BOLLETTINO PER LE FARMACODIPENDENZE E L'ALCOOLISMO

ANNO XXI 1998,  no. 4

CIRCOLARE MINISTERO DELLA SANITÀ
3 maggio 1994
(non pubblicata nella Gazzetta Ufficiale)

"Liquidazione degli indennizzi previsti
dalla legge n. 210 del 1992"

 

La legge 25 febbraio 1992, n. 210, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale - Serie generale - n. 55 del 6 marzo 1992, prevede il pagamento da parte dello Stato di un indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati.

L’articolo 1 della legge individua le categorie di soggetti che possono invocarne i benefici mentre l’articolo 2 - come modificato dall’articolo 10 del decreto-legge 8 marzo 1994, n. 164 - stabilisce quanto segue:

1. l’indennizzo consiste in un assegno non reversibile determinato nella misura di cui alla tabella B allegata alla legge 29 aprile 1976, n. 177, come modificata dall’articolo 8 della legge 2 maggio 1984, n. 111;

2. l’indennizzo di cui al comma 1 è integrato da una somma corrispondente all’importo dell’indennità integrativa speciale di cui alla legge 27 maggio 1959, n. 324, e successive modificazioni, prevista per la prima qualifica funzionale degli impiegati civili dello Stato ed ha decorrenza dal primo giorno del mese successivo a quello della presentazione della domanda.

La spesa relativa agli indennizzi in questione fa carico al capitolo 2599 dello stato di previsione del Ministero della sanità.

Gli indennizzi previsti dalla legge di che trattasi hanno natura risarcitoria e non sono soggetti ad alcuna ritenuta assistenziale nè ad alcuna ritenuta fiscale come precisato dal Ministero delle finanze con nota n. III-5393/94 del 15 aprile 1994; inoltre, in assenza di espressa previsione legislativa, essi sono da ritenersi cumulabili con ogni altro emolumento a qualsiasi titolo percepito.

Con decreto del Ministero della sanità di concerto con il Ministero del tesoro, datato 13 aprile 1994, che si allega in copia (all. n. 1), è stato stabilito che al pagamento degli assegni non reversibili di che trattasi provvedono le Direzioni provinciali del tesoro competenti per il luogo di residenza degli aventi diritto, sulla base di ruoli di spesa fissa individuali emessi dal Ministero della sanità e vistati dalla coesistente ragioneria centrale, ai sensi dell’art. 286 del Regolamento di contabilità generale dello Stato di cui al R.D. 23 maggio 1924, n. 827, trattandosi di spese di importo e scadenza fissi ed accertati.

I ruoli di spesa fissa saranno trasmessi alle Direzioni provinciali del Tesoro con elenchi da parte della Ragioneria centrale presso il Ministero della sanità.

I pagamenti saranno effettuati in rate bimestrali posticipate secondo la tabella allegata (all. n. 2).

Le modalità di pagamento saranno concordate direttamente tra la Direzione provinciale del Tesoro competente e il beneficiario.

Le Direzioni provinciali del Tesoro dovranno accertare ogni sei mesi l’esistenza in vita del beneficiario dell’indennizzo.

Qualora il beneficiario dell’indennizzo sia deceduto prima dell’inizio dei pagamenti, il relativo ruolo di spesa fissa dovrà essere restituito al Ministero della sanità (Direzione generale dei servizi di medicina sociale - Ufficio speciale per l’attuazione della legge 210/92 - Via della Civiltà romana, 7 - 0144 Roma); parimenti dovranno essere restituiti al Ministero della sanità i ruoli relativi a soggetti che, convocati dalla competente D.P.T., non si presentino, dopo 2 solleciti, entro 6 mesi dalla prima convocazione.

Il Ministero della sanità comunicherà tempestivamente alla D.P.T. competente qualsiasi notizia che comporti la chiusura della partita di spesa fissa.

Eventuali variazioni dell’entità degli indennizzi avverranno mediante ruoli di variazione emessi dal Ministero della sanità e trasmessi alle Direzioni provinciali del Tesoro con elenchi da parte della Ragioneria centrale.

La presente circolare viene diramata d’intesa con il Ministero del tesoro - Direzione generale dei servizi periferici - ai sensi dell’articolo 190 delle Istruzioni generali sui servizi del Tesoro.

Allegato 1

IL MINISTRO DELLA SANITÀ
di concerto con
ILMINISTRODELTESORO

Vista la legge 25febbraio 1992, n.210, che prevede un indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati;

Visto l’articolo 286 del Regio decreto 23maggio 1924, n.827;

Visto l’articolo 3 della legge 14 gennaio 1994, n. 20;

Considerato che, nell’ambito della legge 25 febbraio 1992, n.210, occorre stabilire le modalità di pagamento dell’indennizzo previsto dall’articolo 2 della legge stessa;

DECRETA

Art. 1

1. Al pagamento dell’assegno non reversibile previsto dall’articolo 2, comma 1, della legge 25 febbraio 1992, n.210, provvedono le Direzioni provinciali del tesoro competenti per il luogo di residenza degli aventi diritto, sulla base di ruoli di spesa fissa emessi dal Ministero della sanità e vistati dalla coesistente Ragioneria centrale.

2. L’assegno "una tantum" previsto dal terzo comma del predetto articolo 2 è corrisposto ai soggetti ivi contemplati direttamente dal Ministero della sanità.

Art.2

1. La spesa relativa agli assegni di cui al precedente articolo 1 viene imputata al capitolo 2599 dell’esercizio 1994 del Ministero della sanità e al corrispondente capitolo per gli anni successivi a partire dal 1995.

Roma, 13 aprile 1994.

Allegato 2
Importi bimestrali degli indennizzi previsti
dalla legge 25 febbraio 1992, n.210

Categoria

Indennizzo

Integrazione

Totale

Prima

359.500

1.991.765

2.351.265

Seconda

323.500

1.991.765

2.315.265

Terza

287.750

1.991.765

2.279.515

Quarta

251.835

1.991.765

2.243.600

Quinta

215.835

1.991.765

2.207.600

Sesta

179.835

1.991.765

2.171.600

Settima

143.915

1.991.765

2.135.680

Ottava

107.915

1.991.765

2.099.680


Sentenza 23 maggio-2 giugno 1994 n. 218
della corte costituzionale
(in Gazzetta Ufficiale 8 giugno 1994 n. 24)

 

Giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale.

Sanità pubblica - Interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS - Possibilità di accertamenti sanitari dell’assenza di sieropositività all’infezione da Hiv con garanzia di riservatezza, anche contro la volontà degli interessati - Svolgimento di attività che per la loro particolare natura presentano il serio rischio di trasmissione dell’infezione - Omessa previsione - Esigenza di tutela del diritto alla salute dei destinatari delle prestazioni sanitarie e comunque nei casi di assistenza e cura della persona - Illegittimità costituzionale.

(Legge 5 giugno 1990, n. 135, art. 5, terzo e quinto comma).

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

Presidente: prof. Francesco Paolo CASAVOLA

Giudici: prof. Gabriele PESCATORE, prof. Antonio BALDASSARRE, prof. Vincenzo CAIANIELLO, avv. Mauro FERRI, prof. Luigi MENGONI, prof. Enzo CHELI, dott. Renato GRANATA, prof. Giuliano VASSALLI, prof. Francesco GUIZZI, prof. Cesare MIRABELLI, prof. Fernando SANTOSUOSSO, avv. Massimo VARI, dott. Cesare RUPERTO;

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 5, terzo, e quinto comma, e 6 della legge 5 giugno 1990, n. 135 (Programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS) promosso con ordinanza emessa il 15 maggio 1993 dal Pretore di Padova, nel procedimento civile vertente tra Patrizia Marchioro e l’Associazione Opera Immacolata Concezione (O.I.C.), iscritta al n. 403 del registro delle ordinanze 1993 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 30, prima serie speciale, dell’anno 1993;

Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

Udito nella camera di consiglio del 12 gennaio 1994 il Giudice relatore Cesare Mirabelli;

Ritenuto in fatto

1. - Con ordinanza emessa il 15 maggio 1993 il Pretore di Padova ha sollevato, in riferimento all’art. 32, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale degli artt. 5, terzo e quinto comma, e 6 della legge 5 giugno 1990, n. 135 (Programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS). La questione è stata sollevata nel corso di un procedimento civile promosso dall’operatrice di assistenza Patrizia Marchioro nei confronti dell’Associazione Opera Immacolata Concezione (O.I.C.), diretto ad ottenere un provvedimento d’urgenza, in base all’art. 700 cod. proc. civ., che le consentisse di riprendere la normale attività lavorativa dopo essere stata cautelarmente sospesa dal servizio, ma non dalla retribuzione, per essersi rifiutata di sottoporsi ad esami sanitari presso la Divisione malattie infettive dell’Ospedale di Padova, diretti ad accertare l’esistenza o meno di infezione da HIV.

L’art. 5 della legge n. 35 del 1990 stabilisce che nessuno può essere sottoposto, senza il proprio consenso, ad analisi tendenti ad accertare l’infezione da HIV, se non per motivi di necessità clinica nel suo interesse(terzo comma), e che l’accertata infezione da HIV non può costituire motivo di discriminazione in particolare, tra l’altro, per l’accesso a posti di lavoro o per il mantenimento di essi (quinto comma). L’art. 6 vieta ai datori di lavoro di svolgere indagini dirette ad accertare, nei dipendenti o per l’instaurazione di un rapporto di lavoro, l’esistenza di uno stato di sieropositività.

Il Pretore rileva, che, nel caso sottoposto al suo esame, la richiesta di accertamenti sanitari era stata motivata da parte del datore di lavoro escludendo ogni finalità di discriminazione ma affermando la necessità, collegata all’assunzione delle relative responsabilità, di appurare se l’operatrice in questione fosse in possesso dell’integrità fisica richiesta per le delicate mansioni di assistenza svolte sulle persone di ricoverati non autosufficienti. Lo stesso giudice ritiene che le disposizioni legislative in questione, escludendo comunque la possibilità di analisi e di accertamenti sanitari su un eventuale stato di sieropositività senza il consenso dell’interessato, siano in contrasto con l’art. 32 della Costituzione, nella parte in cui non prevedono la possibilità di prescindere, limitatamente ai casi di specifiche attività lavorative che, per la loro particolare natura, presentino il serio rischio di trasmissione dell’infezione da HIV dall’operatore di assistenza all’assistito.

Il Pretore considera la legge n. 135 del 1990 informata a principi di alto valore sociale ed all’apprezzabile esigenza di non discriminare o isolare, nemmeno sul lavoro, le persone sieropositive o affette da AIDS. Ma ritiene che la stessa legge presenti profili in contrasto con l’art. 32 della Costituzione, non consentendo, per le attività che presentano rischio di trasmissione dell’infezione, di effettuare accertamenti sanitari, anche contro la volontà dell’interessato, con le dovute garanzie di riservatezza ed al fine di tutelare la salute come interesse della collettività e dei terzi.

Il Pretore motiva la rilevanza della questione affermando che, se le norme denunciate sono costituzionalmente illegittime, il ricorso proposto per ottenere la reintegrazione d’urgenza nell’attività lavorativa dovrebbe essere respinto.

2. - Nel giudizio dinanzi alla Corte è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata non fondata.

L’Avvocatura ricorda che un’ingerenza nella sfera della salute dei singoli cittadini può essere consentita solo entro limiti circoscritti ed osserva che il legislatore, nel prevedere la necessità del consenso dell’interessato per l’accertamento dell’assenza di sieropositività, ha correttamente rispettato la libertà di autodeterminazione di costui. Nè vi sarebbe motivo di ritenere che l’inserimento del malato di AIDS nel tessuto sociale, per l’espletamento di un rapporto di lavoro possa di per sè rappresentare un fattore di pericolosità tale da giustificare l’adozione di misure di prevenzione invasive della sfera di libertà del cittadino.

Considerato in diritto

1. - La questione sottoposta all’esame della Corte concerne il programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS dettato con la legge 5 giugno 1990, n. 135 che, nel disciplinare l’accertamento dell’infezione e le rilevazioni epidemiologiche, stabilisce che nessuno può essere sottoposto senza il suo consenso ad analisi tendenti ad accertare l’infezione da HIV, se non per motivi di necessità clinica nel suo interesse (art. 5, terzo comma). La stessa disposizione esclude discriminazioni in caso di accertata infezione da HIV per l’accesso o il mantenimento di posti di lavoro (art. 5, quinto comma). Inoltre l’art. 6 vieta ai datori di lavoro di svolgere indagini dirette ad accertare l’esistenza di uno stato di sieropositività nei dipendenti o in persone prese in considerazione per l’instaurazione di un rapporto di lavoro.

Ad avviso del Pretore di Padova questa disciplina, pur essendo informata a principi di alto valore sociale ed all’apprezzabile esigenza di non discriminare o isolare, neppure sul lavoro, le persone sieropositive o affette da AIDS, sarebbe in contrasto con l’art. 32 della Costituzione, che tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo ed interesse della collettività, nella parte in cui non prevede, limitatamente alle attività che per la loro particolare natura presentano il serio rischio di trasmissione dell’infezione, la possibilità di accertamenti sanitari, con garanzie di riservatezza, anche contro la volontà degli interessati.

2. - Il giudice rimettente, indicando quale parametro del giudizio di legittimità costituzionale l’art. 32, primo comma, della Costituzione, invoca l’applicazione del principio di tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.

In proposito la Corte ha più volte affermato che la salute è un bene primario, costituzionalmente protetto, il quale assurge a diritto fondamentale della persona, che impone piena ed esaustiva tutela (sentenze n. 307 e 455 del 1990), tale da operare sia in ambito pubblicistico che nei rapporti di diritto privato (sentenze n. 202 del 1991, n. 559 del 1987 e n. 184 del 1986).

La tutela della salute comprende la generale e comune pretesa dell’individuo a condizioni di vita, di ambiente e di lavoro che non pongano a rischio questo suo bene essenziale. Sotto il profilo dell’assistenza pubblica la tutela della salute si specifica nel diritto , basato su norme costituzionali di carattere programmatico, all’erogazione, nel contesto delle compatibilità generali non irragionevolmente valutate dal legislatore, di adeguate prestazioni di prevenzione e cura, dirette al mantenimento o al recupero dello stato di benessere (sentenza n. 455 del 1990).

La tutela della salute non si esaurisce tuttavia in queste situazioni attive di pretesa. Essa implica e comprende il dovere dell’individuo di non ledere nè porre a rischio con il proprio comportamento la salute altrui, in osservanza del principio generale che vede il diritto di ciascuno di trovare un limite nel reciproco riconoscimento e nell’eguale protezione del coesistente diritto degli altri. Le simmetriche posizioni dei singoli si contemperano ulteriormente con gli interessi essenziali della comunità, che possono richiedere la sottoposizione della persona a trattamenti sanitari obbligatori, posti in essere anche nell’interesse della persona stessa , o prevedere la soggezione di essa ad oneri particolari. Situazioni di questo tipo sono evidenti nel caso delle malattie infettive e contagiose, la cui diffusione sia collegata a comportamenti della persona, che è tenuta in questa evenienza ad adottare responsabilmente le condotte e le cautele necessarie per impedire la trasmissione del morbo. L’interesse comune alla salute collettiva e l’esigenza della preventiva protezione dei terzi consentono in questo caso , e talvolta rendono obbligatori, accertamenti sanitari legislativamente previsti, diretti a stabilire se chi è chiamato a svolgere determinate attività, nelle quali sussiste un serio rischio di contagio sia affetto da una malattia trasmissibile in occasione ed in ragione dell’esercizio delle attività stesse.

Salvaguardata la dignità della persona, che comprende anche il diritto alla riservatezza sul proprio stato di salute ed al mantenimento della vita lavorativa e di relazione compatibile con tale stato, l’art. 32 della Costituzione prevede un contemperamento del coesistente diritto alla salute di ciascun individuo; implica inoltre il bilanciamento di tale diritto con il dovere di tutelare il diritto dei terzi che vengono in necessario contatto con la persona per attività che comportino un serio rischio, non volontariamente assunto, di contagio. In tal caso le attività che, in ragione dello stato di salute di chi le svolge, rischiano di mettere in pericolo la salute dei terzi, possono essere espletate solo da chi si sottoponga agli accertamenti necessari per escludere la presenza di quelle malattie infettive o contagiose, che siano tali da porre in pericolo la salute dei destinatari delle attività stesse. Non si tratta quindi di controlli sanitari indiscriminati, di massa o per categorie di soggetti, ma do accertamenti circoscritti sia nella determinazione di coloro che vi possono essere tenuti, costituendo un onere per poter svolgere una determinata attività, sia nel contenuto degli esami. Questi devono essere funzionalmente collegati alla verifica dell’idoneità all’espletamento di quelle specifiche attività e riservati a chi ad esse è, o intende essere, addetto.

Gli accertamenti che, comprendono prelievi ed analisi, costituiscono "trattamenti sanitari" nel senso indicato dall’art. 32 della Costituzione, possono essere legittimamente richiesti solo in necessitata correlazione con l’esigenza di tutelare la salute dei terzi (o della collettività generale). Essi si giustificano, quindi, nell’ambito delle misure indispensabili per assicurare questa tutela e trovano un limite non valicabile nel rispetto della dignità della persona che vi può essere sottoposta. In quest’ambito il rispetto della persona esige l’efficace protezione della riservatezza, necessaria anche per contrastare il rischio di emarginazione nella vita lavorativa e di relazione.

3. - In rapporto a questi principi la questione è fondata, come di seguito precisato.

Le disposizioni sottoposte al giudizio di legittimità costituzionale sono contenute nella legge n. 135 del 1990, che ha inteso "dare una prima risposta seria e non frammentaria all’eccezionale situazione di emergenza sociale determinata dalla allarmante diffusione dell’ingezione da HIV, patologia nuova e gravissima in espansione a livello non solo nazionale, ma mondiale" (sentenza n. 37 del 1991).

Le caratteristiche di diffusività di tale malattia erano state già riconosciute, ai fini degli interventi previsti dalla legislazione sanitaria, con decreto ministeriale 28 novembre 1986, che ha inserito la sindrome da immunodeficienza acquisita nell’elenco delle malattie diffusive ed infettive, che comportano l’adozione di provvedimenti sanitari e misure di protezione.

La stessa legge n. 135 del 1990 ha previsto, all’art. 7 norme di protezione dal contagio professionale nelle strutture sanitarie ed assistenziali pubbliche e private, dettate poi con il decreto ministeriale 28 settembre 1990, che ha stabilito precauzioni per il personale nei confronti della generalità delle persone assistite.

