varie realtà locali;

Visto l’articolo 5, secondo comma, della legge 23 dicembre 1978, n. 833;

Sentito il Consiglio sanitario nazionale nella seduta del 3 luglio 1991;

Visto l’articolo 1, comma 1, lettera hh), della legge 12 gennaio 1991, n. 13;

In conformità alla deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 2 agosto 1991;

DECRETA:

È approvato il seguente atto di indirizzo e coordinamento alle Regioni.

Articolo 1
Articolazione dei servizi per il trattamento a domicilio

1. La programmazione degli interventi indicati nelle premesse nei confronti dei soggetti affetti da AIDS, con patologie ad essa correlate, per i quali sia stata effettuata la notifica del caso secondo la normativa vigente, è effettuata, da parte delle Regioni e Province autonome tenendo conto dei seguenti indirizzi:

a) attivazione presso residenze collettive o case alloggio, che siano dotate di personale in possesso degli indispensabili requisiti di esperienza ed idoneità professionale, di un numero di posti per il trattamento di soggetti affetti da AIDS e patologie correlate pari al 25 per cento di quelli complessivamente disponibili, da utilizzare quando sussistano condizioni di inadeguatezza e difficoltà ambientali che non consentano il trattamento a domicilio;

b) attivazione del trattamento a domicilio per il restante 75 per cento dei posti complessivamente disponibili, ricorrendo per il 25 per cento dei posti a convenzioni con istituzioni di volontariato e con organizzazioni assistenziali diverse e, per il 50 per cento dei posti, alla diretta attività assistenziale del personale del reparto ospedaliero da cui è disposta la dimissione.

2. Il trattamento di cui al comma 1, lettera a), è attuato prioritariamente nei confronti dei soggetti affetti da AIDS con più rilevanti limitazioni dell’autosufficienza in condizioni di terminalità.

3. Per i soggetti affetti da AIDS con manifestazioni patologiche di minore rilevanza potranno essere stipulate convenzioni ai fini dell’assistenza presso residenze collettive o case alloggio anche in deroga alle modalità e condizioni stabilite ai sensi dell’articolo 2, comma 1, lettera a), con retta giornaliera commisurata alle effettive prestazioni assistenziali erogate, quando per oggettive difficoltà ambientali risulti impossibile attuare il trattamento assistenziale presso il loro privato domicilio.

Articolo 2
Destinazione delle risorse finanziarie

1. Sulla base della ripartizione degli interventi di cui all’articolo 1, le risorse finanziarie complessivamente disponibili per l’attivazione dei servizi di trattamento a domicilio sono così destinate:

a) lire 23 miliardi per la stipula di convenzioni con idonee residenze collettive o case alloggio, secondo modalità e condizioni da definire con l’apposito decreto ministeriale previsto dall’articolo 1, comma 2, della legge 5 giugno 1990, n. 135, entro il complessivo numero di 525 posti a livello nazionale e sulla base di una retta media giornaliera di lire 120 mila, comprensiva degli oneri di assistenza sanitaria medico-generica, infermieristica e riabilitativa, del trattamento alberghiero, nonché delle attività di aiuto o sostegno alla persona;

b) lire 15 miliardi per la stipula di convenzioni per l’assistenza a domicilio con istituzioni di volontariato e con organizzazioni assistenziali diverse, secondo modalità e condizioni da definire con l’apposito decreto ministeriale previsto dall’articolo 1, comma 2, della citata legge n. 135, entro il complessivo numero di 525 posti a livello nazionale e sulla base di un contributo medio giornaliero di lire 80 mila, comprensivo della spesa per l’assistenza sanitaria medico-generica, infermieristica e riabilitativa, nonché di quella relativa alle attività di aiuto e sostegno domestico, qualora l’ente locale competente non sia in grado di sopperirvi in tutto o in parte;

c) lire 16 miliardi per l’integrazione degli organici dei reparti di ricovero di malattie infettive e degli altri reparti eventualmente individuati dalle Regioni e Province autonome ai sensi dell’articolo 1, comma 4, della legge n. 135, con 290 unità di infermieri professionali e, ove necessario, con 90 unità di medici, psicologi e assistenti sociali da utilizzare nelle attività relative al trattamento a domicilio, per il complessivo numero di 1050 assistiti a livello nazionale;

d) lire 6 miliardi per spese organizzative e di viaggio e per altre eventuali spese necessarie per l’attuazione della assistenza domiciliare.

2. Al personale di cui al comma 1, lettera c), si applicano le disposizioni sulla formazione e sull’aggiornamento professionale previste dall’articolo 1, comma 1, lettera d), della legge n. 135.

Articolo 3
Collegamento, controllo e rilevazione dati

1. Al personale di cui all’articolo 2, lettera c), va attribuito, oltre il compito di assicurare il trattamento a domicilio nei confronti dei soggetti che non fruiscono del trattamento attraverso le istituzioni di volontariato e le organizzazioni assistenziali convenzionate, nel rispetto delle norme di protezione di cui al decreto del Ministro della sanità del 28 settembre 1990, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 235 dell’8 ottobre 1990, anche quello di attuare il collegamento, il controllo e la rilevazione dei dati informativi riguardanti la generalità dei soggetti in trattamento a domicilio.

2. Il personale infermieristico potrà essere, se necessario, reperito anche mediante convenzioni conformi allo schema definito con il decreto di cui all’articolo 1, comma 2, della legge n. 135, ovvero mediante assunzioni per chiamata diretta, con rapporti di lavoro a tempo parziale a norma dell’articolo 4, comma 5, della stessa legge.

Articolo 4
Programma regionale degli interventi

1. La ripartizione degli interventi secondo i rapporti di proporzionalità specificati negli articoli l e 2, con riferimento alla dimensione nazionale, costituisce per quanto attiene l’ambito della programmazione regionale un criterio orientativo, che le singole Regioni dovranno sottoporre ad attenta verifica adeguando le soluzioni concrete alle esigenze locali e, in particolare, alla effettiva disponibilità nei diversi ambiti territoriali di idonee strutture residenziali collettive da utilizzare per l’attività assistenziale in collaborazione con i reparti ospedalieri ed alla concreta possibilità di fruire dell’apporto di istituzioni di volontariato o organizzazioni assistenziali per lo svolgimento in regime di convenzione delle attività innanzi precisate, in alternativa al trattamento da garantire mediante il diretto impiego del personale del reparto ospedaliero.

2. La ripartizione delle unità di personale infermieristico e dell’altro eventuale personale previsto dall’articolo 2, comma 1, lettera c), nell’ambito di ogni Regione e Provincia autonoma, dovrà aver luogo tenendo conto dell’effettivo impegno assistenziale che fa carico alle diverse strutture ospedaliere, evitando dispersioni ingiustificate.


DELIBERAZIONE CIPE 8 OTTOBRE 1991
(in Gazzetta Ufficiale 5 novembre 1991 n. 259)

Ripartizione di quote del fondo sanitario nazionale
destinate al finanziamento di alcuni interventi
previsti dalla legge 5 giugno 1990, n. 135 - Anno 1991
(con esclusione della ripartizione dei finanziamenti
per il potenziamento degli organici dei reparti
di malattie infettive

 

IL COMITATO INTERMINISTERIALE PER LA
PROGRAMMAZIONE ECONOMICA

Vista la legge 23 dicembre 1978, n. 833, istitutiva del Servizio sanitario nazionale;

Visto il decreto-legge 30 dicembre 1979, n. 663, convertito nella legge 29 febbraio 1980, n. 33, recante norme per il finanziamento del Servizio sanitario nazionale;

Vista la legge 5 giugno 1990, n. 135, concernente il programma di interventi urgenti per la lotta all’AIDS;

Visto, in particolare l’articolo 1, comma 1, lettere c), d) ed e), e comma 2 della legge 5 giugno 1990 n. 135, che determinino, tra l’altro, gli specifici interventi di carattere poliennale riguardanti l’assunzione di personale medico ed infermieristico, lo svolgimento dei corsi di formazione ed aggiornamento professionale, il potenziamento dei servizi di assistenza ai tossicodipendenti, nonché il trattamento domiciliare dei soggetti affetti da AIDS, nell’ambito del programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS;

