BOLLETTINO PER LE FARMACODIPENDENZE E L'ALCOOLISMO  ANNO XXIII 2000, n. 2: 

Normativa nazionale e Internazionale in tema di tossicodipendenza, alcolismo, tabagismo AIDS

DECRETO 16 novembre 1999
(pubbl. sulla G.U. n. 272 del 19 novembre 1999)

Modificazione degli elenchi delle specialità medicinali registrate di cui al decreto interministeriale 4 dicembre 1996.

 

IL MINISTRO DELLA SANITÀ
DI CONCERTO CON
IL MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA

Visti gli articoli 2, comma 1, lettera e), n. 2), 13, commi 1, 2, 3 e 14 comma l, lettera a), n. 8), del decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, recante il testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza;

Visto il decreto interministeriale 4 dicembre 1996, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 289 del 10 dicembre 1996, contenente l’elenco delle specialità medicinali registrate sottoposte alla disciplina del decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309;

Sentito il Consiglio superiore di sanità, che si è espresso in data 29 settembre 1999 con la nota n. 18409 BCL 12 e in data 8 novembre 1999 con nota n. 41571/BCL 12;

Sentito il Consiglio superiore di sanità, che si è espresso nella seduta del 10 novembre 1999;

Decreta:

Art. 1.

Alle tabelle di cui al decreto interministeriale 4 dicembre 1996 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 289 del 10 dicembre 1996 sono aggiunte le seguenti specialità medicinali:

TABELLA I

Sale sodico acido 4 idrossibutirrico (GHB):

  • Alcover flaconi,

Buprenorfina cloridrato:

  • Subutex compresse 2 mg;

  • Subutex compresse 8 mg;

  • Temgesic fiale.

TABELLA IV

Buprenorfina cloridrato:

  • Subutex compresse 0,4 mg.

Art. 2

È eliminata dalle tabelle di cui al decreto interministeriale 4 dicembre 1996 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 289 del 10 dicembre 1996 la seguente specialità medicinale:

TABELLA IV

Buprenorfina cloridrato:

  • Temgesic fiale.

Roma, 16 novembre 1999

Il Ministro della sanità: BINDI
Il Ministro della giustizia: DILIBERTO

Circolare del Ministero della sanità 28 DICEMBRE 1999, n. 3820
(non pubblicata su Gazzetta Ufficiale)

Agli Assessorati alla Sanità delle Regioni
e Province Autonome
Loro sedi

Al Direttore generale del Dipartimento
dell’Amministrazione Penitenziaria
Roma

Oggetto: Decreto legislativo 22 giugno 1999, n. 230, recante norme sul "Riordino della medicina penitenziaria a norma dell’articolo 5, della legge 30 novembre 1998, n. 419". Indicazioni ed indirizzi in materia di prevenzione e di assistenza ai detenuti tossicodipendenti.

 

Come è noto l’articolo 5 della legge 30 novembre 1998, n. 419, ha autorizzato il Governo ad emanare uno o più decreti legislativi per il riordino della medicina penitenziaria. Sulla base di tale delega è stato emanato il decreto legislativo 22 giugno 1999, n. 230.

In particolare, l’articolo 8, comma 1, del citato decreto legislativo, stabilisce che a decorrere dal 1° gennaio 2000 sono trasferite al Servizio sanitario nazionale le funzioni sanitarie svolte dall’amministrazione penitenziaria con riferimento ai soli settori della prevenzione e della assistenza ai detenuti e agli internati tossicodipendenti. La medesima norma prevede, altresì, che contestualmente al trasferimento delle suddette funzioni è trasferito il relativo personale, le attrezzature, gli arredi e gli altri beni strumentali, nonché le risorse finanziarie, nel rispetto dei principi contenuti nell’articolo 7 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112.

Per quanto riguarda il trasferimento del personale, la norma in parola va letta in correlazione al precedente articolo 6, il quale stabilisce che con uno o più decreti del Ministro della sanità e del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro per la funzione pubblica e con il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, da adottare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo n. 229 del 1999, è individuato il personale operante negli istituti penitenziari da trasferire al Servizio sanitario nazionale. Analogamente si procede, ai sensi del successivo comma 3, per il trasferimento delle attrezzature, degli arredi e degli altri beni strumentali di proprietà dell’amministrazione penitenziaria da destinare al Servizio sanitario nazionale.

La complessità degli argomenti e dei provvedimenti da adottare che, si ricorda prevedono il coinvolgimento di più amministrazioni, non ha consentito fino ad oggi l’adozione dei decreti interministeriali previsti la cui redazione è, comunque, in fase di ultimazione.

In attesa di tali provvedimenti, si ritiene opportuno chiarire che il trasferimento delle funzioni di prevenzione e di assistenza ai detenuti tossicodipendenti postula l’assunzione di un ruolo di primo piano delle A.S.L. nello svolgimento delle relative attività tramite, rispettivamente, i dipartimenti di prevenzione e i servizi per i tossicodipendenti. Pertanto, tutto il personale operante negli istituti penitenziari, nei settori della prevenzione e della tossicodipendenza, con rapporto di impiego o a convenzione, fermo restando lo status giuridico, è posto dal 1° gennaio 2000 alle dipendenze funzionali del Servizio sanitario nazionale, analogamente a quanto avverrà, ai sensi dell’articolo 8, comma 3, del decreto legislativo n. 230 del 1999, nelle regioni individuate ai fini dello svolgimento della fase sperimentale per quanto attiene al trasferimento di tutte le restanti funzioni sanitarie. Il personale operante nei due suddetti settori continuerà a svolgere le attività fino ad oggi poste in essere raccordandosi direttamente con i competenti dipartimenti e servizi delle aziende sanitarie locali, i cui responsabili coordineranno lo svolgimento delle inerenti attività.