Con evidente riferimento al principio di doverosa tutela della salute dei terzi, il legislatore, nel dettare una disciplina di settore, ha riconosciuto l’esistenza di rischi di diffusione della malattia connessi allo svolgimento di determinate attività e, considerando tale pericolo non diversamente frontegiabile, ha stabilito per il personale appartenente alle forze di polizia che "per la verifica dell’idoneità all’espletamento dei servizi che comportano rischi per la sicurezza, l’incolumità e la salute dei terzi possono essere disposti, con il consenso dell’interessato, accertamenti dell’assenza di sieropositività all’infezione da HIV"; ha poi previsto, senza che possa essere adottato altro provvedimento nei confronti dell’interessato, la esclusione di chi abbia rifiutato di sottoporsi agli accertamenti dai servizi che presentano rischio per i terzi; servizi la cui determinazione è stata rimessa ad un successivo decreto ministeriale (art. 15 del decreto-legge 4 ottobre 1990, n. 276, convertito in legge, con modificazioni, con la legge 30 novembre 1990, n. 359).

Riconosciuta legislativamente l’esistenza di attività e servizi che comportano rischi per la salute dei terzi, derivanti dall’essere gli operatori addetti portatori di una malattia diffusiva dell’AIDS, ne segue la necessità, a tutela del diritto alla salute , di accertare preventivamente l’assenza di sieropositività per verificare l’idoneità all’espletamento dei servizi che comportano questo rischio e che non possono essere solo quelli inerenti alle attività degli addetti alle forze di polizia. Lo stesso legislatore, nel settore della sanità e dell’assistenza, ha inteso disporre la protezione dal contagio professionale, avendo particolarmente di mira il rischio che gli addetti possono correre nell’esercizio dell’attività professionale; rischio per il quale operano in prevalenza le misure di protezione previste. L’ulteriore necessità che si manifesta è di tutelare la salute dei terzi in ogni settore nel quale esista per essi un serio rischio di contagio, trasmissibile da chi svolga un’attività loro diretta.

In particolare nell’assistenza e cura della persona, attività prese in considerazione nel giudizio che ha determinato l’insorgere della questione di legittimità costituzionale, sono necessari, come condizione per espletare mansioni che comportano rischi per la salute dei terzi, accertamenti sanitari dell’assenza di sieropositività all’infezione da HIV del personale addetto, a tutela del diritto alla salute dei destinatari delle prestazioni. Nella parte in cui non prevede tale onere, l’art. 5, terzo e quinto comma, della legge n. 135 del 1990 è in contrasto con l’art. 32, primo comma, della Costituzione.

Ciò posto, rimane superata la questione di legittimità costituzionale sollevata con riferimento all’art. 6 della stessa legge.

PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE

Dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 5, terzo e quinto comma, della legge 5 giugno 1990, n. 135 (Programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS), nella parte in cui non prevede accertamenti sanitari dell’assenza di sieropositività all’infezione da HIV come condizione per l’espletamento di attività che comportano rischi per la salute dei terzi.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 23 maggio 1994.

Il Presidente: CASAVOLA
Il redattore: MIRABELLI
Il cancelliere: DI PAOLA

Depositata in cancelleria il 2 giugno 1994.

Il direttore della cancelleria: DI PAOLA


DECRETO dirigenziale 29 dicembre 1994
(in Gazzetta Ufficiale 4 gennaio 1995 n. 3)

Determinazione del tasso di interesse da applicarsi
alle operazioni di mutuo effettuate per la realizzazione
del programma di interventi urgenti per la prevenzione
e la lotta contro l’AIDS, di cui alla leggi 5 giugno 1990,
n. 135 e 4 dicembre 1993, n. 492,
per il periodo 1° gennaio - 30 giugno 1995

 

IL DIRETTORE GENERALE DEL TESORO

Vista la legge 5 giugno 1990, n. 135, recante il programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS;

Vista la legge 4 dicembre 1993, n. 492, di conversione, con modificazioni, del decreto-legge 2 ottobre 1993, n. 396, recante disposizioni in materia di edilizia sanitaria;

Visto l’art. 4 del proprio decreto del 27 ottobre 1990, modificato dal decreto ministeriale 25 marzo 1991, del 24 giugno 1993e, da ultimo, dal decreto interministeriale 17 febbraio 1994, il quale ha stabilito che, per le operazioni di mutuo regolate a tasso variabile di cui alle leggi sopramenzionate, la misura massima del tasso di interesse annuo posticipato applicabile è costituita dalla media aritmetica semplice del rendimento effettivo medio-lordo del campione titoli pubblici soggetti ad imposta, comunicato dalla Banca D’Italia, e dalla media mensile aritmetica semplice dei tassi giornalieri del RIBOR, rilevato dal Comitato di gestione mercato telematico dei depositi interbancari, con una maggiorazione dello 0,75;

Visto che con i suindicati decreti viene stabilito che al dato come sopra calcolato, arrotondato, se necessario, per eccesso o per difetto allo 0,05% più vicino va aggiunto uno spread nella misura dello 0,80;

Viste le note con le quali la Banca D’Italia ed il Comitato di gestione del mercato telematico dei depositi interbancari hanno comunicato rispettivamente i seguenti dati relativi ai parametri utilizzati per la determinazione del tasso di riferimento per le operazioni previste dalle leggi n. 135/1990 e n. 492/1993, regolate dai decreti ministeriali del 27 ottobre 1990, del 25 marzo 1991, del 24 giugno 1993 e dal decreto interministeriale del 17 febbraio 1994:

rendimento effettivo medio lordo del campione titoli pubblici soggetti ad imposta: 11,653%;

media mensile aritmetica semplice dei tassi giornalieri del RIBOR: 8,8095%;

Ritenute valide tali comunicazioni;

Considerato, inoltre, che alla media mensile aritmetica semplice dei tassi giornalieri del RIBOR va aggiunta una maggioranza dello 0,75%;

Visto l’art. 3 del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29;

Decreta:

Il costo della provvista da utilizzarsi per le operazioni di mutuo, di cui alle leggi 5 giugno 1990, n. 135 e 4 dicembre 1993, n. 492, regolate a tasso variabile è pari al 10,60%.

In conseguenza, tenuto conto dello spread dello 0,80, la misura massima del tasso di interesse annuo posticipato per il periodo 1° gennaio - 30 giugno 1995 è pari all’11,40%.

Il presente decreto sarà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.

Roma, 29 dicembre 1994


legge 21 gennaio 1995 n. 22
(in Gazzetta Ufficiale 23 gennaio 1995 n. 18)

Testo del decreto-legge 24 novembre 1994, n. 646
coordinato con la legge di conversione 21 gennaio 1995,
n. 22 recante "Interventi urgenti a favore delle zone
colpite dalle eccezionali avversità atmosferiche
e dagli eventi alluvionali nella prima decade
del mese di novembre 1994"

 

Art. 11.

1. Le regioni Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Toscana, le unità sanitarie locali, le aziende ospedaliere, nonchè gli enti di cui all’articolo 4, comma 15, della legge 30 dicembre 1991, n. 412, appartenenti a dette regioni, sono tenuti a procedere, per quanto di rispettiva competenza, entro il termine di centottanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, alla predisposizione ed alla approvazione dei progetti esecutivi relativi ai programmi di edilizia sanitaria di cui all’articolo 20 della legge 11 marzo 1988, n. 67, e di quelli di cui all’articolo 2 della legge 5 giugno 1990, n. 135.

2. Le regioni e le province autonome, nonchè gli enti di cui al comma 1, entro i successivi trenta giorni inviano al CIPE la richiesta di finanziamento relativo ai progetti inclusi nei programmi di cui all’articolo 20 della legge 11 marzo 1988, n. 67, per ottenere la relativa autorizzazione a contrarre mutui da parte del Ministero del tesoro.

3. Entro quindici giorni dalla data di richiesta del finanziamento, la segreteria del CIPE sottopone al Comitato la richiesta stessa ai fini della relativa deliberazione.

4. Sono revocati dal CIPE i finanziamenti relativi ai progetti inclusi nei programmi di cui al citato articolo 20 per i quali, entro il termine di cui al comma 2, non sia stata presentata la richiesta di finanziamento, ferma restando la riallocazione degli stessi finanziamenti nell’ambito del piano pluriennale di investimenti di cui al medesimo articolo 20. La ridestinazione di detti finanziamenti è effettuata dal CIPE, su proposta del Ministro della sanità, d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome.


CIRCOLARE ministero della sanità
8 giugno 1995, n. 16
(in Gazzetta Ufficiale 12 luglio 1995 n. 161)

Revisione della scheda per la notifica dei casi
di AIDS in adulti

 

Ai presidenti delle giunte regionali
Ai presidenti delle province autonome di Trento e Bolzano
Agli assessori regionali della sanità
Agli assessori alla sanità delle province autonome di Trento e Bolzano

e, per conoscenza:

Alla Presidenza del Consiglio dei Ministri
Al Ministero della difesa - Direzione generale sanità militare
Al Ministero dell’interno
Al Ministero della pubblica istruzione
Al Ministero delle finanze - Comando generale guardie di finanza - Servizio sanitario
Al Ministero di grazia e giustizia - Direzione generale istituti prevenzione e pena - Servizio sanitario
Alla Croce rossa italiana - Centro nazionale trasfusione sangue
Ai commissari di Governo
Alla Federazione nazionale ordine dei medici
Alla Federazione nazionale ordine dei farmacisti italiani
All’Associazione medici amministrazione penitenziaria
All’Associazione nazionale primari ospedalieri
All’Associazione nazionale aiuti assistenti ospedalieri
All’Associazione medici cattolici
Alla C.I.M.O.
Alla C.I.D.A.
Alla Federazione nazionale collegi infermieri professionali
Alla Fidas donatori sangue
Alla Confederazione CGIL - CISL - UIL sanità
Alla Cisas
Alla Federazione nazionale ostetriche
Alle Direzioni generali servizi centrali e uffici del Ministero della sanità

 

Si trasmette copia di un’ulteriore versione della scheda di notifica dei casi di AIDS diagnosticati in soggetti adulti messa a punto in occasione della revisione della definizione di caso di AIDS (circolare del Ministero della sanità del 29 aprile 1994, n. 9). Le modifiche introdotte riguardano informazioni già utilizzate in altri Paesi europei, e servono a fini di modellizzazione statistica per la stima dell’andamento dell’epidemia da HIV.

Nella sezione 1 della scheda, relativa ai dati anagrafici, è stata eliminata l’informazione relativa al nome dell’eventuale partner del paziente notificato.

Le sezioni 2 e 4 rimangono immodificate.

Nella sezione 3, punto 15, si sostituisce "il valore assoluto minimo di T4" con "numero assoluto dei CD4 al momento della diagnosi di AIDS". Analoga modifica viene apportata nelle istruzioni per la compilazione della scheda. In caso di misurazioni, riportare il valore più basso.

La vecchia sezione 5 della scheda diventa sezione 6 nella versione modificata.

La nuova sezione 5, denominata "notizie anamnestiche", include la richiesta di due nuove informazioni:

1) una domanda concernente il primo test HIV-positivo eseguito, al fine di permettere di valutare l’eventuale incremento della quota di soggetti che ignorano di essere sieropositivi prima della diagnosi stessa di AIDS;

2) una seconda domanda relativa al numero di CD4 alla prima misurazione eseguita,, che dovrebbe invece permettere di acquisire un’informazione utile ai fini di modellizzazione statistica per stimare retrospettivamente l’incidenza di nuove infezioni da HIV.

La sezione 6, relativa alle eventuali "note", resta immodificata.

Nelle istruzioni per la compilazione della scheda vengono inseriti i punti 21 e 22 della nuova sezione 5, specificati come segue:

21) specificare la data del primo test HIV risultato positivo. In caso di mancata documentazione scritta, fa fede la data riferita dal paziente;

22) riportare il valore assoluto della conta dei CD4 alla prima misurazione effettuata dopo il primo test sierologico HIV risultato positivo.

Si prega di trasmettere sollecitamente le schede ai centri clinici regionali di riferimento.

Allegato
scheda di notifica di caso adulto di sindrome
da immunodeficienza acquisita (età > 12 anni)

 

SI PREGA DI COMPILARE IN STAMPATELLO

SEZ.1

INFORMAZIONI ANAGRAFICHE

(1) Cognome:…………………………….. Nome…………………………………... (2) Sesso M F
(3) Comune di nascita
o stato estero………………………………..

Prov. _ _

(4)
Data di nascita _ _ / _ _ / _ _
gg mm aa
(5)Nazionalità……………………………….. (6) Occupazione…………………………………
Stato civile: Celibe/Nubile [ ] Coniugato/a [ ] ……………………………………… Vedovo/a [ ] Separato/a [ ]
(7) Residenza anagrafica: Comune…………………………………………. Prov. _ _
(8) Diagnosi di AIDS effettuata sul paziente: Vivente [ ] Deceduto [ ]
Se la segnalazione di riferisce a un soggetto già deceduto, specificare:
Data decesso _ _ / _ _ / _ _ (9) Comune di decesso……………………………………… Prov. _ _
gg mm aa
(10) Decesso associato all’AIDS: Sì [ ] No [ ]
(11) Specificare la causa del decesso:....…………………………………………………………………………….
……………………………………………………………………………………………………………………………
SEZ.2

MALATTIE INDICATIVE DI IMMUNODEFICENZA ACQUISITA (12)

(12) Barrare per ogni caso al massimo 6 delle seguenti malattie
 

Data
diagnosi
(13)
gg mm aaaa

Diagnosi (14)

Accertata

Presuntiva

[1] Candidosi bronchiale, tracheale o polmonare

__/__/____

[1]

non valida

[2] Candidosi esofagea

__/__/____

[1]

[2]

[3] Criptococcosi, extrapolmonare

__/__/____

[1]

non valida

[4] Criptospridiosi intestinale cronica

__/__/____

[1]

non valida

[5] Malattia da Cytomegalovirus

__/__/____

[1]

non valida

[6] Retinite da CMV

__/__/____

[1]

[2]

[7] Encefalopatia da HIV

__/__/____

[1]

non valida

[8] Herpes simplex: ulcera cronica (> di 1 mese) bronchite, polmonite o esofagite

__/__/____

[1]

non valida

[9] Isosporidiosi, cronica intestinale (> 1 mese)

__/__/____

[1]

non valida

[10] Sarcoma di Kaposi

__/__/____

[1]

[2]

[11] Linfoma di Burkitt (o equivalente)

___/__/____

[1]

non valida

[12] Linfoma immunoblastico (o equivalente)

__/__/____

[1]

non valida

[13] Linfoma primitivo cerebrale

__/__/____

[1]

non valida

[14] Micobatteriosi da Mycobacterium avium o M. kansasii

__/__/____

[1]

[2]

[15] Tubercolosi disseminata o extrapolmonare

__/__/____

[1]

[2]

[16] Micobatteriosi di altra specie o di specie non identificata, disseminata o extrapolmonare

__/__/____

[1]

[2]

[17] Polmonite da Pneumocystis carinii

__/__/____

[1]

[2]

[18] Leucoencefalopatia multifocale progressiva

__/__/____

[1]

non valida

[19] Sepsi ricorrente da salmonella

__/__/____

[1]

non valida

[20] Toxoplasmosi cerebrale

__/__/____

[1]

[2]

[21] Wasting Syndrome da HIV

__/__/____

[1]

non valida

[22] Coccidioidomicosi disseminata

__/__/____

[1]

non valida

[23] Istoplasmosi disseminata

__/__/____

[1]

non valida

[24] Carcinoma invasivo della cervice uterina

__/__/____

[1]

non valida

[25] Polmonite ricorrente

__/__/____

[1]

[2]

[26] Tubercolosi polmonare

__/__/____

[1]

[2]

 

NON VALIDA: la diagnosi presuntiva non risponde ai criteri di definizione di caso di AIDS

SEZ. 3

ESAMI DI LABORATORIO

(15) Valore assoluto minimo dei T4 al momento della diagnosi di AIDS _ _ _ _
(16) Ricerca anticorpi anti-HIV – 1
Ricerca anticorpi anti-HIV – 2

Pos. [ ]
Pos. [ ]

Neg. [ ]
Neg. [ ]

Odat. [ ]
Odat. [ ]

Non eseg. [ ]
Non eseg. [ ]

SEZ. 4

MODALITÀ DI TRASMISSIONE
(Dopo il 1978 o prima della diagnosi di AIDS o di documentata sieropositività) (17)

Uso di droghe per via endovenosa

Sì [ ]

No [ ]

Rifiuto alla risposta [ ]
Rapporti sessuali con uomini

Sì [ ]

No [ ]

Rifiuto alla risposta [ ]
Rapporti sessuali con donne

Sì [ ]

No [ ]

Rifiuto alla risposta [ ]
(18) Rapporti sessuali con soggetti a rischio
Se sì, specificare la categoria di rischio
(vedere punto 18 delle istruzioni)

Sì [ ]

No [ ]

Rifiuto alla risposta [ ] Ignoto [ ]
Eventuale sieropositività del partner "a rischio"

Sì [ ]

No [ ]

Rifiuto alla risposta [ ] Ignoto [ ]
(19) Assunzione di fattori per la coagulazione

Sì [ ]

No [ ]

 
Specificare tipo di emofilia: Emofilia

[A]
fattore VIII

[B]
fattore IX

Altro…………………………….
(specificare)
(20) Trasfusioni di sangue intero o suoi derivati

Sì [ ]

No [ ]

Ignoto [ ]
Se unica trasfusione specificare: motivo……………………………………………………………….
data (mese / anno) _ _ / _ _ _ _ Ente ricovero………………………………………………………..
SEZ. 5

Notizie anamnestiche

(21) Data primo test HIV positivo data (mese / anno) _ _ / _ _ _ _
(22) Data prima misurazione CD4 data (mese / anno) _ _ / _ _ _ _ valore assoluto _ _ / _ _ _ _
SEZ. 6

SEGNALAZIONE

Medico che segnala il caso………………………………………..… ……………………………………..
(cognome) (nome)
Divisione / Clinica / Reparto ………………………………………………………………………………………..
Ente / Ospedale di appartenenza……………………………………………………………………………………..
Indirizzo Ente / Ospedale: Via……………………………………. Città……………… Cap _ _ _ _ _ Prov. _ _
Tel. _ _ _ _ / _ _ _ _ _ _ _ USL _ _ _ _
Data compilazione _ _ / _ _ / _ _
gg mm aa
SEZ. 7

NOTE

……………………………………………………………………………………………………………………………
……………………………………………………………………………………………………………………………
……………………………………………………………………………………………………………………………
……………………………………………………………………………………………………………………………

Non compilare, spazio riservato all’ISS

Data di arrivo scheda
_ _ / _ _ / _ _
gg mm aa
Classificazione caso Sigla revisore Codice ISS
_ _ _ _ _

 

LA NOTIFICA DEI CASI CONCLAMATI DI SINDROME DA IMMUNODEFICIENZA ACQUISITA (aids) È OBBLIGATORIA IN BASE AL D.M. DEL 28.11.86 DEL MINISTERO DELLA SANITÀ. LA NOTIFICA DEVE ESSERE EFFETTUATA TRAMITE COMPILAZIONE ED INVIO DELLA PRESENTE SCHEDA CHE SOSTITUISCE TUTTE LE PRECEDENTI.