Considerato che in base alle disposizioni della predetta legge n. 135/1990 il finanziamento degli interventi considerati avviene con quote annuali del fondo sanitario nazionale di parte corrente, vincolate allo scopo;

Vista la propria deliberazione in data 28 giugno 1990, con la quale è stata assegnata, per le finalità sopracitate, la somma di lire 155 miliardi per l’anno 1990;

Vista la proposta del Ministro della sanità in data 10 settembre 1991, concernente la ripartizione, sulla base dei criteri utilizzati per il 1990, della somma di 133 miliardi di lire per gli interventi più sopra indicati – a fronte di un importo complessivo pari a 253 miliardi di lire –, con esclusione dell’intervento di cui all’articolo 1, primo comma, lettera c), della legge n. 135/1990, per il quale resta accantonata, in attesa degli ulteriori approfondimenti richiesti dalla Conferenza Stato-Regioni la somma di 120 miliardi di lire;

Visto il parere espresso dalla Conferenza Stato-Regioni in data 11 luglio 1991;

DELIBERA:

È assegnata alle Regioni e Province autonome di Trento e di Bolzano, la somma di 133 miliardi di lire, a valere sulle quote accantonate di parte corrente del fondo sanitario nazionale 1991, di cui:

35 miliardi di lire per lo svolgimento dei corsi di formazione e aggiornamento professionale;

38 miliardi di lire per il potenziamento dei servizi di assistenza ai tossicodipendenti;

60 miliardi di lire per il trattamento a domicilio dei soggetti affetti da AIDS e patologie correlate.

Le somme anzidette sono ripartite come da allegata tabella, che fa parte integrante della presente deliberazione.

(è omessa la tabella)


DECRETO MINISTERIALE 4 NOVEMBRE 1991
(in Gazzetta Ufficiale 22 novembre 1991 n. 274)

Modalità di prescrizione della specialità medica Retrovir

 

IL MINISTRO DELLA SANITÀ

Visto il proprio decreto 15 luglio 1991, con il quale, fra l’altro, è stata concessa la vendita al pubblico nelle farmacie della specialità medicinale "Retrovir", registrata a nome della società Fhe Welcome Foundation Ltd di Londra, rappresentata in Italia dalla Welcome S.p.a. di Pomezia;

Vista la legge 5 giugno 1990, n. 135, recante programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS;

Visti, in particolare, gli articoli 5 e 6 della legge predetta, che contengono norme dirette a tutelare la riservatezza delle persone infette da HIV;

Ritenuto opportuno assicurare, alla luce dei principi ispiratori della citata legge, l’anonimato dei destinatari delle prescrizioni della specialità medicinale "Retrovir" indicata nei casi di infezione da HIV;

Ritenuto, altresì, opportuno approvare un nuovo elenco delle strutture pubbliche autorizzate a prescrivere la specialità medicinale "Retrovir", in sostituzione di quello allegato al citato decreto 15 luglio 1991, e prevedere le modalità per gli aggiornamenti del predetto elenco;

DECRETA:

Articolo 1

Ferme restando le precedenti modalità di impiego e distribuzione ospedaliera del farmaco, la specialità medicinale "Retrovir", in confezioni da 100 capsule da 100 mg - codice n. 026697019 e 40 capsule da 250 mg - codice n. 026697021, può essere venduta al pubblico nelle farmacie solo su prescrizione delle strutture pubbliche riportate nell’elenco accluso al presente decreto, che sostituisce quello allegato al decreto ministeriale 15 luglio 1991, e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 178 del 31 luglio 1991.

2. La prescrizione in regime di Servizio sanitario nazionale deve essere fatta utilizzando il ricettario in vigore; sulla ricetta, a richiesta dell’interessato, potranno essere indicate le sole iniziali del cognome e nome dell’assistito, fatte salve le restanti formalità di compilazione della ricetta stessa.

Articolo 2

1. L’elenco di cui all’articolo 1, comma 1. potrà essere aggiornato dalla Direzione generale del Servizio farmaceutico di questo Ministero. su proposta della Commissione nazionale per la lotta contro l’AIDS. Gli aggiornamenti sono pubblicati nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana a cura della predetta Direzione generale.

(si omette l’elenco)


ATTO DI INTESA TRA STATO E REGIONI
PER LA DEFINIZIONE DI INDIRIZZI AI FINI
DI UNA ORGANICA DISTRIBUZIONE DEI
COMPITI TRA LE STRUTTURE OSPEDALIERE
E I SERVIZI TERRITORIALI NELLE ATTIVITÀ
DI PREVENZIONE E ASSISTENZA
DELLE INFEZIONI DA HIV
(in Gazzetta Ufficiale 5 dicembre 1991 n. 285)

(7 novembre 1991)

LA CONFERENZA STATO-REGIONI:

Vista la legge 5 giugno 1990, n. 135: "Programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS";

Considerato che con la richiamata legge, è stato, in particolare, definito un programma di costruzioni e ristrutturazioni dei reparti di ricovero più direttamente interessati all’assistenza alle persone affette da AIDS e patologie correlate al fine di adeguare alle esigenze assistenziali le condizioni di funzionalità dei predetti reparti, dal punto di vista sia della strutturazione edilizia e delle dotazioni strumentali che dei requisiti ambientali e di sicurezza;

Ritenuto che per l’efficacia degli interventi necessari per la prevenzione, l’assistenza ed il trattamento dei soggetti con infezione da HIV è opportuno prevedere, con criteri di uniformità a livello nazionale, anche una organica distribuzione di compiti tra le strutture ospedaliere e i diversi servizi territoriali nonché la definizione di adeguate modalità di coordinamento operativo, ivi compresa la rilevazione dei dati a fini epidemiologici;

Considerato che la diffusione dell’infezione da HIV ha determinato un rilevante coinvolgimento nelle attività di ordine assistenziale, psicologico, sociale ed educativo da parte di associazioni di volontariato ed altri organismi che operano nel settore, il cui apporto va considerato nell’ambito del coordinamento generale;

Viste le risoluzioni approvate dalla Camera dei deputati in data 2 marzo 1990 e dal Senato della Repubblica in data 16 maggio 1990, in ordine alla necessità che la rete assistenziale per le attività di prevenzione, diagnosi e cura nelle infezioni da HIV venga più puntualmente definita individuando i criteri per una organica distribuzione di compiti tra le strutture di ricovero ed i diversi, servizi territoriali, sanitari e sociali;

Ritenuta la necessità di stabilire criteri uniformi all’anzidetto fine, per i conseguenti interventi di carattere programmatorio ed organizzativo di competenza delle Regioni e Province autonome;

Visto il parere favorevole espresso dalla Commissione nazionale per la lotta contro l’AIDS e dal Consiglio sanitario nazionale;

Approva il seguente atto di intesa per l’uniforme disciplina della materia di cui trattasi:

Articolo 1
Articolazione della rete assistenziale

1. Al fine di assicurare una maggiore efficacia ed organicità agli interventi necessari per la prevenzione dell’infezione da HIV e per l’assistenza e il trattamento dei soggetti ammalati, le attività delle strutture ospedaliere e dei servizi territoriali che hanno competenza nel settore, sono operativamente coordinate secondo i criteri e le modalità risultanti dalle norme seguenti, in tre livelli di intervento corrispondenti a funzioni distinte ma interattive, gerarchicamente organizzate. L’articolazione definita con il presente provvedimento riguarda le sole attività relative alla prevenzione e all’assistenza nelle infezioni da HIV e non incide sui criteri di organizzazione dei presidi e servizi attuati dalle Regioni e Province autonome nell’ambito del Servizio sanitario nazionale.

Articolo 2
Rete assistenziale di primo livello

1. La rete assistenziale di primo livello è costituita dal complesso dei servizi territoriali che rappresentano, in collegamento con i medici e i pediatri di base, il primo momento di contatto del cittadino con il sistema sanitario pubblico, nonché da alcuni presidi ambulatoriali cui sono demandate attività specifiche di prevenzione, informazione ed assistenza nell’area di cui trattasi.