Le convenzioni in atto tra istituti penitenziari e singoli professionisti sanitari per lo svolgimento delle funzioni di prevenzione e di assistenza ai detenuti tossicodipendenti restano valide e potranno essere rinnovate con le vigenti procedure, al fine di non determinare soluzioni di continuità nella effettuazione delle suddette attività, fino al trasferimento del personale previsto con i decreti interministeriali di cui all’articolo 6 del citato decreto legislativo n. 230 del 1999.

I direttori degli istituti penitenziari e i direttori generali delle aziende sanitarie locali, sulla base anche degli indirizzi regionali, stabiliscono le necessarie intese ai fini dello svolgimento delle funzioni trasferite, assicurando l’indispensabile collegamento tra il personale sanitario penitenziario e quello del Servizio sanitario nazionale, nel rispetto delle esigenze di sicurezza dell’Amministrazione penitenziaria, anche ai sensi dell’articolo 4, comma 2 del decreto legislativo n. 230 del 1999.

Tutto ciò premesso, si ritiene opportuno fornire a codeste regioni e province autonome anche alcune indicazioni di carattere prevalentemente tecnico in materia di prevenzione e di assistenza ai detenuti tossicodipendenti, al fine di consentire l’avvio del trasferimento delle competenze in modo uniforme ed omogeneo sul territorio nazionale.

1) Prevenzione

È noto che il carcere, per molti aspetti, è causa di rischi aggiuntivi per la salute fisica e psichica dei detenuti e del personale addetto alla sorveglianza e all’assistenza. Nella condizione di restrizione della libertà personale, i problemi della quotidianità risultano determinanti per lo stato di salute, inteso come benessere psico-fisico di ciascuno e di tutti. I problemi ambientali costituiscono, pertanto, il primo campo di intervento per la tutela della salute dei detenuti. Non a caso il decreto legislativo n. 230 del 1999 prevede il trasferimento delle funzioni di prevenzione prima di tutte le altre.

Il regime alimentare, la qualità dell’ambiente, lo stato delle strutture carcerarie, sono gli ambiti ai quali con priorità deve essere rivolta l’attenzione e l’iniziativa dei dipartimenti di prevenzione delle aziende sanitarie locali.

In particolare, lo stato delle strutture edilizie, che comprende sia vecchi edifici che stabilimenti di più recente costruzione, costituisce un aspetto cui deve rivolgersi prioritariamente l’azione del Servizio sanitario nazionale.

È necessario, pertanto, definire programmi di prevenzione finalizzati a ridurre o rimuovere la sofferenza che ha radici ambientali. I dipartimenti di prevenzione delle aziende sanitarie locali avvieranno, negli istituti penitenziari ubicati nei relativi ambiti territoriali, coinvolgendo anche gli operatori penitenziari e i detenuti, una ricognizione dei rischi per la tutela della salute, con l’obiettivo di individuare gli interventi strutturali necessari a garantire idonee condizioni ambientali, nell’ottica del miglioramento della qualità della vita nelle carceri.

2) Tossicodipendenza

I tossicodipendenti costituiscono circa il 30% dei detenuti presenti nelle carceri italiane. L’assistenza ai detenuti tossicodipendenti è stata finora svolta mediante l’integrazione tra i servizi territoriali di assistenza (SERT) e gli analoghi presidi intramurari istituti dell’amministrazione penitenziaria. Il trattamento del tossicodipendente prevede l’attuazione di misure di prevenzione, diagnostiche e terapeutiche che riguardano sia la sfera psicologica che quella clinica.

I programmi da sviluppare devono garantire la salute del tossicodipendente detenuto e assicurare, contemporaneamente, la tutela complessiva della salute all’interno delle strutture carcerarie, in un’ottica che concili le strategie più tipicamente terapeutiche con quelle di prevenzione e di riduzione del danno.

Tra gli obiettivi di assistenza da garantire primariamente vanno indicati:

  • l’immediata presa in carico dei detenuti da parte del SERT competente sull’istituto penitenziario, al fine di evitare inutili sindromi astinenziali ed ulteriori momenti di sofferenza del tossicodipendente, assicurando la necessaria continuità assistenziale;

  • l’implementazione di specifiche attività di prevenzione, informazione ed educazione alla salute mirate alla riduzione del rischio di patologie correlate all’uso di droghe;

  • l’effettuazione (attraverso i servizi dell’azienda sanitaria locale) delle indagini chimico-cliniche e sierologiche ritenute importanti ai fini diagnostici (prelievi ematici, dosaggi urinari), e/o di screening, previo consenso dei detenuti, quando richiesto dalla legge;

  • la effettuazione di ogni eventuale intervento specialistico (psichiatrico, infettivologico, materno-infantile, ecc.) necessario per l’approfondimento diagnostico;

  • la predisposizione di programmi terapeutici personalizzati, predisposti a partire da una accurata valutazione multidisciplinare dei bisogni del detenuto, in particolare per quanto riguarda i trattamenti farmacologici (metadone ecc.), anche di mantenimento;

  • la disponibilità di trattamenti farmacologici sostitutivi tenendo conto del principio della continuità terapeutica (in particolare per le persone che entrano in carcere già in trattamento), concordati e condivisi con il tossicodipendente detenuto;

  • la attuazione di trattamenti farmacologici con antagonisti, quando indicati, in particolare nella fase di avviamento e preparazione all’assistenza post-detentiva.