Le informazioni contenute nella scheda hanno carattere confidenziale e saranno utilizzate ai soli fini di Sorveglianza Epidemiologica: l’attuale legislazione garantisce la riservatezza delle informazioni.

LA PRESENTE SCHEDA DEVE ESSERE COMPILATA IN TRIPLICE COPIA A RICALCO IN CARATTERI STAMPATELLO IN OGNI SUA PARTE.

La prima pagina della scheda va inviata a:

CENTRO OPERATIVO AIDS
LABORATORIO DI EPIDEMIOLOGIA E BIOSTATISTICA
ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ
VIALE REGINA ELENA, 299 - 00161 ROMA
(Tel.06/4452361 – Fax:06/4456741)

La seconda pagina della scheda va inviata a:

ASSESSORATO ALLA SANITÀ DELLA REGIONE
DOVE IL CASO È STATO DIAGNOSTICATO

 

DEFINIZIONE EPIDEMIOLOGICA DI CASO ADULTO
DI AIDS PER CUI È RICHIESTA LA NOTIFICA (>12 anni di età)

In assenza di risultati positivi circa l’infezione da HIV ed in assenza di altre cause di immunodeficienza, ognuna delle forme cliniche di seguito elencate è indicativa di AIDS se diagnosticata in modo definitivo (per la definizione di diagnosi accertata vedi le successive istruzioni della Sez. 2 della scheda):

Candidosi esofagea tracheale, bronchiale o polmonare.

Criptococcosi extrapolmonare.

Criptosporidiosi con diarrea persistente da oltre un mese.

Infezione da Cytomegalovirus polmonare e del S.N.C.

Infezione da Herpes simplex ulcerativa e persistente o bronchite o polmonite o esofagite.

Sarcoma di Kaposi in un paziente di età inferiore ai 60 anni.

Linfoma cerebrale primitivo in un paziente di età inferiore ai 60 anni.

Micobatteriosi atipica da M. avium, e M. kansasii disseminata (con localizzazione diversa o in aggiunta a quella polmonare o dei linfonodi ilari o cervicali).

Polmonite da Pneumocystis carinii.

Leucoencefalite multifocale progressiva.

Toxoplasmosi cerebrale S.N.C.

2. In presenza di risultati positivi circa l’infezione con HIV, indipendentemente dal riscontro di altre cause di immunodeficienza, ognuna delle forme cliniche già riportate nel paragrafo 1. e di quelle sottoelencate, con il relativo livello di accertamento diagnostico, è indice di diagnosi di AIDS. Per la definizione di diagnosi accertata e/o presuntiva di ciascuna specifica patologia vedi le successive istruzioni della Sez.2 della scheda.

Malattie per le quali è richiesto l’accertamento diagnostico:

Coccidioidomicosi disseminata con localizzazioni diverse o associate ai polmoni e linfonodi ilari o cervicali.

Encefalopatia da HIV, detta AIDS dementia complex.

Istoplasmosi disseminata (con localizzazioni diverse o associate a polmoni e linfonodi ilari o cervicali.

Isosporiasi con diarrea persistente da oltre un mese.

Linfoma cerebrale primitivo a qualsiasi età.

Altri linfomi non Hodgkin del fenotipo immunologico a cellule B o di fenotipo immunologico sconosciuto e dei seguenti tipo istologici: a) linfomi a cellule piccole non clivate; b) sarcoma immunoblastico.

Qualsiasi infezione disseminata da Micobatteri diversi da quelle della tubercolosi con localizzazione diversa o in aggiunta a quella polmonare o dei linfonodi ilari o cervicali.

Setticemia ricorrente da Salmonella non tifoide.

Wasting syndrome.

Carcinoma cervicale invasivo.

Malattie per le quali è sufficiente una diagnosi presuntiva:

Esofagite da Candida.

Retinite da CMV con grave compromissione del visus.

Sarcoma di Kaposi.

Micobatteriosi disseminata.

Polmonite da Pneumocystis carinii.

Tubercolosi extrapolmonare.

Toxoplasmosi cerebrale.

ISTRUZIONI PER LA COMPILAZIONE DELLA SCHEDA
PER I CASI ADULTI

SEZ.1

1) Scrivere il cognome e il nome del caso nei campi specifici.

2) Sono previste due categorie: Maschio, Femmina. Se il soggetto è transessuale segnalarlo nella Sezione Note in fondo alla scheda e riportare qui il sesso anagrafico.

3) Se il paziente è nato all’estero compilare con il nome della Nazione estera. Se il paziente è nato in un comune italiano, compilare con il comune e la sigla della provincia.

4) Compilare con la data di nascita nel formato gg/mm/aa.

5) Compilare con il nome della nazione di cui il paziente è cittadino.

6) Compilare con l’attuale attività lavorativa o l’ultima prima dell’attuale insorgenza dei sintomi.

7) Se il paziente è residente all’estero, compilare con il nome della Nazione estera. Se il paziente è residente in un comune italiano, compilare con il comune e la sigla della provincia.

8) Deceduto al momento della diagnosi indica diagnosi post mortem.

9) Se il paziente è deceduto all’estero, compilare con il nome della Nazione estera. Se il paziente è deceduto in un comune italiano, compilare con il comune e la sigla della provincia.

10) Il decesso si intende associato all’AIDS se causato da una delle patologie riportate in Sez.2.

11) Specificare le cause di decesso anche se non è associato all’AIDS, secondo lo schema della scheda di morte ISTAT: causa iniziale, causa intermedia, causa terminale.

SEZ.2

12) In assenza di evidenza di laboratorio per l’infezione da HIV (test anticorpale positivo o evidenziazione virale positiva) le cause di immunodeficienza che squalificano le infezioni opportuniste come indicatori di AIDS sono:

1. Terapia corticosteroidea sistemica ad alte dosi e a lungo termine e altre terapie immunosoppressive o citotossiche nei tre mesi prima dell’inizio della malattia opportunista: (la terapia si assume ad alta dose o a lungo termine a meno che il medico non affermi il contrario).

2. Qualsiasi delle seguenti malattie diagnosticate prima o entro I tre mesi dopo la diagnosi di malattia opportunistica:

Leucemia linfocitica (acuta o cronica)

Mieloma multiplo

Morbo di Hodgkin

Linfoma non Hodgkin (diverso da un linfoma cerebrale primitivo) oppure altri tumori maligni di tessuti linforeticolari o istiocitici, esempio Linfoma di Burkitt, Istiocitiosi X, Sarcoma Immunoblastico, Micosi fungoide, Sindrome di Szezary, Linfoadenopatia angioimmunoblastica.

3. Una sindrome di immunodeficienza acquisita atipica per l’infezione da HIV come quelle in cui si rileva una ipogammaglobulinemia, o una sindrome di immunodeficienza genetica (congenita, non dovuta all’infezione da HIV, esempio: agammaglobulinemia, atassia-telangectasia, sindrome di Di George, SCID, sindrome di Wiskou-Aldrich.

Altre possibili cause di immunodeficienza (esempio gravidanza, diabete mellito, sarcoidosi) di per sè NON squalificano la malattia opportunistica come indicatore di AIDS.

13) Se la data di diagnosi è successiva di un mese o più al prelievo (come può accadere per diagnosi basate su colture di micobatteri o su esami microscopici di campioni autoptici), inserire la data in cui è stato prelevato il campione oppure, se il paziente è deceduto prima della conferma diagnostica, riportare la data di decesso invece della data di diagnosi.

14) Vengono riportati i metodi con cui le diagnosi delle malattie elencate in Sez.2sono definite "Accertate" e "Presunte" ai fini della sorveglianza epidemiologica.Le malattie sono individuate dal numero di codice in corsivo riportato sulla scheda.

1. Accertato con ispezione endoscopica o autoptica, oppure con esame microscopico (istologico o citologico) su un campione ottenuto direttamente dal tessuto affetto (incluso scraping delle superfici mucose), non da un esame colturale non è sufficiente poiché Candida è normalmente presente nel tratto digerente.

2.Come 1.

La diagnosi presuntiva è con QUALSIASIALTROMETODO, quale il reperto delle seguenti combinazioni:

a) recente insorgenza di dolore toracico retrosternale alla deglutizione: E;

b) candidosi orale diagnosticata dall’evidenza di macchie bianche, placche su un fondo eritematoso o evidenza microscopica di ife in un campione non coltivato prelevato dalla mucosa orale.

3. Accertato con un esame microscopico (istologico o citologico), con coltura oppure con evidenziazione dell’antigene in un campione del tessuto interessato (ottenuto ad esempio con biopsia o autopsia).

4. Accertato con esame microscopico (istologia su tessuti da biopsia o autopsia, oppure esame citologico su un campione non tissutale, quale ad esempio, feci).

5. Accertato con esame microscopico (istologico su tessuti ottenuti dalla biopsia o autopsia, o esame citologico su campioni non tissutali, quale escreato o liquidi organici raccolti all’endoscopia).L’esame colturale non è sufficiente poiché la presenza di CMV può essere rilevata anche in assenza di malattia.Un elevato titolo anticorpale contro CMV non è sufficiente, perché può essere riscontrato anche in assenza di modifiche istopatologiche.

6. La diagnosi di retinite da Citomegalovirus (CMV) è usualmente presuntiva, basata su caratteristiche osservazioni in una serie di esami oftalmoscopici.La diagnosi accertata di retinite da CMV raramente può essere fatta al microscopio (esame istologico di tessuti ottenuti da biopsia o autopsia, oppure esame citologico).

7. Accertato con:

- reperti clinici di disabilità cognitiva e/o disfunzioni motorie progressive nel giro di settimane o mesi, che interferiscono con le quotidiane attività anche lavorative, in assenza di una malattia concomitante o di altre condizioni diverse dall’infezione da HIV che potrebbero spiegare tali reperti;

- i metodi per escludere tali malattie e condizioni concomitanti devono includere l’esame del liquor e TAC (o risonanza magnetica nucleare) oppure l’esame autoptico.

8. Accertato con l’esame microscopico (istologico o citologico), con coltura oppure con evidenziazione dell’antigene in un campione del tessuto interessato (ottenuto ad esempio con biopsia o autopsia).

9. Accertato con esame microscopico (istologia su tessuti ottenuti da biopsia o autopsia, oppure esame citologico su un campione non tissutale, quale ad esempio feci).

10. Accertato con esame microscopico (esame istologico su tessuti ottenuti da biopsia o autopsia).

La diagnosi presuntiva è con QUALSIASI ALTRO METODO, quale IL REPERTO DI UNA CARATTERISTICA LESIONE DELLA CUTE O DELLE MEMBRANE MUCOSE.

11. Accertato con esame microscopico (esame istologico su tessuti ottenuti dalla biopsia o autopsia).

12. Come 11.

13. Come 11.

14. La diagnosi presuntiva è con QUALSIASIALTROMETODO, quale esame microscopico di un campione di feci o di liquidi corporei normalmente sterili o di tessuto da un sito diverso o associato da polmoni, cute, linfonodi cervicali o ilari, in cui sono evidenti bacili acido-resistenti (ARB).

15. L’accertamento della patologia da microbatterio è colturale.La diagnosi presuntiva è con QUALSIASI ALTRO METODO, quale esame microscopico di un campione di feci o di liquidi corporei normalmente sterili o di tessuto da un sito diverso o associato da polmoni, indipendentemente da un coinvolgimento polmonare, in cui sono evidenti bacilli tubercolari.

16. Come 14.

17. Accertato con esame microscopico (esame istologico su tessuto polmonare ottenuto dalla biopsia o dall’autopsia, o esame citologico dell’escreato o altri campioni non tissutali, come quelli ottenuti dalla broncoscopia).

La diagnosi presuntiva è con QUALSIASI ALTRO METODO, quale il reperto delle seguenti combinazioni:

E

b) evidenza radiologica nel torace di diffusi infiltrati interstiziali bilaterali o evidenza con scintigrafia al gallio di polmonite diffusa bilaterale;

E

c) emogas-analisi arteriosa indicante pO2 < 70 mmHg o un diminuito rapporto di ventilazione/perfusione (< 80% dei valori predetti) o un incremento del gradiente della tensione di ossigeno alveolo-arterioso;

E

d) nessuna evidenza di polmonite batterica.

18. Accertato con esame microscopico (esame istologico su tessuti ottenuti dalla biopsia o autopsia).

19. Diagnosi accertata da esame colturale.

20. Accertato con esame microscopico (esame istologico di tessuto cerebrale ottenuto dalla biopsia o autopsia o esame citologico sul pus di un ascesso cerebrale).

E

La diagnosi presuntiva è con QUALSIASI ALTRO METODO, quale il reperto delle seguenti combinazioni:

a) recente insorgenza di una consistente anormalità neurologica focale con patologia intracranica o un ridotto livello di coscienza;

E

b) evidenza di un addensamento (con TAC o RMN) o evidenza radiologica accentuata da iniezione di un mezzo di contrasto;

E

c) anticorpi sierici contro la toxoplasmosi o efficace risposta alla terapia specifica.

21. Accertata con reperti di notevole involontaria perdita di peso (più del 10% del peso normale) più diarrea cronica (= 2 scariche al giorno per = 30 giorni, oppure debolezza cronica e febbre documentata (= 30 giorni, intermittente o costante) in assenza di una malattia o condizione concomitante diversa dall’infezione da HIV che potrebbe spiegare i reperti (es. cancro, tubercolosi, criptosporidiosi o altre specifiche enteriti).

24. Accertato con un esame microscopico (istologico o citologico), con coltura oppure con evidenziazione dell’antigene in un campione del tessuto interessato (ottenuto ad esempio con biopsia o autopsia).

25. Come 24.

26. Accertata con Microscopia (istologia o citologia).

27. Diagnosi accertata: Polmonite ricorrente (2 o più episodi in un periodo di 12 mesi), acuta (nuova evidenza radiologica con negatività tra i i due episodi), diagnosticata mediante:

1 - evidenza radiologica di polmonite;

2 - coltura (o altri metodi diagnostici specifici) di un patogene (diverso da Pneumocystis Carinii o Mycrobacterium Tubercolosis) in grado di causare polmonite.I casi che non hanno la conferma di laboratorio del microorganismo in causa per uno degli episodi vanno considerati diagnosticati presuntivamente.

Diagnosi presuntiva: Polmonite ricorrente (2 o più episodi in un periodo di 12 mesi), acuta (nuova evidenza di alterazioni radiografiche con quadro negativo nel periodo intercorrente fra i due episodi) diagnosticata su base clinica o radiologica.

28. Tubercolosi polmonare accertata con coltura: diagnosi presuntiva su base clinica radiologica.

SEZ.3

15) Riportare il valore assoluto di linfocidi T4 al momento della diagnosi di AIDS.

16) Riportare il test/tests sierologici eseguiti con i relativi risultati.

SEZ.4

a) Le informazioni richieste in questa parte della scheda devono essere raccolte da intervista del paziente.Specificare nelle Note se provenienti da fonte diversa.

b) Si intendono come partners sessuali a rischio: tossicodipendenti, omosessuali, bisessuali, prostitute/i, originari di zone endemiche (Africa ed America Centrale), politrasfusi, emofilici.

c) Il termine "fattori per la coagulazione" si riferisce solo a prodotti non cellulari di fattori di coagulazione, non a piastrine o altre cellule ematiche.Il fattore mancante si riferisce a qualsiasi proteina circolante indicata come "fattore I", "fattore II", "fattore III" ... fino al "fattore XII".

Queste alterazioni includono l’emofilia e la malattia di Von Willebrand (alterazione del fattore VIII) e l’emofilia B (fattore IX).Non includono altre malattie emorragiche, quali ad esempio la tromboctopenia, trattabile con trasfusione di piastrine.

Se è stata ricevuta una sola trasfusione di piastrine, o altre cellule del sangue, o plasma, allora la risposta corretta alla domanda "fattori della coagulazione" è NO e alla altra domanda circa le trasfusioni è SI.

d) La trasfusione qui indicata è intesa come fattore di rischio per l’acquisizione dell’infezione da HIV, per cui ci si riferisce solo a trasfusioni precedenti lo stato di infezione e/o l’insorgenza dei sintomi della stessa.

SEZ.5

21) Riportare la data (mese ed anno) del primo test sierologico positivo.

22) Riportare la data (mese ed anno) della prima conta dei CD4, ed il loro valore assoluto.


DECRETO ministeriale 25 luglio 1995
(in Gazzetta Ufficiale 13 settembre 1995 n. 214)

Modificazioni ed integrazioni al decreto ministeriale
30 ottobre 1990 recante la "Disciplina dei corsi
di formazione e di aggiornamento professionale per
il personale dei reparti di ricovero di malattie infettive"

 

IL MINISTRO DELLA SANITÀ

Vista la legge 5 giugno 1990, n. 135:

Visti, in particolare, l’art. 1, comma 1, lettera d), e art. 4, comma 3, di detta legge, riguardanti lo svolgimento annuale di corsi di formazione e aggiornamento professionale per il personale dei reparti di ricovero di malattie infettive e degli altri reparti che ricoverano ammalati di AIDS;

Visto il decreto ministeriale 30 ottobre 1990, recante la "Disciplina dei corsi di formazione e di aggiornamento professionale per il personale dei reparti di ricovero di malattie infettive";

Ritenuto di apportare, sulla base delle mutate esigenze e aggiornamento e qualificazione professionale del personale dei reparti di ricovero di malattie infettive, modificazioni ed integrazioni al citato decreto ministeriale 30 ottobre 1990;

Sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome nella seduta del ... luglio 1995;

DECRETA:

Art. 1

All’art. 1 del decreto ministeriale 30 ottobre 1990, le parole: "unità sanitarie locali", sono sostituite dalle seguenti: "aziende sanitarie".

Art. 2

L’art. 2 del decreto ministeriale 30 ottobre 1990, è sostituito dal seguente: "Ogni corso ha la durata di .... ore complessive e può essere articolato su più ... formativi".

Art. 3

Il primo periodo dell’art. 3 del decreto ministeriale 30 ottobre 1990, è così modificato:

"Sono ammessi alla frequenza dei corsi il personale medico non appartenente alla posizione apicale, il personale infermieristico, il personale ausiliario, nonchè il personale addetto alle attività di assistenza domiciliare, operante nei reparti di malattie infettive e negli altri reparti che sono impegnati prevalentemente nell’assistenza ai casi di AIDS, secondo i piani regionali di cui all’art. 1, comma 4, della legge 5 giugno 1990, n. 135".