2. Fanno parte dei servizi e presidi territoriali con compiti di primo livello, in particolare:

a) le strutture appartenenti ai distretti sanitari di base;

b) i poliambulatori ospedalieri;

c) i consultori familiari e i servizi di igiene pubblica e di medicina preventiva;

e) i servizi per le malattie a trasmissione sessuale;

f) i servizi per l’assistenza ai tossicodipendenti;

g) i poliambulatori extraospedalieri;

h) altri servizi che siano stati costituiti in rapporto a specifiche esigenze sanitarie di gruppi di popolazione, individuati dalle singole Regioni.

3. Sono collegati con i presidi e servizi territoriali di primo livello, per quanto di loro competenza, i medici e i pediatri di base, le comunità terapeutiche residenziali e non residenziali nonché i centri trasfusionali, nell’esecuzione delle attività di cui all’articolo 3 della legge 4 maggio 1990, n. 107.

4. Sono collegati, altresì, con i presidi e servizi territoriali di primo livello, per quanto di loro competenza, i servizi sanitari penitenziari ai fini dello svolgimento delle attività previste nelle apposite convenzioni da stipulare con le Unità sanitarie locali, sulla base di uno schema tipo concordato tra il Ministero della sanità e il Ministero di grazia e giustizia, sentito il Consiglio sanitario nazionale.

5. I servizi e presidi territoriali di primo livello forniscono ogni utile collaborazione ai centri di informazione e consulenza nelle scuole previsti dall’articolo 87 della legge n. 162 del 1990, ai fini della attuazione dei programmi di educazione alla salute, con particolare riguardo alla diffusione, con le opportune modalità, delle informazioni concernenti le infezioni da HIV.

Articolo 3
Compiti dei servizi e presidi territoriali di primo livello

1. I servizi e presidi territoriali di primo livello hanno i seguenti compiti:

a) svolgere attività di educazione sanitaria nei confronti degli assistiti, sia direttamente che mediante idoneo materiale fornito dagli organismi competenti, promuovendo l’adesione volontaria all’esecuzione del test per la ricerca degli anticorpi anti-HlV, in particolare per i soggetti per comportamenti a rischio;

b) garantire, anche in collegamento con i servizi psicologici e psichiatrici e con altri servizi, il "counselling" nella fase che precede l’effettuazione del test, curando l’avvio dei pazienti alle strutture di secondo livello;

c) acquisire informazioni, su richiesta, in merito alla sorveglianza clinica praticata dai centri di secondo e terzo livello su assistiti che siano sieropositivi asintomatici, anche allo scopo di partecipare ad eventuali attività diagnostiche e terapeutiche utili per il monitoraggio dei pazienti;

d) consigliare individualmente gli assistiti sulle modalità per evitare il contagio e, per i soggetti sieropositivi, sul rispetto delle norme per la prevenzione della trasmissione dell’infezione, in modo particolare ai partner sessuali;

e) informare i soggetti con comportamenti a rischio e i sieropositivi sulla assoluta necessità di non donare sangue;

f) dare informazioni alle donne in età fertile sui rischi dell’infezione da HIV, indirizzandole ai centri di secondo e terzo livello sulla base delle necessità.

Articolo 4
Compiti specifici di alcuni servizi e presidi territoriali
di primo livello

1. Oltre ai compiti comuni a tutte le strutture di primo livello per i sottoindicati servizi e presidi sono da ritenere di competenza specifica le seguenti attività:

a) Per i consultori familiari:

la diffusione di informazioni sulle modalità di trasmissione delle infezioni in genere e in particolare di quelle da HIV;

l’informazione alle donne sieropositive gestanti circa il rischio di trasmissione dell’infezione al prodotto del concepimento;

l’effettuazione del "counselling" ed eventualmente del prelievo di sangue per la ricerca degli anticorpi;

l’avvio delle donne sieropositive ai centri di secondo e terzo livello e dei nati da madre sieropositiva ai centri designati per il "follow-up" di neonati e minori sieropositivi;

l’informazione alle coppie in cui uno dei partner sia sieropositivo sulle modalità per evitare la trasmissione dell’infezione al partner ancora sieronegativo;

l’attivazione, in collaborazione con altri servizi sanitari e sociali, delle misure per sostenere le gestanti sieropositive nelle loro esigenze cliniche, psicologiche e sociali.

b) Per i servizi per l’assistenza ai tossicodipendenti:

l’adozione, nell’osservanza delle vigenti norme, delle opportune iniziative ai fini della esecuzione del test per la ricerca degli anticorpi anti-HIV nei confronti dei tossicodipendenti assistiti, in particolare al momento dell’avvio del trattamento e, successivamente, con frequenza periodica quando si tratti di soggetti sieronegativi, l’avvio dei soggetti risultati sieropositivi alle strutture di secondo e terzo livello;

il collegamento con le comunità terapeutiche per la gestione clinica e assistenziale dei soggetti con infezione da HIV, sulla base degli indirizzi predisposti dal Ministero della sanità, sentita la Commissione nazionale per la lotta contro l’AIDS;

l’assistenza, se le caratteristiche organizzative e funzionali del servizio lo consentono, in collegamento con i centri di secondo e terzo livello competenti per territorio, ai soggetti in trattamento che siano sieropositivi, al fine di rilevare l’eventuale comparsa di sintomi e la collaborazione con i predetti centri nella gestione dei casi;

lo svolgimento delle altre attività di prevenzione e assistenza indicate dalle vigenti norme regolamentari.

c) Per i servizi per le malattie a trasmissione sessuale, per i servizi di immunoematologia e trasfusioni (limitatamente ai donatori) e per gli altri servizi istitutivi in rapporto a specifiche esigenze sanitarie di gruppi di popolazione, in grandi aree urbane:

la diffusione di informazioni concernenti le modalità di trasmissione dell’infezione da HIV;

l’effettuazione del "counselling" pre e post-test ed il prelievo per la ricerca degli anti-corpi a specifici gruppi di popolazione;

l’avvio dei soggetti sieropositivi ai centri di secondo e terzo livello per il "follow-up".

d) Per i servizi sanitari penitenziari:

la promozione della adesione volontaria al test per la ricerca degli anticorpi anti-HIV, garantendo la confidenzialità del risultato del test;

l’assistenza ai soggetti sieropositivi con la consulenza di specialisti e in collegamento con i centri di secondo e terzo livello competenti per territorio;

l’attuazione delle terapie antivirali ai soggetti suscettibili di trattamento presso i servizi sanitari penitenziari, fornendo costantemente informazioni sull’andamento di dette terapie ai centri di secondo e terzo livello sulla base di indicazioni della Commissione nazionale per la lotta contro l’AIDS e curando l’invio dei detenuti con infezioni opportunistiche in atto ai centri medesimi.

Articolo 5
Attività diagnostica ambulatoriale

1. I poliambulatori identificati dalle Unità sanitarie locali nell’ambito della programmazione regionale, possono effettuare il prelievo per la ricerca degli anticorpi anti-HIV, previo "counselling" pre-test, avviando i soggetti ai centri di secondo e terzo livello per la risposta dell’eventuale "follow-up".

2. Le Regioni possono individuare, anche nell’ambito dei poliambulatori ospedalieri, idonee strutture per la effettuazione dei prelievi, del test e la consegna dei referti.

3. I presidi e servizi di primo livello assicurano un flusso informativo costante sulla loro attività, secondo le indicazioni formulate dalle Regioni, nell’ambito del sistema informativo sanitario nazionale.

Articolo 6
Rete assistenziale di secondo livello

1. La rete assistenziale di secondo livello è costituita dai centri ospedalieri ed universitari dotati di divisione di malattie infettive, che svolgono attività di diagnosi e cura e dagli ambulatori relativi. I piani delle Regioni e delle Province autonome possono identificare come centri di secondo livello altre strutture ospedaliere ed universitarie, che posseggano, sulla base di specifiche esperienze maturate, le competenze specialistiche necessarie ad affrontare in chiave interdisciplinare una patologia complessa e diversificata quale quella derivante dall’infezione da HIV, nonché strutture idonee a consentire una corretta ospedalizzazione.