Si segnala l’importanza della segnalazione ai SERT, dei soggetti tossicodipendenti per i quali e stata disposta la misura detentiva.

Tra gli obiettivi di più lungo periodo si pone, in primo luogo, la formulazione di percorsi capaci di una corretta individuazione dei bisogni di salute, in particolare tramite la raccolta di dati attendibili:

  • sulle reali dimensioni della popolazione tossicodipendente detenuta;

  • sul "turnover" della popolazione tossicodipendente detenuta;

  • sull’incidenza dell’alcolismo e dei problemi correlati all’uso di sostanze d’abuso;

  • sullo stato dei presidi per l’assistenza ai detenuti tossicodipendenti presenti negli istituti penitenziari, compreso il personale ivi operante.

Un elemento, infine, di notevole rilevanza per il conseguimento di un costante miglioramento qualitativo della assistenza sanitaria ai detenuti tossicodipendenti, è la realizzazione di iniziative di formazione permanenti che coinvolgano congiuntamente sia gli operatori delle aziende sanitarie locali che quelli del Ministero della giustizia.

Ulteriori indicazioni in materia saranno fornite con il Progetto obiettivo per la salute in ambito penitenziario in corso di definizione.

Gli Assessorati alla sanità delle regioni e province autonome sono invitate a portare sollecitamente a conoscenza delle aziende sanitarie locali il contenuto della presente circolare.

Il Direttore generale del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria è pregato di formulare ai Provveditorati regionali specifiche indicazioni al riguardo.

Il Ministro della Giustizia: OLIVIERO DILIBERTO
Il Ministro della Sanità: ROSY BINDI

DECRETO 20 aprile 2000
(pubbl. sulla G.U. n. 126 del 1° giugno 2000)

Individuazione delle regioni nelle quali avviare il graduale trasferimento, in forma sperimentale, delle funzioni sanitarie svolte dall’amministrazione penitenziaria al Servizio sanitario nazionale. Determinazione della durata della fase sperimentale prevista dall’art. 8, comma 2, del decreto legislativo 22 giugno 1999, n. 230.

 

IL MINISTRO DELLA SANITÀ
E
IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA
DI CONCERTO CON
IL MINISTRO DEL TESORO, DEL BILANCIO
E DELLA PROGRAMMAZIONE ECONOMICA
E
IL MINISTRO PER LA FUNZIONE PUBBLICA

Visto il decreto legislativo 22 giugno 1999, n. 230, recante il "Riordino della medicina penitenziaria, a norma dell’art. 5 della legge 30 novembre 1998, n. 419";

Visto, in particolare, l’art. 8, comma 2, del predetto decreto, il quale prevede che con decreto del Ministro della sanità e del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica e con il Ministro per la funzione pubblica, d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, sentite le organizzazioni sindacali, sono individuate almeno tre regioni nelle quali avviare il trasferimento graduale, in forma sperimentale, delle funzioni sanitarie non già trasferite ai sensi del precedente comma 1;

Considerato, altresì, che con il medesimo decreto deve essere stabilita la durata della fase sperimentale e che tale durata deve tenere conto dei termini previsti dall’art. 5, comma 2, della legge 30 novembre 1998, n. 419, il quale prevede che entro diciotto mesi dall’entrata in vigore del decreto legislativo n. 230 del 1999, il Governo adotti, anche con riferimento all’esito della sperimentazione, uno o più decreti legislativi recanti disposizioni integrative e correttive del suddetto decreto;

Ritenuto opportuno, ai fini della effettuazione di una sperimentazione che consenta di poter disporre di elementi informativi utili a poter successivamente procedere al trasferimento delle funzioni sanitarie sull’intero territorio nazionale, di individuare regioni situate nel nord, nel centro e nel sud del Paese e nelle quali siano presenti istituti penitenziari di rilevante importanza, avuto riguardo anche alla composizione della popolazione detenuta;

Ritenuta altresì, l’opportunità, di costituire un apposito comitato per il monitoraggio e la valutazione della fase sperimentale;

Vista l’intesa sancita dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano nella seduta del 4 aprile 2000;

Sentite le organizzazioni sindacali;

Decretano:

Art. 1.
Individuazione delle regioni
nelle quali attuare la fase sperimentale

1. Ai sensi e per gli effetti previsti dall’art. 8. comma 2, del decreto legislativo 22 giugno 1999, n. 230, sono individuate le seguenti regioni: Toscana, Lazio e Puglia.