Art. 4

Il secondo comma dell’art. 5 del decreto ministeriale 30 ottobre 1990, è così modificato:

"Per i corsi di prima formazione, i contenuti sono indicati nella tabella A allegata al decreto ministeriale 30 ottobre 1990. In rapporto alle esigenze locali e ai concreti impegni operativi delle singole strutture, i programmi possono prevedere la sostituzione di taluni contenuti con altri, ferma restando la durata dei corsi. Per il personale che ha già partecipato ai corsi di prima formazione, i programmi dovranno essere orientati, oltre che all’aggiornamento obbligatorio, al conseguimento di specifici obiettivi e priorità individuali dalle aziende sanitarie".

Art. 5

L’art. 6, secondo periodo, le parole: "Ai docenti sono corrisposti i compensi stabiliti nell’accordo vigente per il comparto del Servizio sanitario nazionale", sono sostituite dalle seguenti:

"Ai docenti sono corrisposti i compensi previsti dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 29 novembre 1989".

Art. 6

L’art. 7 del decreto ministeriale 30 ottobre 1990, è sostituito dal seguente:

"Al termine di ciascun corso i candidati sono sottoposti ad una prova valutativa con le modalità indicate dal Ministero della sanità nelle linee-guida di cui all’art. 1, che possono essere differenti tra i corsi di prima formazione e quelli di aggiornamento.

Sono ammessi alla verifica finale del corso, solo coloro che hanno frequentato almeno ventiquattro ore di lezione. Al termine di ogni corso, viene rilasciato a coloro che hanno superato la prova valutativa apposito attestato predisposto dalla regione".

Art. 7

L’art. 8 del decreto ministeriale 30 ottobre 1990, è sostituito dal seguente:

"L’assegno di studio di cui all’art. 1, comma 1, lettera d) della legge 5 giugno 1990, n. 135, è corrisposto in un’unica rata al termine del corso. La relativa misura, qualora la prova valutativa sostenuta dal partecipante al corso abbia dato esito negativo, o non sia stata sostenuta, è ridotta di un terzo.

La misura dell’assegno è, altresì, ridotta di lire settantamila per ogni ora di assenza dalle lezioni".

Il presente decreto sarà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.


DECRETO ministeriale 13 ottobre 1995
(in Gazzetta Ufficiale 7 maggio 1996 n. 101)

Disciplina per le rilevazioni epidemiologiche e
statistiche dell’infezione da HIV

 

IL MINISTRO DELLA SANITÀ

Vista la legge 5 giugno 1990, n. 135, recante "Programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS";

Visto, in particolare, l’art. 5, comma 2 di detta legge, il quale prevede che la rilevazione statistica dell’infezione da HIV deve essere effettuata con modalità che non consentono l’identificazione della persona e che la relativa disciplina, da emanarsi con decreto del Ministro della sanità, dovrà prevedere modalità differenziate di raccolta dei dati per i casi di AIDS ed i casi di infezione da HIV;

Ritenuto di procedere all’emanazione della predetta disciplina, fermo restando il vigente sistema di sorveglianza epidemiologico nazionale dei casi di AIDS e le garanzie ivi previste, nonchè l’obbligo del medico di notificare i casi di cui sia venuto a conoscenza nell’esercizio della sua professione;

Sentita la commissione nazionale per la lotta contro l’AIDS e le patologie infettive emergenti e riemergenti nella seduta del 18 luglio 1995;

Decreta:

Art. 1

1. Le rilevazioni epidemiologiche e statistiche dei dati relativi all’infezione da Hiv devono essere effettuate con modalità idonee d’impedire l’individuazione dei soggetti ai quali i dati stessi si riferiscono.

2. Le attività di sorveglianza dell’infezione da HIV possono essere effettuate mediante l’esecuzione di ripetuti studi di prevalenza ovvero mediante l’attivazione di sistemi basati sulla notifica delle nuove diagnosi di infezione.

Art. 2

1. Gli studi di prevalenza possono essere effettuati mediante offerta attiva del test sierologico per la rilevazione degli anticorpi anti-HIV. In tale caso, è necessario ottenere il consenso informato al test, che deve essere precedute seguito dal "counselling". L’informazione sul risultato del test deve essere comunicata direttamente ed esclusivamente all’interessato.

2. Gli studi di prevalenza possono essere effettuati anche utilizzando modalità che rendano anonimi i campioni da analizzare dopo l’esecuzione del prelievo di sangue , con conseguente impossibilità di pervenire alla identificazione delle persone interessate.

3. I sistemi di sorveglianza delle nuove diagnosi di infezione da HIV non devono contenere informazioni nominative. È tuttavia ammesso l’uso di codici attribuiti con modalità tali da garantire comunque l’anonimato.

Art. 3

1. Le regioni e le province autonome, sulla base dei criteri previsti dagli articoli 1 e 2, disciplinano il funzionamento dei sistemi di sorveglianza dell’infezione da HIV .

2. L’Istituto superiore di sanità verifica annualmente l’andamento dell’infezione da HIV, e definisce protocolli operativi per migliorare il funzionamento dei sistemi di sorveglianza .

3. Il presente decreto sarà trasmesso alla Corte dei conti per la registrazione e sarà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.


Sentenza 18 ottobre 1995 N. 438
della corte costituzionale
(in Gazzetta Ufficiale 25 ottobre 1995 n. 44)

 

Giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale.

Pena - Persona affetta da infezione da HIV - Detenzione - Rinvio obbligatorio dell’esecuzione della pena - Accertamento in concreto circa le effettive condizioni di salute del condannato e di compatibilità o meno con lo stato detentivo - Preclusione - Irragionevolezza - Differimento della pena anche nel caso in cui l’espiazione possa avvenire senza pregiudizio della salute del soggetto e di quella degli altri detenuti - spettanza al giudice del potere di verifica caso per caso circa l’eseguibilità della pena senza pregiudizio per la salute della popolazione carceraria - Illegittimità costituzionale.

(C.P., art. 146, primo comma, n. 3, aggiunto dall’art. 2 del d. l. 14 maggio 1993, n. 139, convertito dalla legge 14 luglio 1993, n. 222).

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

Presidente: prof. Vincenzo CAIANIELLO;

Giudici: avv. Mauro FERRI, prof. Luigi MENGONI, prof. Enzo CHELI, dott. Renato GRANATA, prof. giuliano VASSALLI, prof. Francesco GUIZZI, prof. Cesare MIRABELLI, avv. Massimo VARI, dott. Cesare RUPERTO, dott. Riccardo CHIEPPA, prof. Gustavo ZAGREBELSKY;

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 146, primo comma, numero 3, del codice penale, promosso con ordinanza emessa il 13 ottobre 1994 dal Tribunale di sorveglianza di Palermo sulle istanze proposte da Corrao Antonino, iscritta al n. 15 del registro ordinanze 1995 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 5, prima serie speciale, dell’anno 1995;

Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

Udito nella camera di consiglio del 28 settembre 1995 il Giudice relatore Giuliano Vassalli.

Ritenuto in fatto

1. - Il Tribunale di sorveglianza di Palermo solleva, in riferimento agli artt. 2, 3, 27, primo e terzo comma, e 32 della Costituzione, questione di legittimità dell’art. 146, primo comma, numero 3, del codice penale, aggiunto dall’art. 2 del decreto-legge 14 maggio 1993, n. 139, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 luglio 1993, n. 222.

Il giudice a quo trae spunto dalle considerazioni poste a fondamento delle sentenze nn. 70 e 308 del 1994, ove venne affrontata la disciplina stabilita in favore dei condannati affetti da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria , per dedurre anzitutto un profilo di irragionevolezza della norma censurata, in quanto se la relativa funzione è quella di tutelare il bene della salute collettiva nelle carceri, tale scopo doveva essere perseguito nei confronti di tutti i condannati sieropositivi, in quanto è questa la condizione da cui dipende il rischio di contagio e non certo lo stadio raggiunto dalla malattia. Nell’ipotesi prevista dalla disposizione impugnata, poi, risulterebbero obliterate tutte le finalità che la Costituzione assegna la pena. Totalmente svilita sarebbe, infatti, la funzione general-preventiva, giacchè la rigida e prevedibile sospensione del momento esecutivo esclude che la pena irrogata possa svolgere alcuna funzione di intimidazione e dissuasione. Del tutto vanificato sarebbe anche il profilo retributivo-afflittivo della pena, posto che la rinuncia sine die alla relativa esecuzione lascia sostanzialmente impunito il reato commesso; in una prospettiva di deresponsabilizzazione che si pone in contrasto con il principio sancito dall’art. 27, primo comma, della Costituzione. Allo stesso modo risulterebbe del tutto obliterata la finalità di prevenzione speciale e di rieducazione della pena, dal momento che la norma produce effetti meramente liberatori prescindendo del tutto dalle esigenze che appaiono riferibili al caso concreto. A ciò va aggiunto - osserva il giudice a quo - che "la violazione del personalismo e finalismo rieducativo della pena" appare tanto più grave in considerazione del fatto che il bene tutelato, vale a dire la salute collettiva carceraria, si presenta estraneo rispetto alle finalità costituzionali della pena, ponendo così la norma in contrasto con l’art. 27, primo e terzo comma, della Costituzione.

La disposizione impugnata genererebbe poi una ingiustificata disparità di trattamento tra i malati di AIDS socialmente pericolosi, in quanto, se gli stessi devono ancora espiare in tutto o in parte la pena, non possono essere sottoposti alla misura di sicurezza detentiva, mentre nell’ipotesi in cui abbiano già integralmente scontato la pena possono invece soggiacervi, giacchè non è prevista la sospensione della misura di sicurezza per motivi di salute.

Sarebbe poi violato l’art. 32 della Costituzione dal momento che il legislatore, "trasferendo il malato di AIDS dal carcere all’ambiente libero e salvaguardando il bene della salute collettiva carceraria, ha esposto a grave e maggior pericolo", perchè il condannato resterebbe totalmente incontrollato, il bene della salute della intera collettività e, dunque, un bene "quantitativamente maggiore" perchè riferibile ad un numero assai più elevato di soggetti.

2. - Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato chiedendo dichiararsi inammissibile o infondata la questione essendo la stessa identica ad altra già decisa con ordinanza n. 292 del 1993.

3. - Con ordinanza istruttoria del 2 giugno 1995, la Corte ha disposto richiedersi al Ministro di grazia e giustizia di fornire, entro novanta giorni dalla comunicazione, i seguenti dati:

il numero dei condannati che hanno beneficiato del rinvio obbligatorio della esecuzione della pena a norma dell’art. 146, primo comma, numero 3, del codice penale o, trattandosi di sieropositivi, a norma dell’art. 147, primo comma, numero 2, del medesimo codice;

il numero dei condannati che, dopo aver beneficiato di un rinvio obbligatorio o facoltativo dell’esecuzione della pena, in quanto affetti da infezione da HIV o trovandosi comunque nelle condizioni ivi previste, sono o sono stati sottoposti a procedimento penale per reati commessi dopo la sentenza di condanna;

il numero delle persone affette da infezione da HIV che risultano in atto ristrette negli istituti penitenziari;

il numero e la capienza di strutture adeguatamente attrezzate in ambito penitenziario in grado di accogliere e di prestare la necessaria assistenza alle persone affette da infezione da HIV;

il numero e la capienza di altre strutture idonee ad accogliere ed assistere persone affette da HIV in stato di detenzione domiciliare.

4. - Il Ministero di grazia e giustizia ha fornito parte dei dati richiesti, con note del 2 e del 21 settembre 1995.

Considerato in diritto

1. - Il Tribunale di sorveglianza di Palermo, chiamato a pronunciare si su di una richiesta di rinvio della esecuzione della pena formulata da un condannato affetto da AIDS conclamata, nuovamente sottopone all’esame della Corte questione di legittimità costituzionale dell’art. 146, primo comma, numero 3, del codice penale, ove è stabilito il rinvio obbligatorio della esecuzione della pena se questa deve aver luogo nei confronti di persona affetta da infezione HIV nei casi di incompatibilità con lo stato di detenzione ai sensi dell’art. 286-bis, comma 1, del codice di procedura penale. Attento a rimarcare le considerazioni ed i rilievi svolti da questa Corte in particolare nelle sentenze n. 70 e n. 308 del 1994, il giudice a quo svolge una approfondita disamina dei numerosi e spesso drammatici problemi che ruotano attorno alla discussa norma oggetto di impugnativa, per giungere, all’esito di un articolato percorso argomentativo, alla individuazione di più profili di illegittimità costituzionale. A parere del Tribunale rimettente, infatti, risulterebbe innanzi tutto violato l’art. 2 della Costituzione in quanto, la "automatica, obbligatoria e indiscriminata condibilità" del beneficio genera come effetto sostanziale, quello di esporre ad elevato pericolo fondamentali valori della collettività e dei singoli, quali la vita, l’incolumità, il patrimonio e la stessa salute individuale e collettiva. Compromesso sarebbe anche l’art. 3 della Costituzione sotto un duplice profilo: per un verso, infatti, la norma impugnata contrasterebbe con il canone di ragionevolezza in quanto, se il suo scopo è quello di preservare la salute collettiva nelle carceri, l’identica disciplina dovrebbe trovare applicazione nei confronti di tutti i portatori del virus HIV, essendo questa, e non lo stadio raggiunto dalla malattia, a rappresentare la condizione soggettiva da cui dipende il rischio di contagio. Sotto altro profili, osserva il giudice a quo, dalla disposizione oggetto di censura scaturirebbe una ingiustificata disparità di trattamento tra malati di AIDS socialmente pericolosi, in quanto, mentre nei confronti dei condannati che debbono ancora espiare l’intera pena il rinvio della esecuzione impedisce l’applicazione della misura di sicurezza detentiva, ove invece la pena sia stata integralmente scontata la misura stessa può trovare applicazione non essendo prevista la relativa sospensione per motivi di salute. Risulterebbe poi vanificata "ogni dimensione retributiva-afflittiva della pena" giacchè, osserva il rimettente, "la rinunzia sine die all’esecuzione di essa lascia sostanzialmente impunito il reato commesso, in un’ottica di deresponsabilizzazione che contraddice il principio sancito dal primo comma dell’art. 27 della Costituzione", così come totalmente obliterata sarebbe anche la finalità di prevenzione sociale e di rieducazione della pena, che vede nella condizione detentiva sempre e soltanto un momento repressivo e antieducativo e nella condizione libera sempre e comunque un momento rieducativo e risocializzativo". La disposizione impugnata si porrebbe infine in contrasto, secondo il giudice rimettente, anche con l’art. 32 della Costituzione, giacchè se da un lato la norma tende a salvaguardare il bene della salute nel consorzio carcerario, il trasferimento del condannato in una condizione di libertà in nessun modo coercibile finisce per esporre ad elevato rischio di salute della intera collettività, così da offendere l’identico bene ma in una dimensione "quantitativamente maggiore, essendo riferibile ad un numero enormemente più elevato di soggetti".

Conclusivamente, il giudice a quo ritiene tuttavia di dover dedurre, quale "profilo secondario di incostituzionalità della norma denunziata, ampiamente assorbito" dalle censure precedentemente svolte, un ulteriore aspetto che contribuirebbe a minare la legittimità della norma stessa: vale a dire la mancata previsione di qualsiasi possibilità di operare una "verifica giurisdizionale dell’inesistenza, nel caso concreto, delle condizioni che dovrebbero giustificare il sacrificio degli interessi postergati e la precedenza accordata all’interesse tutelato dalla norma, come nell’ipotesi di pena detentiva che devesi concretamente espiare in carcere adeguatamente attrezzato, con strutture sanitarie e logistiche interne e con collegamenti con strutture esterne, tali da rendere pienamente tutelati i beni della salute del singolo condannato e della collettività carceraria".

A ben vedere è proprio l’ultimo dei profili che il giudice a quo affronta in chiave "secondaria" a rappresentare l’effettivo nucleo attorno al quale si snoda l’intera rassegna delle doglianze e a costituire, al tempo stesso, il petitum che il rimettente mostra di perseguire, giacchè è agevole avvedersi di come tutti i dubbi di legittimità che vengono sottoposti all’esame della Corte finiscano ineluttabilmente per radicarsi e trarre alimento proprio da quel "rigido automatismo giudiziale" che l’ordinanza di rimessione contesta e che caratterizza l’operatività della disposizione oggetto di impugnativa. Su tale aspetto, quindi, dovrà incentrarsi la disamina della questione, per verificare se e in che misura possano ritenersi tuttora validi i rilievi che indussero questa Corte a disattendere la fondatezza di analoghi quesiti.

2. - Come il giudice a quo puntualmente sottolinea, questa Corte è stata infatti chiamata più volte a pronunciarsi sul delicato tema del rinvio obbligatorio della pena nei confronti dei malati di AIDS, pervenendo a conclusioni condizionate dai rigorosi confini all’interno dei quali deve svolgersi lo scrutinio di costituzionalità. Nella sentenza n. 70 del 1994, infatti, non si mancò di rilevare che l’alternativa tra immediata esecuzione della pena detentiva o la sua temporanea "inesigibilità" a causa di condizioni di salute che il legislatore stesso ritiene di qualificare come incompatibili con la detenzione, non comporta soluzioni univoche sul piano costituzionale, "dovendosi necessariamente ammettere spazi di valutazione normativa che ben possono contemperare l’obbligatorietà della pena con le specifiche situazioni di chi vi deve essere sottoposto". Nella stessa sentenza si auspicò un tempestivo intervento del legislatore che adeguatamente salvaguardasse le fondamentali esigenze di tutela della collettività. Al fondo della normativa censurata si individuò, dunque, sulla base di quanto espressamente affermato nella relazione accompagnatoria del disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 139 del 1993 (sesto, dopo una serie di precedenti decreti-legge tutti decaduti), il valore della salute nel particolare consorzio carcerario come bene da porre a raffronto con gli altri coinvolti, un bene, per di più, la cui tutela assumeva peculiare risalto in considerazione della "eccezionalità" che il fenomeno dell’AIDS presentava in sede penitenziaria. Concetti, questi, che sono stati poi ribaditi nella sentenza n. 308 del 1994, ove si osservò come binomio "carcere-malati di AIDS" fosse stato normativamente dissolto sulla base di "un presupposto di fatto non valutabile in astratto: vale a dire l’eccezionale situazione di pericolo per la salute pubblica nel contesto delle carceri dovuta a due fenomeni di "concentrazione" fra loro interagenti, quali sono, da un lato, l’alto numero di detenuti all’interno degli istituti e, dall’altro, la massima presenza, fra questi, di soggetti a rischio", giustificandosi, così, una disciplina "che assume i connotati sostanziali di ius singulare". Dunque, un regime profondamente derogatorio, il quale trova la propria ragion d’essere soltanto se riferito ad un quadro di eccezionalità che, per esser tale, deve necessariamente correlarsi ad una situazione di emergenza che qualunque società civile è portata ad apprezzare come fenomeno per sua natura contingente e, quindi, temporaneo.