Articolo 7
Compiti dei centri di secondo livello

1. I centri di secondo livello hanno i seguenti compiti:

svolgere attività di "counselling" nella fase che precede e in quella che segue l’effettuazione del test;

effettuare i prelievi, i test e la consegna dei referti;

effettuare la sorveglianza clinica dei soggetti asintomatici;

attuare i trattamenti terapeutici tenendo costantemente informati i servizi e presidi di primo livello, delegando eventualmente ad alcune di queste strutture, quando le relative caratteristiche organizzative e funzionali lo consentano, l’effettuazione di tali terapie, sulla base di protocolli e indicazioni della Commissione per la lotta contro l’AIDS;

collaborare alla attuazione dei trattamenti domiciliari;

garantire la possibilità di effettuazione del test per la ricerca degli anticorpi anti-HIV in totale anonimato, e con la effettuazione del "counselling" pre e post-test;

fornire consulenza sia organizzativa che clinica alle strutture di primo livello, garantendo una collaborazione specialistica anche per la prescrizione di farmaci e distribuzione controllata;

assistere i soggetti sieropositivi sintomatici, attuando la stadiazione e la sorveglianza periodica sia clinica che di laboratorio;

curare i rapporti con i servizi per i tossicodipendenti, con le comunità terapeutiche e con le associazioni del volontariato;

organizzare, con il coordinamento delle strutture infettivologiche, gli interventi multidisciplinari sia diagnostici che terapeutici richiesti dai servizi e presidi di primo livello per le diverse specialità (ematologia, immunologia clinica, neurologia, psichiatria, pneumologia, oculistica, dermatologia, ecc.);

attuare, sia in regime di ricovero ordinario che di "day hospital" o di ambulatorio, i protocolli di terapia anti-virale nonché le chemioterapie antitumorali e le profilassi contro le infezioni opportunistiche;

2. Il ricovero di pazienti con AIDS in atto è effettuato di norma presso i reparti di malattie infettive nei centri ospedalieri ed universitari e negli altri reparti identificati dalle Regioni secondo quanto previsto dall’articolo 5.

3. I centri di secondo livello assicurano un flusso informativo costante sulla loro attività, secondo le indicazioni formulate dalle Regioni, nell’ambito del sistema informativo sanitario nazionale.

4. Presso i centri di secondo livello deve essere assicurata la presenza di psicologi.

Articolo 8
Rete assistenziale di terzo livello

1. La rete assistenziale di terzo livello è costituita da centri ospedalieri, universitari e dagli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico che svolgono interventi impegnativi e qualificati dal punto di vista tecnico-scientifico nelle attività di prevenzione assistenza e ricerca.

2. I centri di terzo livello, in aggiunta ai requisiti previsti per il secondo livello, debbono:

a) essere situati nelle grandi aree urbane nelle quali è attualmente concentrata la parte più rilevante dei soggetti affetti da infezione da HIV;

b) disporre di competenze professionali di particolare specializzazione in tutti i settori interessati dalla patologia da HIV, rivolte sia alla diagnosi, all’assistenza e alla terapia dei pazienti che alle attività di ricerca e di formazione;

c) essere in grado di garantire, direttamente o attraverso circuiti già attivati nell’ambito operativo del centro, l’esecuzione di attività diagnostiche e di laboratorio e livello avanzato.

3. Le Regioni e Province autonome individuano, nel rispetto dei criteri suddetti, la struttura da qualificare quali centri di terzo livello. Nel caso di Regioni o Province autonome che non dispongono di presidi con le indicate caratteristiche sarà fatto riferimento a centri esistenti in altra Regione.

4. Le Regioni e Province autonome individuano altresì in base all’esperienza maturata ed all’assistenza già prestata, un centro di terzo livello dedicato agli specifici problemi dall’infezione da HIV nell’età pediatrica, ubicato presso presidi dotati di tutte le competenze specialistiche che concorrono alla diagnostica delle complesse patologie associate nelle infezioni da HIV nei bambini.

5. I centri di terzo livello possono essere realizzati mediante il collegamento tra più strutture dotate delle competenze necessarie anche se ubicate nel territorio di più Unità sanitarie locali. In tale caso viene costituito un comitato per il coordinamento delle diverse attività. La collaborazione tra i presidi è definita da accordi formali, per regolare sia le varie fasi in cui si articola l’intervento sanitario come i relativi aspetti amministrativi e finanziari. Di norma deve essere previsto un modello operativo inter specialistico e multidisciplinare periodicamente valutato. La qualificazione di centro di terzo livello non comporta assegnazioni di attività di forma esclusiva, essendo attribuita al solo fine di individuare una sede operativa formata da esperti nei vari campi per ambiti territoriali determinati.

Articolo 9
Compiti dei centri di terzo livello

1. I centri di terzo livello, le cui attribuzioni comprendono anche le funzioni assegnate al primo e secondo livello, hanno i seguenti compiti:

realizzano il collegamento permanente con i centri di secondo livello per l’aggiornamento del personale, anche mediante periodi di frequenza necessari per valutare protocolli da adottare congiuntamente;

garantire una qualificata e completa assistenza ai malati di AIDS con problematiche particolarmente complesse sul piano diagnostico e terapeutico;

eseguire, nel contesto degli ospedali in cui sono inseriti, indagini non effettuabili presso la rete di secondo livello;

assicurare l’esecuzione di interventi diagnostici e terapeutici avanzati, eventualmente mediante ricorso a circuiti organizzativi esterni prestabiliti;

verificare l’efficacia, nonché la rispondenza a criteri etici, delle procedure diagnostiche e terapeutiche adottate e da adottare;

programmare ed effettuare ricerche in collaborazione con l’Istituto superiore di sanità, con il Consiglio nazionale delle ricerche, con le Regioni e con altri organismi organizzati;

fornire, su richiesta, il necessario supporto ai servizi di primo e secondo livello per le attività di ricerca nonché gli opportuni collegamenti con gli organismi regionali, nazionali ed internazionali;

condurre studi clinici controllati per la valutazione della efficacia e della eventuale tossicità dei farmaci;

gestire programmi di ricerca policentrici per la sperimentazione di farmaci e di metodi diagnostici;

svolgere le attività di informazione e di formazione.

Articolo 10
Centri di riferimento

1. Nell’ambito delle strutture classificate di terzo livello le Regioni e Province autonome individuano i centri di riferimento di cui all’articolo 9, comma 2, della legge 5 giugno 1990, n. 135, aventi il compito di coordinare per ampi bacini di utenza, l’attività dei servizi e delle strutture interessate alla lotta contro l’AIDS, attuare la sorveglianza epidemiologica e pianificare interventi di informazione e formazione, assicurando la necessaria dotazione di personale.

2. Le attività di cui al comma 1 possono essere realizzate anche mediante convenzioni con le Università e con gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico.

3. Ai centri di riferimento possono essere affidati i compiti previsti dalla circolare n. 900.2/AG.208.6/147 del 30 gennaio 1988 del Ministero della sanità, relativa alle infezioni ospedaliere.

Articolo 11
Periodica revisione dei criteri di organizzazione
della rete assistenziale

1. In considerazione della grande dinamicità che caratterizza le questioni riguardanti le infezioni da HIV sotto l’aspetto epidemiologico, clinico, scientifico, assistenziale e psicosociale le suddette indicazioni saranno periodicamente ridefinite allo scopo di mantenere sempre aggiornato un corretto rapporto tra le esigenze della popolazione e le risposte fornite dai servizi.

2. Specifiche raccomandazioni tecniche ed indicazioni sulle modalità di assistenza con infezione da HIV, potranno essere periodicamente definite dalla Commissione nazionale per la lotta contro l’AIDS.