2. Nelle suddette regioni sono trasferite al Servizio sanitario nazionale tutte le funzioni sanitarie svolte dal Ministero della giustizia - Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, ad eccezione di quelle effettuate negli ospedali psichiatrici giudiziari, che restano di competenza del predetto Ministero, al fine di rispettare il principio della gradualità previsto dalla suddetta norma.

3. Alla fase sperimentale si applica l’art. 8. comma 3, del decreto legislativo n. 230 del 1999.

Art. 2.
Durata della fase sperimentale

1. L’inizio della fase sperimentale prevista dall’articolo 8. comma 2, ultimo periodo, del decreto legislativo 22 giugno 1999. n. 230, decorre dalla data di entrata in vigore del presente decreto e si conclude trenta giorni prima della scadenza dei termini previsti dall’art. 5, comma 2, della legge 30 novembre 1998, n. 419.

Art. 3.
Comitato per il monitoraggio
e la valutazione della fase sperimentale

1. Ai fini del monitoraggio e della valutazione della fase sperimentale, con decreto del Ministro della sanità, sentito il Ministro della giustizia, è istituito presso il Ministero della sanità, un apposito comitato costituito da tre membri designati dall’Amministrazione della sanità, da tre membri designati dall’Amministrazione della giustizia e da un membro designato da ogni regione individuata nell’art. 1.

2. Con il decreto di cui al comma 1, sono definiti i compiti e le modalità di funzionamento del suddetto comitato.

3. Ai componenti del comitato è dovuto il solo trattamento economico di missione erogato dalle amministrazioni che provvedono alla relativa designazione.

Roma, 20 aprile 2000

Il Ministro della sanità: BINDI
1l Ministro della giustizia: DILIBERTO
Il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica: AMATO
1l Ministro per la funzione pubblica: BASSANINI

DECRETO 21 aprile 2000
(pubbl. sulla G.U. n. 120 del 25 maggio 2000)

Approvazione del progetto obiettivo per la tutela della salute in ambito penitenziario.

 

IL MINISTRO DELLA SANITÀ
E
IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA
DI CONCERTO CON
IL MINISTRO DEL TESORO, DEL BILANCIO
E DELLA PROGRAMMAZIONE ECONOMICA

Visto l’art. 5 della legge 30 novembre 1998, n. 419, recante la delega al Governo ad emanare uno o più decreti legislativi di riordino della medicina penitenziaria;

Visto il decreto legislativo 22 giugno 1999, n. 230, recante norme per il "Riordino della medicina penitenziaria, a norma dell’art. 5, della legge 30 novembre 1998, n. 419";

Visto, in particolare, l’art. 5, comma 2, del predetto decreto legislativo, il quale prevede che il progetto obiettivo per la tutela della salute in ambito penitenziario ha durata triennale ed è approvato con decreto, di natura non regolamentare, del Ministro della sanità e del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, d’intesa con la Conferenza unificata di cui all’art. 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281;

Considerato che, ai sensi della sopra citata disposizione, in sede di prima applicazione, il predetto Progetto obiettivo è approvato entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo n. 230 del 1999;

Ritenuto, pertanto, di provvedere alla emanazione del suddetto Progetto obiettivo, al fine di fornire alle regioni e province autonome indicazioni e indirizzo per lo svolgimento delle funzioni sanitarie negli istituti penitenziari, tenuto conto di quanto previsto dall’art. 8 del decreto legislativo n. 230 del 1999;

Acquisito il parere favorevole del Consiglio superiore di sanità nella seduta del 9 febbraio 2000;

Vista l’intesa con la Conferenza unificata di cui all’art. 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, sancita nella seduta del 4 aprile 2000;

Decretano:

Art. 1.

1. È approvato, senza ulteriori oneri a carico del bilancio dello Stato, il Progetto obiettivo per la tutela della salute in ambito penitenziario nel testo di cui nell’allegato A che forma parte integrante del presente decreto.

2. Il presente decreto sarà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.

Roma, 21 aprile 2000

IIl Ministro della sanità: BINDI
1l Ministro della giustizia: DILIBERTO
Il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica: AMATO

 

ALLEGATO A

(Omissis)

3.2.4. L’assistenza ai tossicodipendenti

I tossicodipendenti sono, secondo i dati del Ministero della giustizia, circa il 30% dei detenuti presenti nelle carceri italiane. L’assistenza ai detenuti tossicodipendenti ha fino ad ora avuto luogo mediante l’integrazione tra i servizi territoriali di assistenza (SerT) e gli analoghi presidi intramurari. Il trattamento del tossicodipendente prevede l’attuazione delle misure di prevenzione, diagnostiche e terapeutiche che riguardano sia l’aspetto della sfera psicologica che quello clinico.

I programmi da sviluppare devono garantire la salute del tossicodipendente detenuto e assicurare, contemporaneamente, la tutela complessiva della salute all’interno delle strutture carcerarie; ciò comporta la ridefinizione del modello assistenziale, in un’ottica che concili le strategie più tipicamente terapeutiche con quelle preventive e di riduzione del danno.

Tra gli obiettivi di lungo periodo si pone, in primo luogo, la formulazione di percorsi capaci di una corretta individuazione dei bisogni di salute, in particolare tramite la raccolta di dati attendibili:

sulle reali dimensioni della popolazione tossicodipendente detenuta, ottenuti con metodologie scientificamente accreditate;

sul "turnover" della popolazione tossicodipendente detenuta;

sull’incidenza dell’alcolismo e di problemi correlati all’uso di sostanze (patologie psichiatriche, malattie infettive);

sullo stato dei presidi per l’assistenza ai detenuti tossicodipendenti presenti negli istituti penitenziari, compreso il personale ivi operante.