Ebbene, lungi dal recepire gli auspici di questa Corte e delle non poche voci levatesi nel medesimo senso, il legislatore ha omesso di riequilibrare il sistema lasciandolo sbilanciato sul piano della doverosa salvaguardia delle esigenze di sicurezza collettiva, così finendo per accreditare l’opinione di quanti hanno individuato nei beneficiari di una disciplina, già in sè fortemente discussa sul piano della validità delle stesse premesse scientifiche da cui muove, una singolare categoria di "penalmente immuni", senza che a ciò neppure corrisponda una verifica in concreto circa l’effettiva rispondenza di un siffatto regime alle reali esigenze della salute, individuale e collettiva, che pur dovrebbero costituirne il nucleo portante. L’assenza di iniziative intese a pervenire ad una più adeguata ponderazione dei numerosi principi costituzionali che il giudice a quo ha puntualmente passato in rassegna, denota, dunque, come l’inerzia del legislatore abbia finito col trasformare in "regime ordinario" quella che negli intenti originari doveva essere una disciplina derogatoria fondata sulla eccezionalità della situazione. Una inerzia, quella di cui si è detto, alla quale si sono poi venute a sovrapporre amplificandone gli effetti negativi, ulteriori inadempienze che hanno finito per compromettere ulteriormente la perdurante coerenza delle scelte normative che vengono qui in discorso. Così, privo di attuazione è rimasto l’art. 4 del decreto-legge n. 139 del 1993 (convertito, anche per questa parte, dalla legge 14 luglio 1993, n. 222), ove si rinviava alla emanazione di un apposito decreto "la sperimentazione di un programma di screening per Hiv, in forma anonima, negli istituti penitenziari", come del pari inadeguata è stata la concreta realizzazione, sul piano strutturale, della nutrita gamma di presidi e provvidenze che sono stati stabiliti per i malati di AIDS dalla legge 5 giugno 1990, n. 135, e dallo stesso decreto-legge n. 139 del 1993. D’altra parte, è proprio il rigido automatismo che caratterizza la disposizione oggetto di impugnativa ad aver generato preoccupanti conseguenze per la sicurezza collettiva giacchè dalla documentazione trasmessa dal Ministero di grazia e giustizia in risposta all’ordinanza istruttoria pronunciata da questa Corte, è emerso che, fra quanti hanno beneficiato del rinvio della esecuzione della pena, una non trascurabile percentuale ha nuovamente commesso reati. La scarsità di adeguati presidi terapeutici e di supporto, la totale assenza di strumenti preventivi e la peculiare condizione soggettiva di chi è portatore di una malattia indubbiamente gravissima, per di più circondata da non pochi pregiudizi che fortemente ostacolano il reinserimento sociale, hanno così finito per rappresentare un coacervo di problematiche che la norma censurata ha integralmente trasferito sulla intera collettività.

Se, quindi, la salute collettiva nel particolare contesto carcerario - che costituisce, come si è detto, il dichiarato obiettivo perseguitato dalla norma - rappresenta un bene sicuramente da preservare, giacchè il diritto alla salute di ciascun individuo implica il relativo bilanciamento "con il dovere di tutelare il diritto dei terzi che vengono in necessario contatto con la persona per attività che comportino un serio rischio, non volontariamente assunto, di contagio" (v. sentenza n. 218 del 1994), devesi al tempo stesso affermare che in tanto può ritenersi ragionevole "l’allontanamento" dal carcere dei malati di AIDS in quanto la relativa permanenza negli istituti cagioni in concreto un pregiudizio per la salute degli altri detenuti, posto che, altrimenti, risulterebbero senza giustificazione compromessi altri beni riconosciuti come primari dalla Carta fondamentale.

3. - La tutela della salute di quanti si trovino ristretti negli istituti penitenziari non rappresenta, però, l’unico valore che il legislatore ha inteso, salvaguardare con la norma oggetto di impugnativa, dal momento che, come ha osservato lo stesso giudice rimettente, ove così fosse, l’identico regime avrebbe dovuto prendere in considerazione l’intera e ben più estesa gamma dei portatori di infezione da HIV, essendo questo, e non la malattia in sè considerata, il presupposto di insorgenza del rischio di contagio e, dunque, di pericolo per la salute della popolazione carceraria . L’aver quindi la norma preso in considerazione, attraverso il rinvio all’art. 286-bis, comma 1, del codice di procedura penale, i malati di AIDS conclamata e i soggetti che presentino una grave deficienza immunitaria secondo i parametri stabiliti con decreto ministeriale del 25 maggio 1993, equivale alla individuazione, fra quanti siano portatori di infezioni da HIV, di una particolare categoria di persone rispetto alle quali l’incompatibilità con lo stato di detenzione è presunta ex lege. Accanto, dunque, alla salute collettiva, la norma di cui qui si discute ha evidentemente inteso tutelare anche la salute del singolo condannato, adottando tuttavia, pure sotto questo profilo, un modulo strutturato in termini di rigoroso automatismo che nessuno spazio lascia alla possibilità di verificare in concreto la compatibilità delle condizioni di salute del condannato con la esecuzione della pena.

D’altra parte, che la tutela della salute dei malati di AIDS in sede carceraria fosse sicuramente uno fra i principali obiettivi perseguiti dal legislatore, si ricava con certezza non soltanto dai lavori parlamentari svoltisi per la conversione in legge del decreto-legge n. 139 del 1993, ma anche da talune autorevoli valutazioni espresse in sede scientifica che, recepite dalla stessa amministrazione penitenziaria, non hanno certo mancato di ispirare le reiterate iniziative legislative del Governo e le scelte finali del Parlamento. Sin dal marzo 1989, infatti, la Commissione nazionale per la lotta contro l’AIDS, istituita presso il Ministero della sanità, aveva formulato un giudizio - ribadito, poi, nella seduta del 7 giugno 1990 - di assoluta incompatibilità dei soggetti affetti da AIDS conclamata con il regime carcerario, osservando come detto regime comporti "per il malato di AIDS, il rischio di una riduzione del tempo di sopravvivenza, e per gli operatori che vivono e lavorano con lui e per i condetenuti, rischi di contagio delle patologie ad alta trasmissibilità".

Ad ulteriore e definitiva conferma di quanto si è dianzi osservato, sta, infine, la scelta di iscrivere la nuova previsione nel corpo dell’art. 146 del codice penale, vale a dire di una norma la cui stessa "storia" chiaramente ne denota le eminenti finalità di tutela della salute dell’individuo. L’istituto del rinvio della esecuzione della pena, infatti, ha trovato collocazioni diverse ma disciplina sostanzialmente analoga nelle codificazioni postunitarie: era, infatti, l’art. 586 del codice di procedura penale del 1865 a stabilire che "L’esecuzione delle sentenze di condanna a pena restrittiva della libertà personale, passante in giudicato, è sospesa se il condannato si trovi in stato di demenza o di malattia grave", è l’identica impronta processuale era stata mantenuta anche nel codice di rito del 1913, il cui art. 583 prevedeva la possibilità di sospendere l’esecuzione di una sentenza di condanna, fra l’altro, "se una pena restrittiva della libertà personale debba essere espiata da persona che , secondo il giudizio di uno o più periti nominati d’ufficio, si trovi in tali condizioni d’infermità di mente o di corpo da rendere necessaria la sospensione", ovvero se la pena "debba essere espiata da donna che sia incinta o abbia partorito da meno di tre mesi". Soltanto con l’entrata in vigore del codice penale del 1930, dunque, l’istinto fu trasferito dalla tradizionale sede processuale in quella del codice di diritto sostanziale, il tutto secondo l’opzione dogmatica tipica di quel legislatore, opzione che peraltro non mancò di registrare vivaci resistenze in dottrina, ove si ritenne da parte di alcuni immutata l’originaria fisionomia dell’istituto stesso. Ma al di là delle scelte di sistema, che qui direttamente non rilevano, sta il dato costante rappresentato dal fatto che nelle pur mutevoli formulazioni il rinvio o la sospensione della esecuzione della pena detentiva si è sempre saldamente attestato attorno a un presupposto unificante: vale a dire le particolari condizioni di salute del condannato e la ritenuta inconciliabilità delle stesse con l’altrettanto peculiare regime carcerario. Illuminati, a questo proposito sono alcuni passaggi della Relazione ministeriale sul progetto del codice penale, ove, appunto, si giustifica il rinvio obbligatorio della esecuzione della pena nel caso della donna incinta o che ha partorito da meno di sei mesi, proprio con le difficoltà di assistenza negli stabilimenti carcerari che quelle condizioni personali necessariamente richiedono.

Ma se le concorrenti esigenze di tutela del nascituro e del neonato possono razionalmente giustificare una presunzione assoluta di incompatibilità col carcere per la donna incinta o che abbia partorito da meno di sei mesi, nei confronti dei malati di AIDS o di quanti presentino uno stato di grave deficienza immunitaria (per di più limitata all’ipotesi in cui questa derivi da infezione da Hiv), occorrerebbe presupporre, con altrettanta linearità logica, che gli stessi versino in tutti i casi in condizioni di salute tali da non poter essere adeguatamente affrontate nè con gli appositi presidi di diagnosi e cura esistenti all’interno degli istituti penitenziari, nè attraverso provvedimenti di ricovero in luoghi esterni a norma dell’art. 11 dell’ordinamento penitenziario. Ebbene, è proprio la rigida presunzione stabilita dal legislatore, ad apparire priva di adeguato fondamento e tale, dunque, da rendere del tutto evanescente la razionalità di una norma dalla cui concreta applicazione possono pertanto generarsi inaccettabili disparità di trattamento e, di riflesso, la compromissione di quegli altri valori che il giudice a quo ha evocato a parametro delle dedotte questioni. Se, infatti, l’istituto del rinvio obbligatorio della esecuzione della pena deve tendere nel caso di specie a preservare le condizioni di salute del condannato, è evidente, allora, che sono soltanto queste ultime a dover essere prese in considerazione dal legislatore e non certo la malattia in quanto tale, giacchè, a fronte di un identico stato morboso, qualunque esso sia, le variabili cliniche possono essere tante quanto l’intera casistica è in grado di offrire. D’altra parte, non è senza significato a tal proposito che anche fra gli studiosi della materia si sia giunti ad affermare che la stessa fase dell’AIDS conclamata presenti quadri clinici molto vari, alcuni dei quali, specie se ben trattati, possono regredire anche per lungo tempo, così come è altrettanto sintomatico che la stessa Commissione nazionale per la lotta all’AIDS abbia finito per riconoscere che "il quadro clinico delle infezioni da HIV è caratterizzato da una estrema dinamicità e variabilità di situazioni", al punto che "pazienti affetti dalla infezione HIV in uno stato epidemiologicamente non classificabile come AIDS ... versano in condizioni clinicamente gravi", tali da necessitare di quegli stessi provvedimenti che la Commissione medesima indicava per i soggetti in fase di AIDS.

Pur dovendosi quindi annettere al particolare e grave morbo di cui qui si tratta tutto il risalto che lo stesso merita e che l’ampia normativa di settore e la stessa coscienza collettiva gli ha ormai riconosciuto, l a disposizione impugnata deve ritenersi non conforme al canone della ragionevolezza nella parte in cui non consente di accertare in concreto se, ai fini della esecuzione della pena, le effettive condizioni di salute del condannato siano o meno compatibili con lo stato detentivo. Allo stesso modo, spetterà al giudice verificare caso per caso in relazione alle strutture disponibili se l’esecuzione della pena possa avvenire senza pregiudizio per la salute della restante popolazione carceraria che, come si è detto, costituisce l’altro dei valori che la norma ha inteso tutelare. Accertamenti e verifiche del giudice, quelli sopra esposti che porranno le pubbliche amministrazioni, ciascuna nel quadro delle proprie competenze ed opportunamente giacchè la rigida e prevedibile sospensione del momento esecutivo esclude che la pena irrogata possa svolgere alcuna funzione di intimidazione e dissuasione. Del tutto vanificato sarebbe anche il profilo retributivo-afflitto della pena, posto che la rinuncia sine die alla relativa esecuzione lascia sostanzialmente impunito il reato commesso, in una prospettiva di deresponsabilizzazione che si pone in contrasto con il principio sancito dall’art. 27, primo comma, della coordinate tra loro, di fronte all’esigenza di tenere conto del bisogno di cura del singolo e dell’attitudine della condizione restrittiva rispetto alla salvaguardia della salute della popolazione carceraria, predisponendo o incrementando le strutture idonee allo scopo , sia nei presidi sanitari esterni cui ricorrere a norma dell’art. 11 dell’ordinamento penitenziario.

In tal modo viene pertanto ad essere integralmente soddisfatto il petitum perseguito dal giudice a quo e restano conseguentemente assorbiti gli ulteriori profili di illegittimità costituzionale del medesimo dedotti.

PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE

Dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 146, primo comma, numero 3, del codice penale, aggiunto dall’art. 2 del d.-l. 14 maggio 1993, n. 139, convertito dalla legge 14 luglio 1993, n. 222, nella parte in cui prevede che il differimento ha luogo anche quando l’espiazione della pena possa avvenire senza pregiudizio della salute del soggetto e di quella degli altri detenuti.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 18 ottobre 1995.

Il Presidente: CAIANELLO
Il redattore: VASSALLI
Il cancelliere: DI PAOLA

Depositata in cancelleria il 18 ottobre 1995.

Il direttore della cancelleria: DI PAOLA


Sentenza 18 ottobre 1995 n. 439
della corte costituzionale
(in Gazzetta Ufficiale 25 ottobre 1995 n. 44)

 

Giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale.

Pena - Persona ammalata di AIDS conclamata o portatrice di grave deficienza immunitaria per infezione da HIV - Divieto assoluto di custodia cautelare in carcere - Irragionevolezza - Predisposizione del divieto anche in caso di sussistenza di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza di cui all’art. 275, comma 4, del c.p.p. e nel caso dell’applicazione della misura senza pregiudizio per la salute del soggetto e di quella degli altri detenuti - Spettanza al giudice del potere di verifica caso per caso circa l’eseguibilità della pena senza pregiudizio per la salute della popolazione carceraria - Violazione del principio di eguaglianza - Illegittimità costituzionale.

(C.P.P., art. 286-bis, primo comma).

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

Presidente:prof. Vincenzo CAIANELLO;

Giudici: avv. Mauro FERRI, prof. Luigi MENGONI, prof. Enzo CHELI, dott. Renato GRANATA, prof. Giuliano VASSALLI, prof. Francesco GUIZZI, prof. Cesare MIRABELLI, prof. Fernando SANTOSUOSSO, avv. Massimo VARI, dott. Cesare RUPERTO, dott. Riccardo CHIEPPA, prof. Gustavo ZAGREBELSKY;

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 286-bis del codice di procedura penale, promosso con ordinanza emessa il 10 giugno 1995 dal giudice per le indagini preliminari presso i l tribunale di Torino nel procedimento penale a carico di Vona Carmela, iscritta al n. 496 del registro ordinanze 1995 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 38, prima serie speciale, dell’anno 1995;

Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

Udito nella camera di consiglio del 16 ottobre 1995 il Giudice relatore Giuliano Vassalli.

Ritenuto in fatto

1. - Chiamato a decidere sulla richiesta del pubblico ministero di sostituire con la misura della custodia cautelare in carcere quella degli arresti domiciliari applicata nei confronti di persona ammalata di AIDS conclamata, più volte sottrattasi agli obblighi inerenti alla misura custodiale gradata (arresti domiciliari in ospedale), il Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Torino ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 286-bis del codice di procedura penale che appunto sancisce il divieto di custodia cautelare in carcere nei casi di AIDS conclamata o di grave deficienza immunitaria per infezione da HIV.

Rammenta le sentenze di questa Corte n. 70 e 308 del 1994 in tema di rinvio obbligatorio della esecuzione della pena nei confronti dei malati di AIDS e facendo proprie le considerazioni svolte dal Tribunale di sorveglianza di Palermo nell’ordinanza del 13 ottobre 1994, con la quale detto Tribunale aveva sollevato questione di legittimità costituzionale della nuova previsione dettata in materia dell’art. 146, primo comma, numero 3, del codice penale, il giudice a quo deduce, sotto profili in parte analoghi, la violazione dei medesimi parametri di costituzionalità già indicati nell’ordinanza di quel Tribunale.

Risulterebbe infatti violato l’art. 2 della Costituzione, in quanto, iscrivendo, questo, fra i diritti inviolabili dell’uomo anche quello di essere tutelato nei confronti di chi aggredisca i propri interessi, dalla norma censurata scaturisce, come effetto sostanziale, quello di esporre a grave pericolo il bene della incolumità e sicurezza collettiva, a fronte della tutela della salute carceraria che si sarebbe dovuta salvaguardare adeguando le strutture sanitarie e penitenziarie.

Risulterebbe poi violato il principio di uguaglianza in quanto, come già evidenziato in precedente analoga questione sollevata dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Torino con ordinanza del 24 febbraio 1993, non vi è ragione, nè sul piano logico, nè su quello scientifico, per riservare ai malati di AIDS un trattamento diverso rispetto a quello previsto in via generale dall’art. 275, comma 4, del codice di procedura penale, per i soggetti affetti da patologie altrettanto gravi, irreversibili ed ingravescenti; sicchè - osserva il giudice a quo - "data l’estrema dinamicità e varietà di situazioni che caratterizza il quadro clinico delle infezioni da HIV", l’unica via percorribile è quella di valutare la situazione "caso per caso, come già avviene in generale per le altre gravi patologie".

Compromesso sarebbe, infine, l’art. 32 della Costituzione, in quanto il legislatore, trasferendo il malato di AIDS dal carcere all’ambiente libero per salvaguardare la salute della popolazione carceraria (peraltro tutelabile con l’isolamento ex art. 33 dell’ordinamento penitenziario), ha esposto a pericolo il bene della salute collettiva, e, quindi, un bene "quantitativamente maggiore, essendo riferibile ad un numero enormemente più elevato di soggetti".

2. - Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile, essendo stata la stessa già decisa in tal senso con sentenza n. 33 del 1994.