DECRETO PRESIDENTE CONSIGLIO
DEI MINISTRI
15 NOVEMBRE 1991
(in Gazzetta Ufficiale 19 novembre 1991 n. 271)

Delega al Ministro della sanità per l’esercizio delle
funzioni di presidente del Comitato interministeriale
per la lotta all’AIDS

 

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI:

Vista la legge 23 agosto 1981, n. 400;

Vista la legge 5 giugno 1990, n. 135;

Considerato che, a termini dell’articolo 8 della legge 5 giugno 1990, n. 135, è stato istituito, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Comitato interministeriale per la lotta all’AlDS;

Ritenuto opportuno delegare al Ministro della sanità le funzioni di Presidente del predetto Comitato;

DECRETA:

Il Ministro della sanità, on. prof. Francesco De Lorenzo, è delegato ad esercitare le funzioni di Presidente del Comitato interministeriale per la lotta all’AIDS.


DELIBERAZIONE CIPE 26 NOVEMBRE 1991
(in Gazzetta Ufficiale 13 dicembre 1991 n. 292)

Ripartizione di quote del fondo sanitario nazionale
destinate al potenziamento degli organici dei reparti
di malattie infettive di cui all’articolo 1 della
legge 5 giugno 1990, n. 135 - Anno 1991

 

IL COMITATO INTERMINISTERIALE PER LA
PROGRAMMAZIONE ECONOMICA

Vista la legge 23 dicembre 1978, n. 833, istitutiva del Servizio sanitario nazionale;

Visto il decreto-legge 30 dicembre 1979, n. 663, convertito nella legge 29 febbraio l960, n. 33, recante norme per il finanziamento del Servizio sanitario nazionale;

Vista la legge 5 giugno 1990, n. 135, concernente il programma di interventi urgenti per la lotta all’AIDS;

Visto, in particolare, l’articolo 1, comma 1, lettere c), d), ed e), e comma 2, della citata legge 5 giugno 1990 n. 135 che determina, tra l’altro, gli specifici interventi di carattere poliennale riguardanti l’assunzione di personale medico ed infermieristico, lo svolgimento dei corsi di formazione ed aggiornamento professionale, il potenziamento dei servizi di assistenza ai tossicodipendenti, nonché il trattamento domiciliare dei soggetti affetti da AIDS, nell’ambito del programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS;

Considerato che in base alle disposizioni della predetta legge 135/90 il finanziamento degli interventi considerati avviene con quote annuali del fondo sanitario nazionale di parte corrente, vincolate allo scopo, determinate per l’anno 1991 in lire 253 miliardi;

Vista la propria deliberazione in data 8 ottobre 1991, con la quale è stata assegnata, per le finalità sopracitate, la somma di lire 133 miliardi per l’anno 1991, accantonando l’ulteriore somma di 120 miliardi di lire per l’assunzione di personale medico ed infermieristico;

Vista la proposta del Ministro della sanità in data novembre 1991, concernente la ripartizione della quota di lire 120.000.000.000 finalizzata al potenziamento degli organici dei reparti di malattie infettive di cui all’articolo 1, primo comma, lettera c), della già citata legge n. 135/90, precedentemente accantonata;

Visto il parere espresso dalla Conferenza Stato-Regioni in data 7 novembre 1991;

DELIBERA:

È assegnata alle Regioni e Province Autonome di Trento e di Bolzano, la somma di lire 120.000.000.000 a valere sulle quote accantonate di parte corrente del fondo sanitario nazionale 1991, per il potenziamento degli organici dei reparti di malattie infettive.

L’importo è ripartito secondo l’allegata tabella, che fa parte integrante della presente deliberazione.

Il Ministro della sanità è invitato a presentare, annualmente a questo Comitato, una relazione sull’attuazione dei piani regionali predisposti sulla base delle linee guida ministeriali.

(è omessa la tabella)


DELIBERAZIONE CIPE 31 GENNAIO 1992
(in Gazzetta Ufficiale 4 marzo 1992 n. 53)

Ripartizione di quote del Fondo sanitario nazionale
destinate al finanziamento, tra l’altro,
del Programma n. 6 del Piano sanitario nazionale
"Lotta all’AIDS" - Anno 1991

 

IL COMITATO INTERMINISTERIALE PER LA
PROGRAMMAZIONE ECONOMICA

Vista la legge 23 dicembre 1978, n. 833, istitutiva del Servizio sanitario nazionale;

Visto il decreto-legge 30 dicembre 1979, n. 663, convertito nella legge 23 febbraio 1980, n. 33, recante norme per il finanziamento del Servizio sanitario nazionale;

Visto l’articolo 20 del decreto-legge 28 dicembre 1989, n. 415, convertito nella legge 28 febbraio 1990, n. 38, che prevede l’esclusione delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome dalla ripartizione del fondo sanitario nazionale in conto capitale, a decorrere dall’anno 1990;

Visto l’articolo 4, comma 14, della legge 30 dicembre 1991, n. 412, il quale prevede, tra l’altro, che per l’anno 1991 lo stanziamento di cui all’articolo 6 della legge 29 dicembre 1990, n. 428, - relativo alla corresponsione di borse di studio a medici specializzandi - venga integrato di lire 30 miliardi, utilizzando una quota parte delle risorse accantonate sul fondo sanitario nazionale 1991 di parte corrente, da destinare nel medesimo anno agli interventi di piano sanitario;

Vista la precedente deliberazione in data 12 marzo 1991, con la quale sono state accantonate somme di parte corrente e in conto capitale del fondo sanitario nazionale 1991, in attesa di proposte di riparto da parte del Ministro della sanità;

Vista la proposta del Ministro della sanità in data 16 gennaio 1992, concernente l’assegnazione di somme residue di parte corrente ed in conto capitale per il finanziamento di alcuni programmi previsti nel piano sanitario nazionale;

Ritenuto di condividere i criteri di riparto proposti dal Ministro della sanità;

Visto il parere espresso dalla Conferenza Permanente per i rapporti tra Stato e Regioni in data 14 gennaio 1992;

DELIBERA:

1) A valere sull’accantonamento del fondo sanitario nazionale 1991 - parte corrente - sono assegnate alle Regioni e Province autonome interessate, le seguenti somme:

lire 219.000.000.000 per la realizzazione del programma "Tutela della salute degli anziani", finalizzate in particolare:

- all’assistenza domiciliare integrata;

- alle convenzioni con RSA private o all’attivazione di RSA a gestione pubblica;

- alla formazione degli operatori.

lire 30.000.000.000 per il programma "Tutela della salute dei nefropatici", finalizzati al:

- finanziamento degli interventi relativi alla dialisi domiciliare, ai centri di assistenza limitata, ai servizi dialitici ospedalieri ed ai servizi di mobilità dei pazienti;

- potenziamento delle attività di prelievo d’organo e trapianto;

lire 38.000.000.000 per il programma "Lotta alle malattie cardiovascolari", da destinare al:

- potenziamento delle strutture dedicate alla diagnostica non invasiva;

- potenziamento selettivo dei centri particolarmente attivi di cardiologia interventistica;

- potenziamento selettivo dei centri cardiochirurgici;

- potenziamento dei servizi di anatomia patologica impegnati nel trapianto cardiaco.

lire 25.000.000.000 per il programma "Tutela della salute materno-infantile" finalizzata:

- agli interventi di riabilitazione e recupero delle disabilità infantili, inclusa la sindrome di Down;

- al potenziamento di tre centri di oncoematologia infantile nelle Regioni Veneto, Liguria e Sicilia.

lire 36.000.000.000 per il programma "Lotta all’AIDS" da destinare:

- al miglioramento delle misure di controllo sulle donazioni di sangue;

- al potenziamento dei laboratori di analisi;

- alle iniziative di formazione locale;

- alla corresponsione di contributi alle associazioni di volontariato.

lire 25.000.000.000 per il programma "Prevenzione e cura dell’handicap" così destinate:

- attuazione di corsi di formazione nelle Regioni Piemonte, Lombardia e Toscana cui far partecipare anche il personale di altre Regioni;

- potenziamento dei centri esistenti od istituzione, in alcune Regioni carenti, di nuovi centri di unità spinali.