Tra gli obiettivi di assistenza da garantire primariamente vanno ricordati:

l’immediata presa in carico dei detenuti da parte del SerT competente sull’istituto penitenziario, al fine di evitare inutili sindromi astinenziali ed ulteriori momenti di sofferenza del tossicodipendente, assicurando la necessaria continuità assistenziale;

la implementazione di specifiche attività di prevenzione, informazione ed educazione mirate alla riduzione del rischio di patologie correlate all’uso di droghe;

la richiesta ed effettuazione delle indagini chimico-cliniche e sierologiche ritenute importanti ai fini diagnostici e/o di screening (prelievi ematici, dosaggi urinari), previo consenso dei detenuti, quando richiesto dalla legge;

la effettuazione di ogni eventuale intervento specialistico necessario per l’approfondimento diagnostico;

la predisposizione di programmi terapeutici personalizzati, predisposti a partire da una accurata diagnosi multidisciplinare dei bisogni del detenuto, in particolare per quanto riguarda i trattamenti farmacologici (metadone, ecc.), anche di mantenimento;

la disponibilità di trattamenti farmacologici sostitutivi tenendo conto del pincipio della continuità terapeutica (in particolare per le persone che entrano in carcere essendo già in trattamento), concordati e condivisi con il tossicodipendente detenuto;

la attuazione di trattamenti farmacologici con antagonisti, quando indicati, in particolare nella fase di avviamento e preparazione all’assistenza post-detentiva.

Per quanto riguarda il modello organizzativo dovrà essere individuato dalla azienda sanitaria locale competente per territorio, sulla base delle indicazioni regionali, tenendo Conto dei seguenti elementi:

la titolarità dell’intervento terapeutico da parte del SerT competente sull’istituto, da coordinare, tramite i dipartimenti delle dipendenze, con il complesso degli interventi territoriali sui tossicodipendenti e assicurando, altresì, la possibilità di comunicazione rapida ed efficace tra servizi intramurari e territoriali; la sistematica segnalazione al SerT, da parte dei sanitari addetti alle visite dei nuovi giunti, dei possibili nuovi utenti;

la costituzione di un’area di osservazione necessaria ad una migliore capacità diagnostica dei bisogni del detenuto; in ogni caso, la individuazione di locali adeguati allo svolgimento delle attività terapeutico riabilitative intra-murarie e ad esse riservati in via esclusiva;

l’indirizzo dei detenuti, ovunque indicato e compatibilmente con le caratteristiche dei singoli, a istituti penitenziari "a custodia attenuata", idonei per setting terapeutici più efficaci; in ogni caso dovranno essere previsti precisi meccanismi per facilitare l’accesso ai colloqui e/o visite del detenuto da parte degli operatori.

Il modello organizzativo dovrà, altresì, consentire un migliore coordinamento con programmi svolti all’esterno, in particolare con quelli svolti in regime di misura alternativa alla detenzione.

Un elemento, infine, di notevole rilevanza per il conseguimento di un costante miglioramento qualitativo della assistenza penitenziaria ai tossicodipendenti dovrà essere la realizzazione di iniziative di formazione permanenti che coinvolgano congiuntamente sia i dipendenti delle aziende sanitarie locali che quelli del Ministero della giustizia.

(Omissis)

3.2.6. Le patologie infettive.

Le malattie infettive costituiscono un problema rilevante in tutte le comunità chiuse. Assumono una particolare rilevanza nelle condizioni particolari che si determinano nelle comunità penitenziarie in cui si verificano situazioni abitative, alimentari e comportamentali che facilitano la diffusione e l’acquisizione delle infezioni/malattie infettive. Inoltre, l’eterogeneità della provenienza della popolazione detenuta costituisce un rischio rilevante per l’importazione e la successiva diffusione di patologie non presenti o non più attuali/comuni nel nostro Paese.

Va anche considerata la difficoltà di inquadramento e di attribuzione etiologica di segni e sintomi che entrano nella diagnosi differenziale delle malattie infettive, ma che potrebbero essere determinati da altri fattori, tra cui vanno ricordati l’abuso di sostanze e la simulazione.

L’analisi delle patologie infettive più frequentemente segnalate in carcere indicano che:

a) la prevalenza massima di infezioni e determinata dalle epatiti virali non A e dall’infezione da HIV in diversi stadi di evoluzione;

b) le malattie più frequenti in carcere sono la scabbia, le dermatofitosi, la pediculosi, l’epatite A e la tubercolosi;

c) le sintomatologie associate ad etiologie infettive sono febbre e diarrea.

L’analisi del tempo di incubazione e delle modalità di trasmissione delle patologie sopra riportate fornisce importanti informazioni ai fini della definizione degli interventi necessari.

Le patologie del gruppo a) sono prevalentemente acquisite al di fuori del carcere, anche se casi di trasmissione potrebbero verificarsi durante la detenzione attraverso, scambio di siringhe e rapporti sessuali, procedure di tatuaggio taglienti, etc.