Considerato in diritto

1. - Il Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Torino solleva questione di legittimità costituzionale dell’art. 286-bis del codice di procedura penale, nella parte in cui viene stabilito il divieto di custodia cautelare in carcere nei confronti della persone affette da AIDS conclamata o che prestino una grave deficienza immunitaria per infezione da HIV. A parere del giudice a quo , l’effetto sostanziale che scaturisce dal rigido divieto sancito dalla norma oggetto di impugnativa è quello di esporre a grave pericolo il fondamentale bene della incolumità delle persone, così compromettendo le garanzie apprestate dall’art. 2 della Costituzione, nei casi in cui l’elevata pericolosità del soggetto non possa essere adeguatamente fronteggiata se non con l’applicazione della misura prevista dall’art. 285 del codice di rito. La gradata misura degli arresti domiciliari, soggiunge il rimettente, si rivela infatti incongrua al fine di evitare gli indicati periodi, sia perchè risulta spesso difficile individuare luoghi o strutture disposti ad accogliere la particolare categoria di persone cui la norma si riferisce, "sia soprattutto perchè la predetta misura perde ogni concreta efficacia coercitiva, non essendo le violazioni delle relative prescrizioni sanzionabili mediante la conversione in detenzione cautelare in carcere".

Vulnerato sarebbe anche il principio di uguaglianza, in quanto, osserva il giudice a quo, non è dato rinvenire "alcuna ragione, nè logica nè scientifica" per giustificare il peculiare trattamento previsto per i soggetti affetti da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria rispetto a quanti presentino un quadro morboso di analoga gravità, specie ove si consideri che "l’estrema dinamicità e varietà di situazioni" che caratterizzano sul piano clinico le infezioni da HIV imporrebbe di valutare tali situazioni caso per caso, agli effetti del giudizio di compatibilità tra stato detentivo e malattia, "come già avviene in generale per le altre gravi patologie".

Considerato infine - deduce il rimettente - che la norma oggetto di impugnativa determina il trasferimento del malato di AIDS dal carcere all’ambiente libero nella prospettiva di salvaguardare il bene della salute nel contesto carcerario, viene ad essere esposto "a grave e maggior pericolo il bene della salute collettiva extracarceraria ", il tutto aggravato, osserva il giudice a quo, dalla impossibilità di far ricorso alle varie misure precauzionali previste per le persone in stato di detenzione, fra le quali l’isolamento per ragioni sanitarie disciplinato dall’art. 33 dell’ordinamento penitenziario.

2. - Il tema dei malati di AIDS e delle correlative disposizioni novellatrici introdotte nel codice penale ed in quello di procedura penale ad opera del d.-l. 14 maggio 1993, n. 139, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 luglio 1993 n. 222, ha come è noto, formato oggetto di numerosi interventi da parte di questa Corte, l’ultimo dei quali è rappresentato dalla sentenza n. 438 del 1995, depositata in pari data, con la quale la Corte ha avuto modo di occuparsi della disciplina, per molti aspetti speculare a quella che viene qui in discorso, dettata in materia di rinvio obbligatorio della esecuzione della pena dall’art. 146, primo comma, numero 3, del codice penale. In tale occasione si è fra l’altro osservato che se la salute collettiva nel particolare contesto carcerario - che costituisce uno degli obiettivi perseguiti dal citato d.-l. n. 139 del 1993 - "rappresenta un bene sicuramente da preservare ... devesi al tempo stesso affermare che in tanto può ritenersi ragionevole "l’allontanamento" dal carcere dei malati di AIDS, in quanto la relativa permanenza negli istituti cagioni in concreto un pregiudizio per la salute degli latri detenuti, posto che, altrimenti, risulterebbero senza giustificazione compromessi altri beni riconosciuti come primari dalla Carta fondamentale". Nella medesima sentenza si è però anche osservato che la tutela della salute di quanti si trovino ristretti negli istituti penitenziari non rappresenta l’unico valore che il legislatore ha inteso salvaguardare, giacchè "ove così fosse, l’identico regime avrebbe dovuto prendere in considerazione l’intera e ben più estesa gamma dei portatori di infezione da HIV, essendo questo e non la malattia in sè considerata, il presupposto di insorgenza del rischio di contagio e, dunque, di pericolo per la salute della popolazione carceraria. Accanto, quindi, alla salute collettiva, la norma censurata "ha evidentemente inteso tutelare la salute del singolo", attraverso una rigida preclusione che inibisce sempre e comunque l’adozione della custodia carceraria, senza lasciare alcuno spazio alla possibilità di verificare in concreto la compatibilità delle condizioni di salute con l’applicazione della più grave fra le misure coercitive. Tuttavia se il divieto di custodia cautelare in carcere deve ritenersi nella specie volto a preservare anche le condizioni di salute dell’inquisito, "è evidente, allora, che sono soltanto queste ultime a dover essere prese in considerazione dal legislatore e non certo la malattia in quanto tale", giacchè, a fronte di un identico stato morboso, qualunque esso sia, le variabili cliniche possono essere tante quante l’intera casistica è in grado di offrire. Essendosi quindi da tempo evidenziata in sede scientifica la variabilità di situazioni cui può dar luogo l’infezione da HIV, al punto che la stessa fase dell’AIDS conclamata presenta quadri clinici fra loro assai difformi, alcuni dei quali, specie se ben trattati , possono regredire anche per lungo tempo, ne deriva che la rigorosa preclusione di cui innanzi si è detto finisce per apparire priva di adeguato fondamento e tale, dunque, da rendere evanescente la razionalità di una norma dalla cui concreta applicazione possono generarsi inaccettabili disparità di trattamento e, di riflesso, il mancato soddisfacimento delle esigenze di natura cautelare sulle quali il giudice a quo si è puntualmente intrattenuto.

3. - Ma è proprio su quest’ultimo aspetto che occorre svolgere qualche ulteriore notazione. Questa Corte ha, infatti, disatteso in passato analoghe censure, osservando come la dedotta compromissione delle esigenze di sicurezza collettiva dovesse ritenersi insussistente proprio perchè nei confronti delle persone affette da AIDS risultavano adottabili "tutte le misure diverse dalla custodia in carcere e, quindi, anche quella custodiale degli arresti domiciliari, con l’aggiunta delle prescrizioni e cautele che le esigenze del singolo casi possono consigliare" (v. ordinanza n. 300 del 1994). Una simile soluzione, ovviamente, presupponeva l’attivazione della intera gamma di presidi e provvidenze che nei confronti dei malati di AIDS ertano stati previsti dalla legge 5 giugno 1990, n. 135, e dallo stesso d.-l. n. 139 del 1993, cosicchè, svolgendosi l’intervento cautelare nel quadro di un programma di assistenza, il singolo rinvenisse proprio in quelle strutture un adeguato punto di riferimento ed un corrispondente stimolo ad osservare le prescrizioni inerenti alle singole misure. la inadeguata attuazione dei richiamati programmi di intervento ha, però vanificato la premessa stessa da cui ha tratto origine la richiamata giurisprudenza di questa Corte, rendendo evidente come in non pochi casi - e quello sul quale il giudice a quo è chiamato a pronunciarsi ne è la testimonianza - la stessa misura degli arresti domiciliari, la quale è pur sempre misura a contenuto prescritto e che dunque postula, per realizzare la funzione che le è propria, la volontà adesiva di chi vi è sottoposto, abbia finito per atteggiarsi alla stregua di provvedimento meramente liberatorio, senza alcuna concreta possibilità di coercizione. È ben vero, infatti, che, a norma dell’art. 3 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 1991, n. 203, è consentito l’arresto fuori dei casi di flagranza della persona che ha posto in essere una condotta punibile ai sensi dell’art. 385 del codice penale e che nei suoi confronti può essere disposta una misura coercitiva anche fuori dei limiti previsti dall’art. 280 del codice di procedura penale; ma se per legge la misura applicabile potrà al massimo essere quella degli arresti domiciliari .......... misura alla quale la persona si è sottratta non potrà essere sostituita con la custodia in carcere, ne scaturisce, o ne può comunque scaturire, una inarrestabile sequenza di sottrazioni agli arresti domiciliari e di ripristino degli stessi che, da un lato, svilisce l’assenza stessa della cautela e, dall’altro, lascia di fatto integralmente sguarniti i pericoli che la misura è invece destinata a salvaguardare. L’irragionevolezza del sistema traspare, quindi, con estrema chiarezza.

D’alta parte, l’art. 275, comma 4, del codice di procedura penale, come sostituito dall’art. 5 della legge 8 agosto 1995, n. 332 nello stabilire divieti per la custodia cautelare in carcere, accomuna, sotto una medesima clausola di salvezza, più situazioni, fra le quali iscrive, in ciò innovando rispetto al testo previgente, anche la persona "che si trovi in condizioni di salute particolarmente gravi incompatibili con lo stato di detenzione". Sicché, per quello che traspare dal testo della norma, la custodia cautelare in carcere sembra dunque adottabile anche nei confronti delle persone che versino in condizioni di incompatibilità con la misura carceraria nell’ipotesi in cui "sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza", ferma restando, ovviamente, l’attivazione nei loro confronti di tutti gli istituti che l’ordinamento prevede al fine di assicurare il fondamentale bene della salute.

In tale quadro di riferimento si rivela, allora, privo di ragionevolezza il divieto assoluto di custodia cautelare in carcere stabilito per i soli ammalati di AIDS, dovendo per essi operare, pur con i temperamenti resi necessari dalla peculiarità del morbo, la generale regola che consente, anche nel caso di malattie altrettanto gravi, l’adozione della misura carceraria, allorchè esigenze cautelari di eccezionale rilevanza facciano ritenere inadeguata qualsiasi altra misura.

4. - Alla luce dei riferiti rilievi la norma impugnata deve pertanto essere dichiarata costituzionalmente illegittima per contrasto con l’art. 3 della Carta fondamentale, restando assorbiti gli ulteriori profili denunciati dal rimettente. Spetterà quindi al giudice verificare, caso per caso, tenuto conto anche delle strutture disponibili, se, in presenza di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, la custodia in carcere possa essere disposta senza pregiudizio per la salute del soggetto e di quella degli altri detenuti.

PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE

Dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 286-bis, primo comma, del codice di procedura penale, nella parte in cui stabilisce il divieto di custodia cautelare in carcere nei confronti delle persone ivi indicate, anche quando sussistono le esigenze cautelari di eccezionale rilevanza di cui all’art. 275, quarto comma, del medesimo codice, e l’applicazione della misura possa avvenire senza pregiudizio per la salute del soggetto e di quella degli altri detenuti.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 18 ottobre 1995.

Il Presidente: CAIANIELLO
Il redattore: VASSALLI
Il cancelliere: DI PAOLA

Depositata in cancelleria il 18 ottobre 1995.

Il direttore della cancelleria: DI PAOLA


DELIBERAZIONE cipe 20 novembre 1995
(in Gazzetta Ufficiale gennaio 1996 n. 5)

Fondo sanitario nazionale 1994. Finanziamento
di interventi di cui alla legge 5 giugno 1990, n. 135

 

IL COMITATO INTERMINISTERIALE PER LA
PROGRAMMAZIONE ECONOMICA

Vista la legge 23 dicembre 1978, n. 833, istitutiva del Servizio sanitario nazionale;

Vista la legge 5 giugno 1990, n. 135, concernente il programma di interventi urgenti per la lotta all’AIDS;

Visto in particolare, l’art. 1, comma 1, lettera d), e comma 2, della predetta legge n. 135/1990, che prevede, tra l’altro, specifici interventi di carattere pluriennale per lo svolgimento dei corsi di formazione ed aggiornamento professionale nonchè per il trattamento domiciliare dei soggetti affetti da AIDS, nell’ambito del programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l’AIDS;

Considerato che, in base alle disposizioni della predetta legge n. 135/1990, il finanziamento degli interventi considerati avviene con quote annuali del Fondo sanitario nazionale di parte corrente, vincolate allo scopo;

Visto il decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, e successive modificazioni ed integrazioni, concernente il riordino della disciplina in m ateria sanitaria, a norma dell’art. 1 della legge 23 ottobre 1992, n. 421;

Visto l’art. 34, comma 3, della legge 23 dicembre1994, n. 724, concernente misure di razionalizzazione della finanza pubblica, il quale dispone tra l’altro che la regione Valle D’Aosta e le province autonome di Trento e di Bolzano provvedono al finanziamento del Servizio saniatrio nazionale nei rispettivi territori senza nessun apporto a carico del bilancio dello Stato, utilizzando prioritariamente le entrate derivanti dai contributi sanitari ad esse attribuiti dall’art. 11, comma 9, del decreto legislativo n. 502/1992, e successive modificazioni ed integrazioni, e, ad integrazione, le risorse dei propri bilanci;

Vista la propria delibera in data 30 novembre 1993 - pubblicata nella Gazzetta Ufficiale - serie generale - n. 55 dell’8 marzo 1994 - con la quale, nel ripartire tra le regioni le somme relative agli interventi AIDS per l’anno 1993, è stato previsto l’invio, da parte della medesime, di una dettagliata relazione sulle modalità di utilizzazione delle somme assegnate, al fine di consentire al Ministro della sanità di riferire su tali modalità, in sede di riparto delle quote afferenti l’esercizio 1994;

Considerato che dalle relazioni pervenute al Ministro della sanità risultano attivati in tutte le regioni i corsi di formazione del personale, mentre gli interventi di trattamento domiciliare risultano attivati solo nelle regioni Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Basilicata, Campania, Calabria e Sardegna;

Vista la proposta del Ministro della sanità in data 20 ottobre 1995 concernente l’assegnazione alle regioni interessate della somma complessiva di lire 95 miliardi, di cui lire 35 miliardi per lo svolgimento dei corsi di formazione ed aggiornamento professionale - in proporzione al numero dei casi di AIDS riscontrati ed ai posti letto esistenti in malattie infettive - e lire 60 miliardi per il trattamento a domicilio dei malati di AIDS e patologie correlate, in proporzione al numero dei casi di AIDS riscontrati in ciascuna regione; della predetta somma di lire 60 miliardi, il Ministro del tesoro provvederà all’erogazione delle quote spettanti alle sole regioni che hanno attivato il trattamento a domicilio, mentre per le altre l’erogazione sarà subordinata alla verifica, da parte del Ministro della sanità, dell’avvenuta attivazione degli interventi nelle regioni medesime;

Considerato che la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano ha espresso il proprio parere in data 19 ottobre 1993;

Delibera:

A valere dulle residue disponibilità del Fondo sanitario nazionale 1994 - parte corrente, è assegnata alle regioni interessate la somma complessiva di L. 95.000.000.000 di cui:

L. 35.000.000.000 per lo svolgimento dei corsi di formazione ed aggiornamento professionale;

L. 60.000.000.000 per il trattamento a domicilio dei soggetti affetti da AIDS e patologie correlate. Gli importi relativi alle regioni Umbria, Abruzzo, Molise, Puglia e Sicilia, verranno erogati dal Ministro del tesoro non appena il Ministro della sanità farà pervenire comunicazione in merito all’attivazione degli interventi di trattamento domiciliare nelle regioni medesime.

Detti importi sono ripartiti come da allegata tabella che fa parte integrante della presente deliberazione.

Allegato
Fondo sanitario nazionale anno 1994 - Parte corrente
Finanziamento interventi Legge 5 giugno 1990, n. 135

Regioni

Corsi di Formazione
(in milioni di lire)

Trattamento Domiciliare
(in milioni di lire)

Piemonte

2.397

4.259

Valle d’Aosta

0

0

Lombardia

6.420

19.181

P.A.Bolzano

0

0

P.A.Trento

0

0

Veneto

2.190

3.730

Friuli-Venezia Giulia

393

476

Liguria

1.559

3.334

Emilia-Romagna

2.718

5.979

Toscana

2.601

3.767

Umbria

381

404*

Marche

995

940

Lazio

3.935

7.754

Abruzzo

572

434*

Molise

192

43*

Campania

3.339

2.122

Puglia

1.887

2.170*

Basilicata

523

153

Calabria

695

602

Sicilia

3.170

2.643*

Sardegna

1.033

2.009

Totale

35.000

60.000

* L’erogazione delle somme è subordinata alla verifica, da parte del Ministro della sanità, dell’attivazione degli interventi di trattamento domiciliare.


legge 31 gennaio 1996 n. 34
(in Gazzetta Ufficiale 19 febbraio 1996 n. 41)

Testo del decreto-legge 1° dicembre 1995, n. 509
coordinato con la legge di conversione 31 gennaio 1996,
n. 34 recante: "Disposizioni urgenti in materia di
strutture e di spese del Servizio sanitario nazionale"

 

Art. 3
Accelerazione dei programmi di edilizia sanitaria

1. Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, nonchè gli enti di cui all’articolo 4, comma 15, della legge 30 dicembre 1991, n. 412, sono tenuti a procedere, per quanto di rispettiva competenza, entro il termine perentorio di centottanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, alla predisposizione ed all’approvazione dei progetti esecutivi relativi ai programmi di edilizia sanitaria di cui all’art. 20 della legge 11 marzo 1988, n. 67, e di quelli di cuiall’articolo 2 della legge 5 giugno 1990, n. 135.

2. Le regioni e le province autonome, nonchè gli enti di cui al comma 1, entro i trenta giorni successivi all’approvazione, inviano al CIPE la richiesta di finanziamento relativo ai progetti inclusi nei programmi di cui all’art. 20 della legge 11 marzo 1988, n. 67, e a quelli di c ui all’articolo 2 della legge 5 giugno 1990, n. 135, e successive modificazioni, certificando altresì quelli di immediata cantierabilità, per ottenere la relativa autorizzazione a contare mutui da parte del Ministero del tesoro.

3. Entro quindici giorni dalla data di richiesta del finanziamento la segreteria del CIPE sottopone al Comitato la richiesta stessa ai fini della relativa deliberazione.