Le somme sopraelencate sono ripartite secondo gli importi di cui all’allegata tabella A) che fa parte integrante della presente deliberazione.

Sulle medesime disponibilità residue di parte corrente del fondo sanitario nazionale 1991, è accantonata la somma di lire 30.000.000.000 per le finalità indicate in premessa.

2) A valere sulle residue disponibilità del fondo sanitario nazionale 1991 - parte in conto capitale - sono assegnate alle Regioni a statuto ordinario le seguenti somme:

lire 36.200.000.000 per il programma "Tutela della salute dei nefropatici", finalizzate:

- al finanziamento di interventi relativi alla dialisi domiciliare;

- al finanziamento dei centri di assistenza limitata;

- al finanziamento della dialisi ospedaliera e della nefrologia;

- al finanziamento dei centri di rianimazione;

lire 40.500.000.000 per il programma "Lotta alle malattie cardiovascolari", finalizzate:

- al potenziamento delle strutture dedicate alla diagnosi precoce;

- al rinnovo ed al completamento degli impianti di cardiologia invasiva;

- al rinnovo ed al completamento delle unità operative di cardiochirurgia;

lire 20.000.000.000 per il programma "Tutela della salute materno infantile" da destinarsi:

- agli interventi di trasporto neonatale di emergenza;

- al potenziamento di un centro di oncoematologia pediatrica nella Regione Veneto;

- agli investimenti nel settore degli interventi di riabilitazione e recupero, compresa la sindrome di Down;

- al completamento interventi già avviati nei settori della genetica, nefrologia, epatologia;

lire 20.000.000.000 per il programma "Lotta all’AIDS" con particolare riguardo al potenziamento dei servizi per le tossicodipendenze, ai fini della prevenzione dell’AIDS;

lire 14.000.000.000 per il programma "Prevenzione e cura dell’handicap", con particolare riguardo all’istituzione di nuovi servizi di unità spinali ed al potenziamento di quelli esistenti.

lire 29.260.000.000 per il programma "Assistenza oncologica", con particolare riguardo al potenziamento delle dotazioni tecnologiche nelle regioni maggiormente carenti.

Le somme sopraelencate sono ripartite secondo gli importi di cui all’allegata tabella B) che fa parte integrante della presente deliberazione.

Le Regioni e Province autonome nel finalizzare le somme assegnate ai diversi interventi previsti dai singoli programmi terranno, conto delle specifiche ripartizioni formulate nella proposta del Ministro della sanità richiamata in premessa, provvedendo alle eventuali compensazioni tra gli importi indicati, qualora alcuni servizi risultino già realizzati.

(sono omesse le tabelle)


LEGGE 25 FEBBRAIO 1992 N. 210
(in Gazzetta Ufficiale 6 marzo 1992 n. 55)

Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati
da complicanze di tipo irreversibile a causa
di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e
somministrazione di emoderivati

 

Articolo 1

1. Chiunque abbia riportato, a causa di vaccinazioni obbligatorie per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria italiana, lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente della integrità psico-fisica, ha diritto ad un indennizzo da parte dello Stato, alle condizioni e nei modi stabiliti dalla presente legge.

2. L’indennizzo di cui al comma 1 spetta anche ai soggetti che risultino contagiati da infezioni da HIV a seguito di somministrazione di sangue e suoi derivati, nonché agli operatori sanitari che, in occasione e durante il servizio, abbiano riportato danni permanenti alla integrità psico-fisica conseguenti a infezione contratta a seguito di contatto con sangue e suoi derivati provenienti da soggetti affetti da infezione da HIV.

3. I benefici di cui alla presente legge spettano altresì a coloro che presentino danni irreversibili da epatiti post-trasfusionali.

4. I benefici di cui alla presente legge spettano alle persone non vaccinate che abbiano riportato, a seguito ed in conseguenza di contatto con persona vaccinata, i danni di cui al comma 1; alle persone che, per motivi di lavoro o per incarico del loro ufficio o per potere accedere ad uno Stato estero, si siano sottoposte a vaccinazioni che, pur non essendo obbligatorie, risultino necessarie; ai soggetti a rischio operanti nelle strutture sanitarie ospedaliere che si siano sottoposti a vaccinazioni anche non obbligatorie.

Articolo 2

1. L’indennizzo di cui all’articolo 1, comma 1, consiste in un assegno non reversibile determinato nella misura di cui alla tabella B allegata alla legge 29 aprile 1976, n. 177, come modificata dall’articolo 8 della legge 2 maggio 1984, n. 111.

2. L’indennizzo di cui al comma 1, integrato dall’indennità integrativa speciale di cui alla legge 27 maggio 1959, n. 324 e successive modificazioni, ha decorrenza dal primo giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda.

3. Qualora a causa delle vaccinazioni o delle patologie previste dalla presente legge sia derivata la morte, spetta, in sostituzione dell’indennizzo di cui al comma 1, un assegno una tantum nella misura di lire 50 milioni da erogare ai soggetti a carico nel seguente ordine: coniuge, figli minori, figli maggiorenni inabili al lavoro, genitori, fratelli minori, fratelli maggiorenni inabili al lavoro.

4. Qualora la persona sia deceduta in età minore, l’indennizzo spetta ai genitori o a chi esercita la potestà parentale.

Articolo 3

1. I soggetti interessati ad ottenere l’indennizzo di cui all’articolo 1, comma 1, presentano domanda al Ministro della sanità entro il termine perentorio di tre anni nel caso di vaccinazioni o di dieci anni nei casi di infezioni da HIV. I termini decorrono dal momento in cui, sulla base della documentazione di cui ai commi 2 e 3, l’avente diritto risulti aver avuto conoscenza del danno.

2. Alla domanda è allegata la documentazione comprovante: la data della vaccinazione, i dati relativi al vaccino, le manifestazioni cliniche conseguenti alla vaccinazione e l’entità delle lesioni o dell’infermità da cui è derivata la menomazione permanente del soggetto.

3. Per le infezioni da HIV la domanda deve essere corredata da una documentazione comprovante la data di effettuazione della trasfusione o della somministrazione di emoderivati con l’indicazione dei dati relativi all’evento trasfusionale o all’emoderivato, nonché la data dell’avvenuta infezione da HIV.

4 Alla domanda di indennizzo ai sensi dell’articolo 2, comma 3, è allegata la documentazione comprovante: la data della vaccinazione, i dati relativi al vaccino, le manifestazioni cliniche conseguenti alla vaccinazione e il decesso. Per le infezioni da HIV alla domanda è allegata la documentazione comprovante la data di effettuazione della trasfusione o della somministrazione di emoderivati con l’indicazione dei dati relativi all’evento trasfusionale o all’emoderivato nonché la data dell’avvenuto decesso.

5. Il medico che effettua la vaccinazione di cui all’articolo 1 compila una scheda informativa dalla quale risultino gli eventuali effetti collaterali derivanti dalle vaccinazioni stesse.

6. Il medico che effettua trasfusioni o somministra emoderivati compila una scheda informativa dei dati relativi alla trasfusione o alla somministrazione.

7. Per coloro che, alla data di entrata in vigore della presente legge, hanno già subito la menomazione prevista dall’articolo 1, il termine di cui al comma 1 del presente articolo decorre dalla data di entrata in vigore della legge stessa.

Articolo 4

1. Il giudizio sanitario sul nesso causale tra la vaccinazione, la trasfusione, la somministrazione di emoderivati, il contatto con il sangue e derivati in occasione di attività di servizio e la menomazione dell’integrità psico-fisica o la morte è espresso dalla Commissione medico-ospedaliera di cui all’articolo 165 del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1092.

2. La Commissione medico-ospedaliera redige un verbale degli accertamenti eseguiti e formula il giudizio diagnostico sulle infermità e sulle lesioni riscontrate.

3. La Commissione medico-ospedaliera esprime il proprio parere sul nesso causale tra le infermità o le lesioni e la vaccinazione, la trasfusione, la somministrazione di emoderivati, il contatto con il sangue e derivati in occasione di attività di servizio.