Le patologie del gruppo b) sono prevalentemente acquisite in carcere per trasmissione persona-persona a seguito dell’ingresso nel sistema di un soggetto infetto/infestato (con o senza segni e sintomi di infezione al momento dell’ingresso).

Le malattie infettive del gruppo c) possono essere prevalentemente correlate nel primo caso alla circolazione all’interno della comunità carceraria di influenza ed altre infezioni respiratorie acute a carattere epidemico, e nel secondo a problemi legati all’igiene dell’alimentazione, inclusa la conservazione di cibi all’interno delle celle.

L’analisi sopra riportata, l’esperienza della estrema pericolosità della circolazione in ambito carcerario di malattie come la tubercolosi multiresistente, la circolazione di nuovi agenti infettivi o di agenti già noti con nuove modalità o veicoli di trasmissione confermano la rilevanza del fenomeno e l’esigenza di attuare interventi efficaci di prevenzione e controllo.

Gli obiettivi specifici da raggiungere possono essere cosi sintetizzati:

predisporre strumenti di informazione per i detenuti e per il personale (con particolare riferimento agli addetti alla preparazione e distribuzione dei cibi) sulle infezioni/malattie infettive, al fine di ridurre comportamenti che possano facilitare l’acquisizione/diffusione di patologie infettive;

costruire mappe di rischio per le diverse modalità di trasmissione delle infezioni al fine di sviluppare ed attuare misure di prevenzione efficaci per controllare/ridurre le patologie infettive. La mappatura dei rischi deve contenere un’analisi degli aspetti che vanno dalla salubrità degli ambienti alla ventilazione degli stessi per le patologie aerotrasmesse, dalla densità abitativa delle celle alla disponibilità/idoneità di servizi igienici per le infezioni/infestazioni cutanee e le infezioni a trasmissione oro-fecale, fino alle modalità di preparazione, distribuzione e conservazione degli alimenti per le infezioni trasmesse attraverso il cibo;

definire procedure standardizzate di valutazione dei nuovi ingressi prima dell’immissione nel sistema penitenziario, anche attraverso una osservazione attenta, per quanto possibile, per un periodo pari a quello di incubazione delle principali patologie infettive;

sperimentare procedure di screening per l’identificazione dei soggetti infetti al momento dell’ingresso, attuando anche una valutazione costo-efficacia delle procedure adottate;

sviluppare protocolli per l’inquadramento e la gestione delle infezioni/malattie infettive clinicamente evidenti, con una dettagliata guida delle misure di barriera e delle procedure di isolamento;

garantire ai detenuti l’accesso ai trattamenti antinfettivi (compresi quelli appartenenti alla fascia 7A) anche attraverso il ricorso a strutture esterne specializzate per le malattie infettive;

sperimentare la fattibilità di interventi di immunizzazione primaria e di terapie preventive per soggetti già infetti (ad esempio per la tubercolosi), attuando anche una valutazione costo-efficacia;

adottare attraverso il ricorso a strutture specialistiche in diagnostica molecolare delle malattie infettive, procedure diagnositiche che consentano di definire la trasmissione intracarceraria delle infezioni, anche al fine di identificare precocemente possibili cluster di infezioni e mettere prontamente in atto misure per bloccare eventi epidemici;

sviluppare un sistema di sorveglianza che consenta di fornire informazioni attendibili sul piano epidemiologico ed etiologico;

costruire modelli di intervento psico-sociale e comportamentale per far aumentare la consapevolezza dei rischi di infezione, per favorire la riduzione dei comportamenti a rischio e per determinare una maggiore aderenza alle prescrizioni terapeutiche.

(Omissis)

7. Compiti dello Stato, delle regioni e delle aziende sanitarie.

7.1 Lo Stato.

Il Ministero della sanità esercita le competenze di rilievo nazionale o interregionale, in materia di programmazione, indirizzo e coordinamento del Servizio sanitario nazionale negli istituti penitenziari.

Per le attività previste nel Progetto obiettivo, utilizza le risorse finanziarie trasferite dal bilancio del Ministero della giustizia secondo quanto previsto dall’articolo 7 del decreto legislativo n. 230 del 1999.

Le risorse sono trasferite annualmente dal Ministero della sanità alle regioni, sulla base di criteri concordati in sede di Conferenza Stato-regioni, tenendo conto degli istituti penitenziari presenti in ciascuna regione, della consistenza e della composizione della popolazione detenuta e internata, dei presidi e dei servizi sanitari interni agli istituti penitenziari presenti nella regione, con particolare riferimento ai reparti clinici e chirurgici degli istituti medesimi, agli ospedali psichiatrici giudiziari, ai reparti ospedalieri per detenuti, ai presidi per l’assistenza ai detenuti tossicodipendenti, ai malati di mente e ai malati di AIDS.

Il Ministero della sanità provvede a rendere disponibili, nell’ambito delle risorse destinate all’adeguamento delle strutture di ricovero, apposite risorse per la ristrutturazione dei presidi all’interno degli istituti penitenziari e per l’istituzione di nuovi reparti per detenuti nei presidi e nelle aziende ospedalieri esterni.