4. Sono revocati dal CIPE i finanziamenti relativi ai progetti inclusi nei programmi di cui alciurla citato articolo 20 della legge 11 marzo 1988, n. 67, per i quali entro il termine di cui al comma 2 non sia stata presentata la richiesta di finanziamento, ferma restando la riallocazione degli stessi finanziamenti nell’ambito del piano pluriennale di investimenti di cui al medesimo articolo 20. La ridestinazione di detti finanziamenti, quale anticipazione sulla successiva quota, a favore delle regioni, delle province autonome e degli enti di cui al comma 1, i cui interventi sono in avanzato stato di attuazione, è effettuata dal CIPE, su proposta del Ministero della sanità, d’intesa con la Conferenza permanente peri rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome. L’utilizzo di tali finanziamenti è vincolato comunque al rispetto dei criteri di priorità indicati dal decreto-legge 2 ottobre 1993, n. 396, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 dicembre 1993, n. 492. Nell’ambito, comunque, di tali finanziamenti è riservata una quota pari a lire 200 miliardi, da destinare alla costruzione, ristrutturazione o attivazione dei consultori familiari in ragione di una unità ogni ventimila abitanti e all’attivazione e sostegno di strutture che applicano le tecnologie appropriate previste dall’Organizzazione mondiale della sanità alla preparazione e alla assistenza al parto, alla fine di assicurare la realizzazione in ogni distretto delle attività e degli obiettivi di sostegno alla famiglia ed alla coppia, di promozione e tutela della procreazione responsabile, di prevenzione dell’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), nonchè le finalità previste dal progetto-obiettivo materno-infantile del Piano sanitario nazionale 1994-1996 e quelle previste dalle azioni finalizzate e/o dai progetti dei piani sanitari regionali. I criteri di riparto di tale quota saranno individuati nell’ambito della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, tenendo conto dello stato di attuazione delle leggi 29 luglio 1975, n. 405, e 22 maggio 1978, n. 194. Per l’attivazione e gestione dei nuovi consultori, le risorse di parte corrente sono reperite con autorizzazione di spesa di lire 60 miliardi per ciascuno degli anni 1996 e 1997 a valere sul capitolo 6856 dello stato di previsione del Ministero del tesoro all’uopo utilizzando l’accantonamento relativo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il Ministro del tesoro è autorizzato ad apportare le opportune variazioni di bilancio.

5. L’articolo 11 del decreto-legge 24 novembre 1994, n. 646, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 gennaio 1995, n. 22, è abrogato.


DECRETO ministeriale 22 aprile 1996
(in Gazzetta Ufficiale 6 maggio 1996 n. 104)

Individuazione degli ospedali presso i quali devono
essere avviati i detenuti e gli internati affetti da
infezioni Hiv per i quali la competente autorità
abbia disposto il piantonamento

 

IL MINISTRO DELLA SANITÀ
ED
IL MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA

Visto il decreto-legge 14 maggio 1993, n. 139, convertito, con modifcazioni, con la legge 14 luglio 1993, n. 222, recante disposizioni urgenti relative al trattamento di persone detenute affette da infezione da HIV e di tossicodipendenti;

Visto, in particolare l’art. 3, comma 1, il quale prevede che i detenuti e gli internati affetti da infezione da Hiv, per i quali la competente autorità abbia disposto il piantonamento, sono avviati negli ospedali individuati con decreto emanato dai Ministri della sanità e di grazia e giustizia;

Viste le comunicazioni pervenute dalle regioni che hanno fornito le indicazioni ed i dati richiesti ai fini dell’attuazione della disposizione predetta;

Ritenuto di provvedere alla individuazione degli ospedali nei quali è possibile avviare i detenuti e gli internati di cui sopra, con riserva di ulteriore provvedimento integrativo per le regioni che devono ancora fornire i dati richiesti nonchè per le strutture attualmente in corso di attivazione;

Ritenuto che, perle regioni non comprese nell’elenco allegato al presente decreto, in attesa della individuazione degli ospedali, sia opportuno e necessario che i detenuti e gli internati siano ricoverati previe intese tra l’autorità giudiziaria competente e gli organi di gestione delle strutture ospedaliere ubicate nelle predette regioni;

Ritenuto di indicare gli ospedali distinti per regione;

Decretano

1. Gli ospedali presso i quali possono essere avviati i detenuti e gli internati affetti da infezione da HIV per i quali la competente autorità abbia disposto il piantonamento sono individuati nell’elenco allegato che forma parte del presente decreto.

2. Nelle regioni non comprese nel predetto elenco il ricovero dei detenuti e degli internati affetti da infezione da HIV per i quali sia stato disposto il piantonamento, è effettuato presso gli ospedali individuati dall’autorità giudiziaria competente previe intese con gli organi di gestione delle strutture ospedaliere interessate.

3. Il presente decreto sarà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.

Allegato
Elenco degli ospedali ove possono essere avviati i
detenuti e gli internati affetti da infezione da HIV
ai sensi dell’art. 3, comma 1, del decreto-legge
14 maggio 1993, n. 139, convertito, con modificazioni,
con legge 14 luglio 1993, n. 222

ABRUZZO

Pescara: ospedale civile dello Spirito Santo.

L’Aquila: presidio ospedaliero S. Salvatore (compatibilmente con la disponibilità dei posti letto all’atto della richiesta).

Teramo: presidio ospedaliero G. Mazzini (compatibilmente con la disponibilità dell’unico posto letto nella divisione di malattie infettive, al momento della richiesta).

BASILICATA

Potenza: ospedale civile (divisione malattie infettive).

Matera: ospedale civile (divisione malattie infettive).

CALABRIA

Cosenza: ospedale dell’Annunziata,

Crotone: ospedale S. Giovanni di Dio

Catanzaro: ospedale Pugliese.

Lametia Terme: ospedale civile.

Vibo Valentia: ospedale Iazzolino.

Reggio Calabria: ospedali riuniti.

EMILIA-ROMAGNA

Piacenza: ospedale civile, via Taverna, 49.

Panna: ospedale maggiore, via Gramsci,14; arcispedale S. Maria Nuova.

Reggio Emilia: L. Spallanzani, viale Risorgimento, 80

Modena: policlinico, via del Pozzo, 71.

Bologna: ospedale maggiore, largo Nigrisoli, 2; policlinico S. Orsola, via Massareni, 9.

Ferrara: arcispedale S. Anna , corso Giovecca, 203.

Ravenna: ospedale S. Maria delle croci via Missiroli, 10.

Forlì: ospedale Morgagni Pierantoni, Piazzale salieri, 1.

Rimini: ospedale Infermi, via Seetembrini, 2.

FRIULI-VENEZIA GIULIA

Trieste: ospedale maggiore.

Aviano: (Pordenone): centtro riferimento oncologico per la patologia tumorale associata all’AIDS.

LIGURIA

Genova: ospedale regionale S. Martino (divisione malattie infettive); ente ospedaliero Galliera (divisione malattie infettive).

San Remo: (Imperia): ospedale civile (divisione malattie infettive).

Savona: ospedale San Paolo (divisione malattie infettive).

La Spezia: ospedale Felettino (divisione malattie infettive).

LOMBARDIA

Milano: presidio multizonale di assistenza ospedaliera Niguarda piazza Ospedale Maggiore, 1.

MARCHE

Ancona: ospedale Umberto I (divisione malattie infettive).

Macerata: ospedale civile (divisione malattie infettive).

Fermo: ospedale civile (divisione malattie infettive).

PROVINCE AUTONOME DI TRENTO E BOLZANO

Trento: presidio ospedaliero S. Chiara.

VENETO

Treviso: ospedale Ca’ Foncello (divisione malattie infettive).

Venezia: ospedale S. Maria delle Grazie (divisione malattie infettive).

Padova: ospedale civile.

Verona: ospedale civile Maggiore (divisione malattie infettive).

TOSCANA

Massa: presidio ospedaliero Azienda unità sanitaria locale 1.

Prato: presidio ospedaliero Azienda unità sanitaria locale 4.

Livorno: presidio ospedaliero Azienda unità sanitaria locale 6.

Siena: presidio ospedaliero Azienda unità sanitaria locale 7.

Arezzo: presidio ospedaliero Azienda unità sanitaria locale 8.

Grosseto: presidio ospedaliero Azienda unità sanitaria locale 9.

Firenze: presidio ospedaliero S. M. Annunziata Azienda unità sanitaria locale 10.

Pisa: azienda ospedaliera Pisana.


DECRETO ministeriale 17 MAGGIO 1996
(in Gazzetta Ufficiale 23 maggio 1996)

Elenco delle strutture abilitate alla prescrizione
delle specialità medicinali antiretrovirali
per l’infezione da HIV

 

IL MINISTRO DELLA SANITÀ

Visto il decreto ministeriale 4 novembre 1991, ed in particolare l’art. 2;

Visto il provvedimento della Commissione unica del farmaco del 30 dicembre 1993, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 306 del 31 dicembre 1993, con il quale si è proceduto alla riclassificazione dei medicinali, ai sensi dell’art. 8, comma 10, della legge 24 dicembre 1993, n. 53, e successive modificazioni;

Considerate le indicazioni espresse dalla Commissione nazionale contro l’AIDS in data 3 marzo 1994;

Visti gli elementi forniti dalle regioni e le province autonome;

Visto il parere espresso dalla Commissione unica del farmaco nella seduta del 25 marzo 1996;

Decreta:

1. Ferma restando la modalità di impiego e di distribuzione ospedaliera, le specialità medicinali antiretrovirali per la terapia dell’infezione da HIV classificate in classe "A" con nota 37, possono essere dispensate in regime di Servizio sanitario nazionale delle farmacie aperte al pubblico su prescrizione delle strutture di cui all’allegato elenco.

2. Il decreto 4 novembre 1991 è abrogato.

Allegato
Elenco strutture abilitate alla prescrizione
delle specialità medicinali antiretrovirali
per l’infezione da HIV

Regione Abruzzo:
Divisione malattie infettive Ospedale
"S. Filippo e Nicola"
Avezzano
(L’Aquila)
Divisione malattie infettive Ospedale
"SS. Annunziata"
Chieti
Divisione malattie infettive
Ospedale "S. Salvatore"
l’Aquila
Divisione malattie infettive
Spirito Santo
Pescara
Divisione malattie infettive
Ospedali riuniti "Mazzini"
Teramo
Divisione malattie infettive
Ospedale Civile
Vasto (Chieti)
Regione Basilicata:
Reparto malattie infettive Centro di
riferimento AIDS Ospedale "S. Carlo"
Potenza
Farmacia Ospedale "S. Carlo" Potenza
Reparto malattie infettive Centro di
riferimento AIDS Ospedale Nuovo
Matera
Farmacia Ospedale Nuovo Matera
Regione Calabria:
Divisione di malattie infettive
Ospedale pugliese di Catanzaro
USL 7
Catanzaro
Divisione di malattie infettive
Ospedale Annunziata di Cosenza
USL 4
Cosenza
Divisione di malattie infettive
Ospedale "S. Giovanni di Dio"
di Crotone
USL 5
Crotone
Unità operativa di malattie infettive
Ospedale Civile di Lamezia Terme
USL 6
Terme (Catanzaro)
Divisione di malattie infettive
Ospedale Jazzolin di Vibo Valentia
USL 8
Vibo Valentia
Divisione di malattie infettive
Ospedale riuniti di Reggio Calabria
USL 11
Reggio Calabria
Unità operativa malattie infettive c/o
Policlinico Mater Domini facoltà di
medicina e chirurgia di Catanzaro
Università di Reggio Calabria
Centro Emofilia Ospedale Pugliese
di Catanzaro Day Hospital
USL 7
Catanzaro
USL 7
Catanzaro
Regione Campania:
Clinica malattie infettive Facoltà di
medicina e chirurgia Università Federico II
Napoli
Clinica malattie infettive Facoltà di
medicina e chirurgia II Ateneo di
Napoli
Napoli
Reparti patologie da HIV Ospedale
Cotugno
Napoli
Dipartimento di pediatria Facoltà di
medicina e chirurgia Università
Federico II
Napoli
Reparto di pediatria Ospedale
SS. Annunziata
Napoli
Sezione patologie da HIV Reparto
malattie infettive Ospedale Civile
Avellino
Sezione patologie da HIV Reparto
malattie infettive Ospedale G. Rummo
Benevento
Sezione patologie da HIV Reparto
malattie infettive Ospedale civile
Caserta
Sezione patologie da HIV Reparto
malattie infettive Ospedale civile
Salerno
Regione Emilia-Romagna:
Malattie infettive Ospedale Maggiore Bologna
Malattie infettive Ospedale S. Orsola Bologna
Malattie infettive Ospedale civile Piacenza
Malattie infettive Policlinico Modena
Malattie infettive Arcispedale
S. Maria Nuova
Reggio Emilia
Malattie infettive Ospedali riuniti Parma
Malattie infettive Arcispedale S.Anna Ferrara
Malattie infettive Ospedale Bufalini Cesena (Forlì)
Malattie infettive Ospedale degli
infermi
Rimini
Malattie infettive Ospedale Margagni
Pierantoni
Forlì
Malattie infettive Ospedale per gli
infermi
Faenza (Ravenna)
Malattie infettive Ospedale
S. Maria delle Croci
Ravenna
Regione Friuli-Venezia Giulia:
Tutti i reparti di malattie infettive, di oncologia
medica e di medicina generale degli ospedali
del territorio regionale.
 
Regione Lazio:
Dipartimento di malattie infettive e
tropicali3 divisioni universitarie;
1 divisione ospedaliera; 1 divisione
pediatrica Servizio speciale di
immunologia ed allergologia
clinica ematologia Istituto di pediatria
centro di riferimento AIDS unità di
trattamento a domicilio Policlinico Umberto I
Roma
I Divisione malattie infettive
II divisione malattie infettive
Sezione di malattie infettive
dell’infanzia Centro di riferimento AIDS
Centro di coordinamento dei trattamenti
a domicilio Unità di trattamento a
domicilio Ospedale Lazzaro Spallanzani
Roma
Istituto clinica malattie infettive
Divisione malattie infettive
Day-Hospital malattie infettive
Ambulatorio Centro di riferimento
AIDS Unità di trattamento
a domicilio Clinica pediatrica
Policlinico Agostino Gemelli
Roma
Divisione malattie infettive Unità
operativa di III livello
Ospedale Bambino Gesù IRCCS
Roma
Divisione malattie infettive
Centro di riferimento AIDS Unità di
trattamento a domicilio Maria Goretti
Latina
Divisione malattie infettive
Centro di riferimento AIDS
Unità di trattamento a domicilio
Ospedale Umberto I
Frosinone
Divisione malattie infettive Unità
operativa di III livello Unità di
trattamento a domicilio Ospedale civile
Rieti
Divisione malattie infettive Unità
operativa di II livello Unità di
trattamento a domicilio Ospedale civile
Formia (Latina)

Strutture non abilitate al ricovero dei casi di AIDS
Unità operative AIDS di II livello ai sensi della
D.G.R. n. 9687/90, della D.G.R. n. 8358/88 e
della D.G.R. n. 699/88