4. Nel verbale è espresso il giudizio di classificazione delle lesioni e delle infermità secondo la tabella A annessa al testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 23 dicembre 1978, n. 915, come sostituita dalla tabella A allegata al decreto del Presidente della Repubblica 30 dicembre 1981, n. 834.

Articolo 5

1. Avverso il giudizio della Commissione di cui all’articolo 4, è ammesso ricorso al Ministro della sanità. Il ricorso è inoltrato entro trenta giorni dalla notifica o dalla piena conoscenza del giudizio stesso.

2. Entro tre mesi dalla presentazione del ricorso, il Ministro della sanità, sentito l’Ufficio medico-legale, decide sul ricorso stesso con atto che è comunicato al ricorrente entro trenta giorni.

3. È facoltà del ricorrente esperire l’azione dinanzi al giudice ordinario competente entro un anno dalla comunicazione della decisione sul ricorso o, in difetto, dalla scadenza del termine previsto per la comunicazione.

Articolo 6

1. Nel caso di aggravamento delle infermità o delle lesioni, l’interessato può presentare domanda di revisione al Ministro della sanità entro sei mesi dalla data di conoscenza dell’evento.

2. Per il giudizio sull’aggravamento si osserva la procedura di cui agli articoli 3 e 4.

Articolo 7

1. Ai fini della prevenzione delle complicanze causate da vaccinazioni, le Unità sanitarie locali predispongono e attuano, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, progetti di informazione rivolti alla popolazione e in particolare ai donatori e ai soggetti riceventi materiali biologici umani, alle persone da vaccinare e alle persone a contatto.

2. I progetti di cui al comma 1 assicurano una corretta informazione sull’uso dei vaccini, sui possibili rischi e complicanze, sui metodi di prevenzione e sono prioritariamente rivolti ai genitori, alle scuole ed alle comunità in genere.

3. Le Regioni, attraverso le Unità sanitarie locali, curano la raccolta dei dati conoscitivi sulle complicanze da vaccino, anche al fine di adeguare a tali dati i progetti di informazione e i metodi di prevenzione.

Articolo 8

1. Gli indennizzi previsti dalla presente legge sono corrisposti dal Ministero della sanità.

2. All’onere derivante dall’applicazione della presente legge, valutato in lire 19 miliardi per l’anno 1992 e in lire 10 miliardi a decorrere dal 1993, si provvede mediante riduzione dello stanziamento iscritto al capitolo 4550 dello stato di previsione del Ministero della sanità per l’anno 1992 e corrispondenti capitoli per gli anni successivi.

3. Il Ministro del tesoro è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.


CIRCOLARE MINISTERO DELLA SANITÀ
10 APRILE 1992 N. 500.VII/AG.3/6274-BIS
(in Gazzetta Ufficiale 22 giugno 1992 n. 145)

Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da
complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni
obbligatorie, trasfusioni e somministrazione
di emoderivati; legge 25 febbraio 1992, n. 210

 

Le modalità che dovranno essere seguite dai soggetti richiedenti per agevolare le procedure connesse alla erogazione dell’indennizzo previsto dalla legge 25 febbraio 1992, n. 210, sono le seguenti:

1. In relazione all’articolo 1 si precisa che esso individua i destinatari dell’indennizzo nelle seguenti categorie:

1) i soggetti sottoposti a vaccinazione obbligatoria per legge, che abbiano riportato un danno permanente causalmente correlato;

2) i soggetti contagiati da HIV a seguito di trasfusione di sangue o di somministrazione di emoderivati;

3) gli operatori sanitari che abbiano riportato un’infezione da HIV a seguito di esposizione professionale a sangue o suoi derivati provenienti da soggetti HIV positivi;

4) i soggetti che presentino danni irreversibili a causa di epatiti post-trasfusionali;

5) i soggetti che, non vaccinati, abbiano riportato danni a seguito ed in conseguenza di contatto con persona vaccinata;

6) i soggetti danneggiati a seguito di vaccinazioni non obbligatorie, ma necessarie per motivi di lavoro, per incarichi d’ufficio, per accedere ad uno Stato estero;

7) coloro che, rientrando tra i soggetti a rischio operanti in strutture sanitarie ospedaliere, si siano sottoposti a vaccinazioni anche non obbligatorie riportandone un danno irreversibile causalmente correlato.

2. L’articolo 2 determina la misura dell’indennizzo, specificando che:

a) l’assegno mensile non è reversibile;

b) viene integrato dall’indennità integrativa speciale prevista dal vigente ordinamento;

c) la sua decorrenza va riferita al primo giorno del mese successivo a quello in cui viene presentata la domanda di indennizzo.

Inoltre, viene precisato che; ove a causa delle vaccinazioni o delle malattie previste nella legge stessa, sia derivata la morte, l’indennizzo è costituito da un assegno da corrispondersi una tantum agli aventi diritto. Questi ultimi sono: i genitori o gli esercenti la patria potestà nel caso in cui il deceduto sia minorenne, il coniuge, i figli minorenni, i figli maggiorenni inabili al lavoro, i genitori nel caso in cui il deceduto sia maggiorenne, i fratelli minorenni, i fratelli maggiorenni inabili al lavoro.

3. Nell’articolo 3 sono indicate le modalità per avanzare la richiesta di indennizzo e la documentazione da allegare alla stessa. È previsto, inoltre, che i medici vaccinatori e trasfusionisti compilino delle schede informative.

La domanda di indennizzo deve essere indirizzata al Ministero della sanità e, a seconda che la menomazione sia ritenuta correlata a vaccinazione ovvero a somministrazione di sangue ed emoderivati, è prevista una diversa documentazione da produrre.

In allegato alla presente circolare vengono proposti dei fac-simile di domanda, diversificati per le diverse situazioni previste.

4. Qualunque medico nell’esercizio della professione somministri un vaccino dovrà compilare una scheda dalla quale risultino eventuali effetti collaterali derivanti dalla somministrazione di quel vaccino e per i quali il vaccinato è ricorso alle sue cure. Tale scheda sarà conforme al modello allegato.

Il medico trasfusionista o che somministri emoderivati dovrà compilare una scheda. conforme al modello allegato, in cui dovrà annotare tutti i dati relativi al prodotto somministrato.

5. Coloro che alla data di entrata in vigore della presente legge abbiano già subito danni irreversibili causalmente posti in correlazione con la somministrazione di vaccini o di sangue ed emoderivati, alla domanda uniranno una scheda informativa conforme all’allegato. Tale scheda informativa non è richiesta per coloro che ritengano di aver subito un danno irreversibile a causa di contatto con soggetto vaccinato.

Infine, per coloro che abbiano già subito alla data di entrata in vigore della legge menomazioni a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati, il termine perentorio, di cui al comma 1, inizia a decorrere dalla predetta data (21 marzo 1992).

In considerazione del tempo di incubazione delle epatiti post-trasfusionali, contemplate al comma 3 dell’art. 1, il termine di prescrizione, per la presentazione della domanda di indennizzo per danni irreversibili alle medesime correlati, è assimilato a quello relativo alle vaccinazioni (tre anni).

(si omette l’allegato)


CIRCOLARE MINISTERO DELLA SANITÀ
10 APRILE 1992 N.17
(non pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale)

Misure di prevenzione della trasmissione dell’HIV
e di altri agenti patogeni nella donazione
di liquido seminale impiegato
per fecondazione assistita umana, nella donazione
d’organo, di tessuto e di midollo osseo

 

Con la circolare n. 19 del 27 aprile 1987 venivano diffuse misure di prevenzione della trasmissione dell’HIV e di altri agenti patogeni attraverso il seme umano impiegato per fecondazione artificiale a garanzia della salute sia della donna ricevente sia dell’eventuale nascituro.

Stante l’assenza di norme specifiche in materia, si rende necessario un aggiornamento della succitata circolare alla luce delle più recenti acquisizioni scientifiche, anche in considerazione di altre situazioni di trasmissione dell’HIV e di altri agenti patogeni quali la donazione d’organo, di tessuti e di midollo osseo.