A livello nazionale e regionale è assicurata la rilevazione epidemiologica dello stato di salute della popolazione detenuta e internata, dei rischi, della morbilità e delle cause di morte, finalizzato a rendere disponibile al Servizio sanitario nazionale ogni informazione utile alla programmazione e al governo delle attività di prevenzione, di cure e riabilitazione in carcere.

In applicazione dell’art. 5, comma 3 lettera c) del decreto legislativo n. 230/1999, il Ministero della sanità in collaborazione con quello della giustizia, promuove iniziative per la formazione specifica e l’aggiornamento degli operatori sanitari, del personale dell’amministrazione penitenziaria e dei mediatori culturali che operano in carcere.

La relazione sullo stato sanitario del Paese che il Ministero della sanità è tenuto a presentare al Parlamento in base all’art. 1, comma 10 del decreto legislativo n. 229/1999 prevede un apposito capitolo riguardante lo stato di salute negli istituti penitenziari italiani, a norma dell’art. 5, comma 7, del decreto legislativo n. 230/1999.

7.2 Le regioni.

Le regioni esercitano le competenze in ordine alle funzioni di programmazione e di organizzazione dei servizi sanitari negli istituti penitenziari e il controllo sul funzionamento dei servizi medesimi.

A tale scopo la regione:

a) approva, entro sessanta giorni dall’approvazione del Progetto obiettivo per la tutela della salute in ambito penitenziario, senza il Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria, il Progetto obiettivo regionale. Tale Progetto, indica gli obiettivi di salute da raggiungere nel triennio, i modelli organizzativi da adottare in ciascuno degli istituti penitenziari presenti nella regione, anche di tipo dipartimentale; gli strumenti di supporto alle aziende e il controllo per la verifica della qualità e dell’efficacia delle prestazioni; le procedure e i tempi che le aziende sanitarie locali devono seguire nella predisposizione del piano attuativo locale per la tutela della salute dei detenuti e degli internati;

b) prevede le risorse finanziarie da assegnare alle aziende sanitarie locali per la costituzione e il funzionamento dei modelli organizzativi per la salute dei detenuti e degli internati e per la realizzazione del piano attuativo locale;

c) organizza il piano di riordino della rete ospedaliera per il ricovero dei detenuti;

d) predispone il programma dei corsi di formazione e di aggiornamento del personale sanitario, sociale e dei mediatori culturali, nonché, previa intesa con il Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria, del personale dell’amministrazione penitenziaria;

e) redige una relazione sullo stato di salute nelle carceri presenti nella regione. La relazione è inviata al Ministero della sanità e all’amministrazione penitenziaria;

f) esercita il controllo sull’operato delle aziende sanitarie interessate;

g) concorda con il Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria le sedi territoriali ove è più opportuno avviare iniziative di custodia attenuata, sia come istituti riservati che come sezioni annesse di grandi strutture penitenziarie.

7.3 I compiti delle aziende sanitarie locali.

In riferimento agli obiettivi di salute indicati nel Progetto obiettivo nazionale e in quello regionale le aziende sanitarie locali svolgono compiti di gestione e di controllo dei servizi sanitari che operano negli istituti penitenziari.

A tale scopo il direttore generale:

a) predispone, sentito il direttore dell’istituto penitenziario nell’ambito del piano attuativo locale, specifici progetti di intervento nelle carceri, coinvolgendo il comune o la conferenza dei sindaci nell’esame e nella definizione;

b) approva i modelli organizzativi individuati nei progetti obiettivo nazionale e regionale e nomina i responsabili;

c) formula alla regione, sentito il direttore dell’istituto penitenziario interessato, le proposte di riordino delle strutture sanitarie interne ed esterne al carcere, ai fini della predisposizione del piano di riordino dei presidi sanitari e del loro ammodernamento strutturale tecnologico;

d) attua le intese con la direzione degli istituti penitenziari;

e) assicura che le risorse finanziarie assegnate dalla regione siano correttamente ed esclusivamente impiegate per l’assistenza sanitaria in ambito penitenziario;

f) approva la carta dei servizi per i detenuti e gli internati, previa consultazione con le loro rappresentanze, ai sensi dell’art. 1, comma 3, del decreto legislativo n. 230 del 1999.

8. La formazione e l’informazione.

Nell’ambito del processo di trasferimento delle funzioni sanitarie del servizio sanitario nazionale, una importanza particolare riveste la formazione permanente e specifica degli operatori sanitari e del personale di polizia penitenziaria.

I programmi di formazione del suddetto personale dovranno essere tenuti nella massima considerazione alla luce della rilevanza del rapporto quotidiano con i detenuti ed in particolare con le persone porrtatrici di sofferenza psichica. Una formazione reale ed efficace dovrà prevedere nella verifica il momento quotidianamente privilegiato, soprattutto se questa sarà, come auspicabile, estesa ed omogenea su tutto il territorio nazionale e non incentrata sulle iniziative locali.

In particolare, nell’ambito dei programmi di prevenzione dell’infezione da HIV e dell’abuso di droghe deve essere prevista la messa in atto di opportuni momenti di informazione attraverso l’utilizzazione di adeguati supporti, non rigidamente connessi ad un unico modello, ma applicabili e modificabili secondo esigenze differenziate.

Opportuni programmi di educazione sanitaria in tema di droga, alcool, AIDS e salute menta e, appaiono essere prioritari nell’ambito della comunità detenuta.