Unità operativa AIDS
Ospedale S. Giovanni
Roma
Unità operativa AIDS
Ospedale S. Gallicano (Istituto dermatologico)
Roma
Regione Liguria:
Divisione oncologica medica Istituto
nazionale per la ricerca sul cancro
Genova
Divisione malattie infettive
Ospedale S. Martino
Genova
Divisione malattie infettive
E.O. Ospedali Galliera
Genova
Malattie infettive I clinica
Università di Genova
Genova
Malattie infettive II clinica
Università di Genova Istituto G. Gaslini
Genova
Divisione ospedaliera malattie infettive
Istituto G. Gaslini
Genova
Sezione malattie infettive
Ospedale S. Corona
Pietra Ligure
(Savona)
Divisione semeiotica medica B del
dipartimento medicina interna
dell’università di Genova
Genova
Clinica ostetricia e ginecologia
dell’università di Genova
Genova
Divisione malattie infettive
Ospedale di Sanremo
Sanremo
(Imperia)
Divisione malattie infettive
Ospedale Valloria
Savona
Regione Lombardia:
Distretto socio sanitario di base USL 1
Varese
Distretto socio sanitario di base USL 2
Gallarate (Varese)
Distretto socio sanitario di base
Ospedale di Busto Arsizio
USL 3
Busto Arsizio
(Varese)
Distretto socio sanitario di base USL 4
Saronno (Varese)
Distretto socio sanitario di base USL 5
Como
Distretto socio sanitario di base USL 6
Cantù (Como)
Distretto socio sanitario di base USL 7
Lecco
Distretto socio sanitario di base USL 8
Merate (Como)
Distretto socio sanitario di base USL 9
Ospedale di Sondrio Sondrio
Distretto socio sanitario di base USL 10
Albino
(Bergamo)
Distretto socio sanitario di base USL 11
Ponte S. Pietro
(Bergamo)
Distretto socio sanitario di base USL 12
Bergamo
Distretto socio sanitario di base USL 13
Treviglio
(Bergamo)
Distretto socio sanitario di base USL 14
Chiari (Brescia)
Distretto socio sanitario di base USL 15
Breno (Brescia)
Distretto socio sanitario di base USL 16
Gardone Val
Trompia (Brescia)
Distretto socio sanitario di base USL 17
Salò (Brescia)
Distretto socio sanitario di base USL 18
Brescia
Distretto socio sanitario di base USL 19
Leno (Brescia)
Distretto socio sanitario di base USL 20
Viadana
(Mantova)
Distretto socio sanitario di base USL 21
Mantova
Distretto socio sanitario di base USL 22
Ostiglia
(Mantova)
Distretto socio sanitario di base USL 23
Cremona
Distretto socio sanitario di base USL 24
Crema (Cremona)
Distretto socio sanitario di base
Ospedale maggiore di Lodi
USL 25
Lodi
Distretto socio sanitario di base
Ospedale di Predabissi
USL 26
Melegnano
(Milano)
Distretto socio sanitario di base USL 27
Cernusco sul
Naviglio
Distretto socio sanitario di base USL 28
Vimercate
(Milano)
Distretto socio sanitario di base USL 29
Monza (Milano)
Distretto socio sanitario di base USL 30
Desio (Milano)
Distretto socio sanitario di base USL 31
Cinisello
(Milano)
Distretto socio sanitario di base USL 32
Carbagnate
(Milano)
Distretto socio sanitario di base USL 33
Rho (Milano)
Distretto socio sanitario di base USL 34
Legnano
(Milano)
Distretto socio sanitario di base USL 35
Magenta (Milano)
Distretto socio sanitario di base USL 36
Milano
Distretto socio sanitario di base USL 37
Milano
Distretto socio sanitario di base USL 38
Milano
Distretto socio sanitario di base USL 39
Milano
Distretto socio sanitario di base USL 40
Milano
Distretto socio sanitario di base USL 41
Milano
Distretto socio sanitario di base USL 42
Pavia
Distretto socio sanitario di base USL 43
Vigevano (Pavia)
Distretto socio sanitario di base USL 44
Voghera (Pavia)
Azienda ospedaliera Ospedale Macchi Varese
Azienda ospedaliera Ospedale S. Anna Como
Azienda ospedaliera Ospedale di Lecco Lecco
Azienda ospedaliera
Ospedale di Sondalo
Sondalo
(Sondrio)
Azienda ospedaliera Ospedali riuniti Bergamo
Azienda ospedaliera Spedali Civili Brescia
Azienda ospedaliera Ospedale C. Poma Mantova
Azienda ospedaliera Istituti ospitalieri Cremona
Azienda ospedaliera
Ospedale S. Gerardo
Monza (Milano)
Azienda ospedaliera Istituti clinici di Milano Milano
IRCCS Ospedale maggiore Policlinico Milano
Azienda ospedaliera Ospedale Niguarda Milano
IRCCS Ospedale S Raffaele Milano
PMAO Ospedale S. Paolo Milano
Azienda ospedaliera Ospedale L. Sacco Milano
IRCCS Ospedale S. Matteo
perfezionamento
Pavia
Regione Marche:
Clinica malattie infettive
Ospedale Umberto I
Ancona
Divisione malattie infettive
Ospedale Umberto
Ancona
Divisione pediatrica neonatologia
Sezione malattie infettive
Ospedale dei bambini G. Salesi
Ancona
Servizio immunologia clinica
Ospedale Torrette
Ancona
Servizio immunologia
Ospedale civile di Ascoli Piceno
Ascoli Piceno
Sezione malattie infettive
Ospedale civile
Ascoli Piceno
Divisione malattie infettive
Ospedale civile
Fermo
(Ascoli Piceno)
Sezione malattie infettive
Ospedale civile di Jesi
Jesi (Ancona)
Divisione malattie infettive
Ospedale civile di Macerata
Macerata
Divisione malattie infettive
Ospedale civile di Pesaro
Pesaro
Regione Molise:
Reparto malattie infettive
Ospedale A. Cardarelli
Campobasso
Sezione isolamento
medicina generale
Ospedale Veneziale
Isernia
Regione Piemonte:
Clinica universitaria
Ospedale Amedeo di Savoia
Torino
Reparto malattie infettive
Divisione ospedaliera A
Ospedale Amedeo di Savoia
Torino
Reparto malattie infettive
Divisione ospedaliera B
Ospedale Amedeo di Savoia
Torino
Reparto malattie infettive
Divisione ospedaliera C
Ospedale Amedeo di Savoia
Torino
Reparto malattie infettive
Clinica pediatrica
Ospedale Regina Margherita
Torino
Reparto malattie infettive
Ospedale S. Andrea
Vercelli
Reparto malattie infettive
Ospedale degli infermi
Biella
Reparto malattie infettive
Ospedale maggiore
Novara
Reparto malattie infettive
Ospedali riuniti
Verbania Pallanza
Reparto malattie infettive
Ospedale S. Croce
Cuneo
Reparto malattie infettive
Ospedale civile
Asti
Reparto malattie infettive
Ospedale civile
Alessandria
Reparto malattie infettive
Ospedale S. Spirito
Casale
Regione Puglia:
Reparto infettivi
Ospedale consorziale di Bari
Bari
Reparto infettivi
Ospedale Giovanni XXIII
Bari
Reparto infettivi
Ospedale F. Fallacara
Triggiano (Bari)
Reparto infettivi
Ospedale di Bisceglie
Bisceglie (Bari)
Reparto infettivi Ospedale Miulli Acquaviva delle
Fonti (Bari)
Reparto infettivi Ospedale V. Fazi Lecce
Reparto infettivi
Ospedale S. Caterina Novella
Galatina (Lecce)
Reparto infettivi
Ospedale di Gallipoli
Gallipoli (Lecce)
Reparto infettivi
Ospedale SS. Annunziata
Taranto
Reparto infettivi
Ospedali riuniti di Foggia
Foggia
Reparto infettivi Ospedale di Summa Brindisi
Regione Sardegna:
Reparto medicina generale
Ospedale civile di Alghero
Alghero (Sassari)
Divisione oncologica medica
Divisione ematologica Ospedale Businco
Cagliari
Divisione malattie infettive
Ospedale SS. Trinità
Cagliari
Divisione malattie infettive
Ospedale S. Francesco
Nuoro
Divisione malattie infettive
Ospedale SS. Annunziata
Sassari
Istituto di clinica medica Genetica
medica Università di Cagliari
Cagliari
Istituto medicina interna
Clinica medica Università di Cagliari
Cagliari
Istituto medicina interna
Ospedale Businco
Cagliari
Istituto di medicina interna
Ospedale microcitemico
Cagliari
Istituto malattie infettive
Università di Sassari
Sassari
Divisione medicina ospedaliera
Ospedale S. Martino
Oristano
Regione Sicilia:
Ospedale di Trapani USL 1
Trapani
Ospedale di Agrigento USL 11
Agrigento
Ospedale di Caltanissetta USL 16
Caltanissetta
Ospedale Vittorio Emanuele USL 17 Gela
(Caltanissetta)
Ospedale Civile USL 18
Nicosia (Enna)
Ospedale Umberto I USL 19
Enna
Ospedale civile USL 23
Ragusa
Ospedale maggiore USL 24
Modica (Ragusa)
Ospedale Umberto I USL 26
Siracusa
Ospedale Gravina USL 29
Caltagirone
(Catania)
Ospedale Ascoli Tomaselli USL 34
Catania
Divisione I Ospedale Garibaldi USL 34
Catania
Divisione II Ospedale
Garibaldi
USL 34
Catania
Ospedale Ferrarotto USL 35
Catania
Ospedale Regina Margherita USL 41
Messina
Ospedale Piemonte USL 42
Messina
Ospedale civile di Milazzo USL 43
Milazzo
(Messina)
Ospedale C. Zodda USL 45
Barcellona P.G.
(Messina)
Ospedale dei bambini USL 58
Palermo
Ospedale Casa del sole USL 60
Palermo
Ospedale Guadagna USL 62
Palermo
Clinica medica III Serv. Rif.
reg.le per la diagnosi AIDS
e sindromi correlate Università
di Palermo
Palermo
Clinica medica II
Università di Messina
Messina
Istituto di medicina interna d’urgenza
Università di Catania
Catania
Regione Toscana:
Reparto 24000 Ospedale di Arezzo Arezzo
Reparto 24000 Ospedale di Careggi Firenze
Reparto 20010 Ospedale Careggi
Università
Firenze
Reparto 18000 Ospedale Careggi
Università
Firenze
Reparto 52010
Ospedale S. Maria Nuova
Firenze
Reparto 39000 Ospedale Meyer Firenze
Reparto 24000 Ospedale Meyer Firenze
Reparto 24000
Ospedale S. Maria Annunziata
Bagno a Ripoli
Firenze
Reparto 24000
Ospedale della Misericordia
Grosseto
Reparto 24000 Ospedali riuniti Livorno
Reparto 24000
Ospedale generale provinciale
Lucca
Reparto 24000
Ospedale SS. Giacomo e Cristoforo
Massa Carrara
Reparto 24000
Ospedale civile Elbano
Portoferraio
(Livorono)
Reparto 24000
Spedali riuniti S. Chiara
Pisa
Reparto 52010 Università Pisa
Reparto 39000 Università Pisa
Reparto 24000 Ospedali riuniti Pistoia
Reparto 24000 Ospedale di Prato Prato
Reparto 24000 Ospedale di Siena Siena
Reparto 24000 Università Siena
Reparto 24000 Ospedale Tabarracci Viareggio (Lucca)
Regione Umbria:
Clinica di malattie infettive
Università di Perugia
Perugia
Clinica di malattie infettive
Università di Terni
Terni
Regione Valle d’Aosta:
Unità operativa di malattie infettive Aosta
Regione Veneto:
Pronto soccorso USL 1
Cortina Auronzo
Pieve di Cadore
Medicina generale USL 3
Dermatologia USL 3
Malattie infettive USL 3
Pediatria USL 4
Farmacia ospedaliera USL 5
Direzione sanitaria USL 6
Schio (Vicenza)
Direzione sanitaria USL 6
Thiene (Vicenza)
Malattie infettive USL 8
Malattie infettive USL 10
Pronto soccorso USL 11
Lungo degenti USL 12
Ematologia USL 13
Malattie infettive USL 16
Neurologia USL 18
Farmacia ospedaliera USL 19
Malattie infettive USL 21
Clinica pediatrica USL 21
Patologia medica se. USL 21
Divisione medica III USL 21
Malattie infettive USL 25
Servizio di screening HIV gruppo c USL 25
SERT USL 27
Medicina interna USL 28
SERT USL 29

DELIBERAZIONE cipe 8 agosto 1996
(in Gazzetta Ufficiale 7 ottobre 1996 n. 235)

Finanziamento di un progetto della provincia
autonoma di Trento compreso nel programma
di interventi urgenti per la lotta all’AIDS,
ai sensi della legge 5 giugno 1990, n. 135

 

IL COMITATO INTERMINISTERIALE
PER LA PROGRAMMAZIONE ECONOMICA

Vista la legge 5 giugno 1990, n. 135, concernente un programma - per una spesa complessiva di 2.100 miliardi di lire - di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta all’AIDS e le successive modificazioni ed integrazione con particolare riguardo agli articoli 1 e 3 del decreto-legge 2 ottobre 1993, n. 396, convertito dalla legge 24 dicembre 1993, n. 492;

Visto il primo comma dell’art. 3 della predetta legge n. 492/1993 che demanda al CIPE l’approvazione del nuovo programma di interventi per la ripartizione delle quote di finanziamento tra le regioni e province autonome;

Visto il decreto legge 1° dicembre 1995, n. 509 convertito dalla legge 31 gennaio 1996, n. 34, concernente disposizioni urgenti in materia di strutture e di spese del Servizio sanitario nazionale, e recante, tra l’altro, modificazioni alla procedura prevista dalla citata legge 5 giugno 1990, n. 135, per l’approvazione dei progetti ricompresi nel programma di interventi urgenti per la lotta all’AIDS;

Visto in particolare, l’art. 3 del citato decreto-legge n. 509/1995 modificato dall’art. 19 del decreto-legge 16 luglio 1996, n. 377, che fissa il termine per la predisposizione e l’approvazione da parte delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano, dei sopracitati progetti di edilizia per il programma di lotta all’AIDS, nonchè il termine per il successivo inoltro al CIPE delle istanze dei relativi finanziamenti;

Vista la propria delibera in data 21 dicembre 1993, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 111 del 14 maggio 1994, con la quale sono state approvate le modificazioni al programma di interventi per la lotta all’AIDS già approvato con deliberazioni adottate in data 3 agosto 1990 - pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 213 del 12 settembre 1990 - e 30 luglio 1991;

Visti i decreti del Ministro del bilancio e della programmazione economica di concerto con il Ministro della sanità in data 14 dicembre 1990 e 31 luglio 1991 con i quali sono state rese esecutive le citate deliberazioni del 3 agosto 1990 e 30 luglio 1991;

Visti i decreti dirigenziali del Ministero della sanità in data 18 novembre 1993 e 16 novembre 1995 con i quali sono state erogate anticipazioni a valere sugli importi dei finanziamenti, per i laboratori e per l’edilizia, previsti dalla sopracitata deliberazione del 21 dicembre 1993;

Vista la richiesta di finanziamento presentata dalla provincia autonoma di Trento ai sensi del secondo comma dell’art. 3 del decreto-legge n. 509/1995, convertito in legge n. 34/1996, per il progetto relativo alla ristrutturazione ed ampliamento del padiglione infettivi presso l’ospedale di Rovereto;

Visto il parere del Ministero della sanità trasmesso in data 6 agosto 1996 con la nota n. 100/SCPS/5.11645;

Tenuto conto delle competenze attribuite dall’art. 9 della legge 17 dicembre 1986, n. 878, al nucleo ispettivo per la verifica degli investimenti pubblici del Ministero del bilancio e della programmazione economica in materia di verifica sullo stato di realizzazione delle opere previste da programmi di investimento pubblico;

Delibera:

A valere sulle autorizzazioni di spesa di cui alla legge 5 giugno 1990, n. 135 - programma di interventi urgenti per la lotta all’AIDS - è ammesso a finanziamento il progetto presentato dalla provincia autonoma di Trento relativo alla ristrutturazione ed ampliamento del padiglione infettivi presso l’ospedale di Rovereto, per un importo del mutuo a carico dello Stato pari a L. 2.866.847.673, al netto delle anticipazioni corrisposte dal Ministero della sanità con i decreti dirigenziali 18 novembre 1993 e 16 novembre 1995 citati in premessa a fronte di un costo complessivo di L. 4.331.677.633.

Il nucleo ispettivo per la verifica degli investimenti pubblici procederà agli adempimenti di competenza, informando il CIPE della regolare attuazione della presente deliberazione.


DELIBERAZIONE cipe 9 ottobre 1996
(in Gazzetta Ufficiale 27 dicembre 1996 n. 302)

Variazione al programma di interventi urgenti
per la lotta all’AIDS della regione Puglia
e finanziamento dei relativi progetti

 

IL COMITATO INTERMINISTERIALE
PER LA PROGRAMMAZIONE ECONOMICA

Vista la legge 5 giugno 1990, n. 135, concernente un programma - per una spesa complessiva di 2.100 miliardi di lire - di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta all’AIDS e le successive modificazioni ed integrazioni con particolare riguardo agli articoli 1 e 3 del decreto-legge 2 ottobre 1993, n. 396, convertito dalla legge 24 dicembre 1993,n. 492;

Visto il primo comma dell’art. 3 della predetta legge n. 492/1993 che demanda al Comitato interministeriale per la programmazione economica l’approvazione del nuovo programma di interventi per la ripartizione delle quote di finanziamento tra le regioni e province autonome;

Visto il decreto-legge 1° dicembre 1995, n. 509, convertito dalla legge 31 gennaio 1996, n. 34, concernente disposizioni urgenti in materia di strutture e di spese del Servizio sanitario nazionale, e recante tra l’altro, modificazioni alla procedura prevista dalla citata legge 5 giugno 1990, n. 135, per l’approvazione dei progetti ricompresi nel programma di interventi urgenti per la lotta all’AIDS;

Visto, in particolare, l’art. 3 del citato decreto legge n. 509/1995 modificato dall’art. 20 del decreto-legge 13 settembre 1996, n. 478, che fissa il termine per la predisposizione e l’approvazione da parte delle regioni e delle province autonome di Trento e Bolzano, dei sopracitati progetti di edilizia per il programma di lotta all’AIDS,nonchè il termine per il successivo inoltro al Comitato interministeriale per la programmazione economica delle istanze dei relativi finanziamenti;

Vista la propria deliberazione in data 21 dicembre 1993, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 111 del 14 maggio 1994, con la quale sono state approvate le modificazioni al programma di interventi per la lotta all’AIDS già approvato con deliberazioni adottate in data 3 agosto 1990 - pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 213 del 12 settembre 1990 - e 30 luglio 1991;

Visti i decreti del Ministro del bilancio e della programmazione economica di concerto con il Ministro della sanità in data 14 dicembre 1990 e 31 luglio 1991 con i quali sono state rese esecutive le citate deliberazioni del 3 agosto 1990 e 30 luglio 1991;

Visti i decreti dirigenziali del Ministero della sanità in data 16 novembre 1993 e 18 novembre 1995 con i quali sono state erogate anticipazioni a valere sugli importi dei finanziamenti, per i laboratori e per l’edilizia, previsti dalla sopracitata deliberazione del 21 dicembre 1993;

Vista la deliberazione in data 28 maggio 1996 con la quale la regione Puglia ha modificato il proprio programma di interventi per la lotta all’AIDS confermando la realizzazione di parte dei progetti previsti inizialmente e ridefinendo i relativi costi nei limiti della spesa prevista dalla citata deliberazione del 21 dicembre 1993;

Vista la relazione del Ministro della sanità, trasmessa con nota n. 100/SCPS/5.14577 del 2 ottobre 1996, con la quale si propone al Comitato interministeriale dei prezzi di approvare il programma di interventi, come rideterminato dalla regione Puglia;

Viste le richieste di finanziamento presentate dalla regione Puglia ai sensi del secondo comma dell’art. 3 del decreto-legge n. 509/1995, convertito dalla legge n. 34/1996, per i seguenti progetti:

realizzazione reparto malattie infettive ospedale V. Fazzi di Lecce;

realizzazione reparto malattie infettive ospedale civile di Manfredonia;

realizzazione reparto malattie infettive ospedale Fallacara di Triggiano;

realizzazione reparto malattie infettive Policlinico di Bari;

realizzazione reparto malattie infettive ospedali riuniti di Foggia;

realizzazione reparto malattie infettive ospedale di Taranto nord;

realizzazione reparto malattie infettive ospedale Giovanni XXIII di Bari;

Visto il parere espresso dal Ministero della sanità con la sopracitata nota del 2 ottobre 1996;

Tenuto conto delle competenze attribuite dall’art. 9 della legge 17 dicembre 1986, n. 878, al Nucleo ispettivo per la verifica degli investimenti pubblici del Ministero del bilancio e della programmazione economica in materia di verifica sullo stato di realizzazione delle opere previste da programmi di investimento pubblico;

Delibera

1. È approvato, a modifica della tabella allegata alla deliberazione del 21 dicembre 1993 richiamata in premessa, il riallineamento del programma della regione Puglia relativo agli interventi urgenti per la lotta all’AIDS come di seguito indicato:

Realizzazione reparto malattie infettive

ospedale V. Fazzi di Lecce L. 10.255.300.399

Realizzazione reparto malattie infettive

ospedale civile di Manfredonia L. 11.134.572.658

Realizzazione reparto malattie infettive

ospedale di Fallacara di Triggiano L.  7.420.863.026

Realizzazione reparto malattie infettive

Policlinico di Bari L.  7.357.407.140

Realizzazione reparto malattie infettive

ospedali riuniti di Foggia L.  2.128.370.157

Realizzazione reparto malattie infettive

ospedale di Taranto nord L.  12.007.901.941

Realizzazione reparto malattie infettive

ospedale Giovanni XXIII di Bari L.  1.386.452.232

2. A valere sulle autorizzazioni di spesa di cui alla legge 5 giugno 1990, n. 135, in relazione al programma di interventi urgenti per la lotta all’AIDS, sono ammessi a finanziamento i seguenti progetti:

Progetto costo Mutuo a carico

complessivo

dello Stato*

Lire

Lire

Realizzazione reparto

malattie infettive

ospedale V. Fazzi di Lecce 10.255.300.399 6.735.866.421

Realizzazione reparto

malattie infettive ospedale

civile di Manfredonia 11.134.572.658 7.301.892.040

Realizzazione reparto

malattie infettive ospedale

di Fallacara di Triggiano 7.420.863.026 5.095.541.160

Realizzazione reparto

malattie infettive

Policlinico di Bari 7.357.407.140 4.840.793.373

Realizzazione reparto

malattie infettive

ospedali riuniti di Foggia 2.128.370.157 1.413.286.139

Realizzazione reparto

malattie infettive

ospedale di Taranto nord 12.007.901.941 7.979.450.424

Realizzazione reparto

malattie infettive ospedale

Giovanni XXIII di Bari 1.386.452.232 943.985.044

* Al netto delle anticipazioni corrisposte dal Ministero della sanità.

Il Nucleo ispettivo per la verifica degli investimenti pubblici procederà agli adempimenti di competenza, informando il CIPE della regolare attuazione della presente deliberazione.