Ogni potenziale donatore deve essere sottoposto ad attenta e completa anamnesi mirante ad accertare eventuali comportamenti a rischio, pregressi o in atto.

L’anamnesi deve mirare ad evidenziare le abitudini e lo stile di vita, anche sessuale, del potenziale donatore, l’eventuale assunzione di droghe, ogni tipo di malattia a trasmissione sessuale.

Nei criteri di esclusione del potenziale donatore si rimanda, inoltre, a quanto previsto dal D.M. 15.1.1991 relativo a "Protocolli per l’accertamento dell’idoneità del donatore di sangue ed emoderivati" (Gazzetta Ufficiale n. 20 del 24.1.1991).

L’esame obiettivo deve essere mirato anche alla ricerca di segni di malattie di origine virale o batterica, nonché di eventuali segni sul corpo di iniezioni endovenose che potrebbero segnalare l’uso di droghe.

Si raccomanda, inoltre, una efficace azione di "counselling" mirante ad una informazione responsabilizzante il potenziale donatore sulle possibili conseguenze di una donazione "a rischio".

È noto che, allo stato delle cose, le misure per la prevenzione della trasmissione dell’HIV attuabili per la donazione di liquido seminale sono più complete e sicure rispetto a quelle applicabili ai trapianti d’organo e midollo: infatti il liquido seminale deve essere utilizzato non prima di 180 giorni dalla donazione, dopo che il donatore è stato sottoposto al secondo test per anticorpi anti-HIV.

LIQUIDO SEMINALE

Indipendentemente dalla collocazione pubblica o privata dei Centri che praticano inseminazione pericervicale, intracervicale, intrauterina, intraperitoneale, intratubarica o in vitro, si forniscono le seguenti indicazioni:

1) Per le inseminazioni eterologhe deve essere utilizzato esclusivamente seme crioconservato dopo che sul donatore sono state eseguite ricerche sierologiche per anticorpi anti-HIV, ricerche che devono poi essere ripetute sul donatore stesso dopo almeno 180 giorni dalla data della raccolta del liquido seminale.

2) La raccolta, preparazione, crioconservazione del liquido seminale dei donatori, nonché l’utilizzo di tale liquido seminale deve avvenire all’interno della stesa struttura. Ciò al fine di fornire maggiori garanzie ed evitare commercializzazione.

3) Dovranno essere messi in atto criteri idonei ad identificare, dalla singola "paillette" o altro idoneo contenitore di stoccaggio del liquido seminale, il Centro ed il donatore (tramite codifica) nonché criteri per individuare le "paillette" o altri idonei contenitori di stoccaggio del liquido seminale appartenenti ad una data donazione e la data di quest’ultima.

4) Stante l’incertezza circa l’applicazione di norme preventive, l’importazione dall’estero di liquido seminale crioconservato costituisce un alto rischio.

5) I centri, gli istituti ed i sanitari che praticano fecondazione artificiale sono tenuti ad approntare uno schedario delle coppie che si sottopongono a tale pratica e dei donatori di gameti, schedari coperti da segreto professionale, ma contenenti tutte le indicazioni anamnestiche, cliniche e di laboratorio atte a documentare l’assenza di rischi.

Per quanto riguarda i donatori gli accertamenti devono riferirsi, anche tramite una accurata selezione clinico-anamnestica, alla negatività dei tests previsti per la donazione di sangue (sierodiagnosi per la lue, HIVab, HBsAg, HCVab) nonché all’assenza di infezioni da gonococco, herpes genitalis recidivante, clamydia trachomatis e da altri germi patogeni.

Risulta indispensabile, inoltre, l’esecuzione del cariotipo ed uno screening nei confronti della microcitemia, del favismo e dell’emofilia.

Misure aggiuntive dovranno essere prese da chi esegue la fecondazione artificiale, quando richiesto dal singolo caso, secondo le indicazioni di una corretta pratica clinica.

Al fine di tutelare l’eventuale nascituro la donna ricevente la donazione di liquido seminale deve essere previamente sottoposta ad uno screening assimilabile a quello del donatore stesso.

Anche il partner deve eseguire accertamenti idonei ad escludere la possibilità di trasmissione di malattie virali o batteriche attraverso il liquido seminale (HIV, lue, gonococco, epatite, ecc.).

6) Nel caso dell’inseminazione omologa potrebbe, a prima vista, ritenersi non legittimo l’accertamento delle condizioni di salute dei partners, in quanto tale accertamento non si verifica nelle attuali regolamentazioni italiane pre-matrimoniali nei preliminari della fecondazione naturale.

Tuttavia, trattandosi di un atto compiuto da un medico, quest’ultimo deve assicurarsi che da tale atto non derivi danno e, quindi, provvederà ad effettuare tutti gli accertamenti secondo le indicazioni di una corretta pratica clinica, compresa la ricerca degli anticorpi anti-HIV.

Presso l’Istituto superiore di sanità è stato istituito il Registro italiano per la procreazione medico-assistita: i centri, gli istituti ed i sanitari che praticano fecondazione artificiale sono invitati a fornire la massima collaborazione all’iniziativa

TRAPIANTI D’ORGANO O TESSUTI

La circolare n. 28 del 17 luglio 1985 della Direzione Generale dei servizi di igiene pubblica "Infezione da LAV/HTLV - Misure di sorveglianza e profilassi" prevede, per il trapianto di organo:

"In considerazione della persistenza del virus nei tessuti di organi e nello sperma, prima di procedere alla loro utilizzazione, dovrà essere esclusa la presenza dell’infezione nel donatore".

La prevenzione della trasmissione dell’infezione da HIV e di altri agenti patogeni attraverso il trapianto d’organi o tessuti da vivente segue le stesse linee guida adottate per la trasfusione di sangue o emoderivati.

Nel caso di donatore vivente si dovrà condurre un’analisi anamnestica molto approfondita, utilizzando anche i questionari adottati dalle singole Regioni per i donatori di sangue.

Nel caso di donatore cadavere ciò non è possibile e si dovrà effettuare l’anamnesi coinvolgendo parenti, familiari e amici.

Nel caso in cui il donatore di organi o tessuti sia anche donatore volontario di sangue e/o plasma, la rilevazione dei dati potrà avvalersi dei dati in possesso della struttura trasfusionale a cui il donatore fa riferimento.

In particolare i criteri da seguire possono essere riassunti nei seguenti due punti:

a) esclusione dalla donazione di organi o tessuti di tutti i soggetti in cui si evidenzia:

- presenza di anticorpi anti-HIV

- positività per HBsAg

- positività per anticorpi anti-HCV.

b) esclusione dalla donazione di organi o tessuti di tutti i soggetti con comportamenti a rischio.

Se una necessità urgente, limitatamente ai trapianti per i quali non esista una alternativa di trattamento, richiede di prendere in considerazione il trapianto di un organo da un donatore positivo per HBsAg (purché sia HBe e HDV negativo) e/o per anticorpi anti-HCV, e con comportamento a rischio, il medico del centro trapianti curante dovrà ottenere, se possibile, il consenso informato del ricevente o di chi decide per lui, facendogli presente il rischio che la pratica di trapianto comporta.

In ogni caso è escluso il trapianto da donatore HIV positivo.

TRAPIANTO DI MIDOLLO

I criteri di esclusione per i potenziali donatori di midollo osseo sono gli stessi adottati per i potenziali donatori di sangue: si fa pertanto riferimento a quanto previsto, al riguardo nel D.M. 27.12.1990 e nel D.M. 15.1.1991 emanati in applicazione della legge n.107 del 4.5.1990.

I criteri sopraindicati, peraltro già seguiti da diversi anni nella pratica quotidiana dai principali centri di procreazione medica assistita, dalle strutture trasfusionali e dai centri di riferimento per i trapianti d’organo, tessuti e midollo osseo, devono essere adottati su tutto il territorio nazionale.

Si confida nella massima collaborazione degli Assessorati alla sanità delle Regioni e Province autonome e delle altre istituzioni in indirizzo affinché venga data la più ampia diffusione alle disposizioni contenute nella presente.