L’informazione su questi temi attraverso un’opera di sensibiliizzazione diretta rappresenta un valido strumento di prevenzione.

I programmi informativi dovranno privilegiare forme differenziate di comunicazione se indirizzate a detenuti italiani o stranieri, tenendo conto delle specifiche esigenze etniche e religiose.

È auspicabile la sempre maggiore presenza della figura del mediatore culturale, persona, questa qualificata sul piano non solo linguistico ma soprattutto culturale, che consenta di superare le difficoltà nei rapporti con i detenuti provenienti da paesi stranieri. Tali persone vanno formate in modo sempre più appropriato al procedere delle conoscenze.

9. Applicazione.

Il Progetto obiettivo trova applicazione piena nelle regioni che attuano la sperimentazione ai sensi dell’art. 8 del decreto legislativo 230/1999. Nelle altre regioni il Progetto obiettivo si applica con riferimento alle funzioni effettivamente trasferite e costituisce orientamento generale sulla materia.

PROVVEDIMENTO 20 SETTEMBRE 2000
(pubbl. sulla G.U. n. 229 del 30 settembre 2000)

Autorizzazione al trattamento dei dati sensibili nei rapporti di lavoro. (Provvedimento n. 1/2000).

 

IL GARANTE
PER LA PROTEZIONE DEI DATI PERSONALI

(Omissis)

Autorizza

il trattamento dei dati sensibili di cui all’art. 22, comma 1, della legge n. 675/1996, finalizzato alla gestione dei rapporti di lavoro, alle condizioni di seguito indicate.

1) Ambito di applicazione.

La presente autorizzazione è rilasciata senza richiesta di parte:

a) alle persone fisiche e giuridiche, alle imprese, agli enti, alle associazioni e agli organismi che sono parte di un rapporto di lavoro o che utilizzano prestazioni lavorative anche atipiche, parziali o temporanee ai sensi della legge 24 giugno 1997, n. 196, o che comunque conferiscono un incarico professionale alle figure indicate al successivo punto 2, lettere b) e c);

b) ad organismi paritetici e ad altri organismi che gestiscono osservatori in materia di lavoro, previsti dalla normativa comunitaria, dalle leggi, dai regolamenti o dai contratti collettivi anche aziendali.

L’autorizzazione riguarda anche l’attività svolta dal medico competente in materia di igiene e di sicurezza del lavoro, in qualità di libero professionista o di dipendente dei soggetti di cui alla lettera a) o di strutture convenzionate.

2) Interessati ai quali i dati si riferiscono.

Il trattamento può riguardare i dati sensibili attinenti:

a) a lavoratori dipendenti, anche se prestatori di lavoro temporaneo o in rapporto di tirocinio, apprendistato, formazione e lavoro, ovvero ad associati anche in compartecipazione e, se necessario in base ai punti 3) e 4), ai relativi familiari e conviventi;

b) a consulenti e a liberi professionisti, ad agenti, rappresentanti e mandatari;

c) a soggetti che effettuano prestazioni coordinate e continuative o ad altri lavoratori autonomi in rapporto di collaborazione con i soggetti di cui al punto 1);

d) a candidati all’instaurazione dei rapporti di lavoro di cui alle lettere precedenti;

e) a persone fisiche che ricoprono cariche sociali nelle persone giuridiche, negli enti, nelle associazioni e negli organismi di cui al punto 1);

f) a terzi danneggiati nell’esercizio dell’attività lavorativa o professionale dai soggetti di cui alle precedenti lettere.

3) Finalità del trattamento

Il trattamento dei dati sensibili deve essere necessario:

a) per adempiere o per esigere l’adempimento di specifici obblighi o per eseguire specifici compiti previsti dalla normativa comunitaria, da leggi, da regolamenti o da contratti collettivi anche aziendali, in particolare ai fini del rispetto della normativa in materia di igiene e sicurezza del lavoro o della popolazione, nonché in materia fiscale, di tutela della salute, dell’ordine e della sicurezza pubblica;

b) anche fuori dei casi di cui alla lettera a), in conformità alla legge e per scopi determinati e legittimi, ai fini della tenuta della contabilità o della corresponsione di stipendi, assegni, premi, altri emolumenti,liberalità o benefici accessori;

c) per il perseguimento delle finalità di salvaguardia della vita o dell’incolumità fisica dell’interessato o di un terzo;

d) per far valere o difendere un diritto anche da parte di un terzo in sede giudiziaria, nonché in sede amministrativa o nelle procedure di arbitrato e di conciliazione nei casi previsti dalle leggi, dalla normativa comunitaria, dai regolamenti o dai contratti collettivi, sempreché, qualora i dati siano idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale, il diritto da far valere o difendere sia di rango pari a quello dell’interessato;

e) per l’esercizio del diritto di accesso ai documenti amministrativi, nel rispetto di quanto stabilito dalle leggi e dai regolamenti in materia;

f) per adempiere ad obblighi derivanti da contratti di assicurazione finalizzati alla copertura dei rischi connessi alla responsabilità del datore di lavoro in materia di igiene e di sicurezza del lavoro e di malattie professionali o per danni cagionati a terzi nell’esercizio dell’attività lavorativa o professionale;

g) per garantire le pari opportunità.