BOLLETTINO PER LE FARMACODIPENDENZE E
L'ALCOOLISMO - ANNO XXIV 2001 no. 3
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RECENSIONI a cura di Carlo Vetere
Frequenza
del suicidio tra i cocainomani I
dati epidemiologici sull’argomento in oggetto non mancano, specie sui
tentativi di suicidio dei dipendenti da cocaina, ma non è stato studiato
a fondo il background socio-psicologico che favorisce la tendenza al
suicidio. Molte ricerche prospettano l’intervento di fattori psico
sociali, familiari e genetici, con particolare riguardo per i traumi
infantili. 84
cocainomani che avevano tentato il suicidio e che facevano parte di una
coorte di 214 dipendenti da cocaina facenti capo agli stessi Ambulatori
della Veterans sono stati messi a confronto con 130 cocainomani che non
avevano mai tentato il suicidio, approfondendo l’anamnesi familiare ed
infantile, l’analisi della personalità e le variabili psichiatriche ed
antropologiche. Contrariamente
all’epidemiologia del suicidio, che rimarca l’ipermortalità maschile,
nel caso dei tentativi fra cocainomani si rileva una preponderanza
femminile. Frequente è stata l’anamnesi familiare di suicidi e tentati
suicidi; oltre al rilievo di un fitto elenco di traumi psicologici ed
affettivi infantili, il quadro della personalità di coloro che avevano
tentato il suicidio era di introversione, ostilità e conflitti nevrotici.
Inoltre coesisteva una maggiore comorbidità specie con la dipendenza da
alcol e/o da oppiacei e la depressione maggiore. In
linguaggio medico i fattori “distali” di rischio suicidario sono
rappresentati dall’anamnesi familiare e da quella pediatrica; quelli
“prossimali” comprendono altre dipendenze, depressione maggiore e
malattie fisiche che finiscono per assommarsi all’insieme dei fattori
scatenanti la tendenza all’autodistruzione. Appare
pertanto opportuno intensificare il counselling nei dipendenti da cocaina
a rischio di suicidio. Il
disordine da stress post-traumatico e l’abuso di sostanze Il
PTSD è rappresentato da tre raggruppamenti di sintomi che fanno seguito
ad un evento traumatico: 1) la riesplosione dei sintomi ansiosi “acuti” dovuti ad
una rivisistazione dell’evento traumatico, specie quando ci si trova di
fonte a stimolazioni ambientali (cues); 2) sintomi da evitamento, ovvero riduzione della
partecipazione ad attività che si riconducono all’evento ed evitamento
dei pensieri, della gente e delle memorie associate al trauma; 3) sintomi di allerta quali difficoltà
nell’addormentamento, irritabilità, difficoltà nella concentrazione,
ipervigilanza ed iperreattività. I
soggetti maschi con PTSD diventano frequentemente alcolisti; il che si
spiega con la particolare sensibilità agli stress che spinge verso le
sostanze sedative ed ipnotiche fra le quali primeggia l’alcol.
L’azione di particolare sensibilizzazione è dovuta ad una accentuazione
della funzione noradrenergica cioè la stessa che ha un ruolo principale
nella sindrome di astinenza da droghe. Del resto tutto il quadro della
dipendenza da droghe si avvicina a quello della PTSD nel senso che oltre
all’asse ipotalamo-ipofisi che modula la risposta allo stress a livello
cerebrale entra in gioco l’amigdala. Lo stesso problema che è
all’origine della comorbidità tossicodipendenze/malattie mentali (psicosi)
in soggetti senza precedenti morbosi psichiatrici. L’interpretazione
del nesso legata all’aumento della dopamina extracellulare non può
reggere a fronte della persistenza dei sintomi anche quando non vi è più
concentrazione della droga stimolante. In genere si comincia con un quadro
di PTSD: il ricorso alla droga avviene per lenire la sintomatologia da
stress post-traumatico. Se si arriva alla dipendenza con la conseguente
astinenza viene ad accentuarsi la sintomatologia del PTSD, facile motivo
di ricaduta per la droga. Dal punto di vista teorico si individua nella
patogenesi del PTSD una intereazione fra l’ormone di rilascio della
corticotropina ed i sistemi noradrenergici; tale intereazione determina un
incremento della risposta agli stimoli da stress. Lo
stress acuto provoca una cascata neuroormonale con aumento del turnover
della norepinefrina nelle regioni di proiezione terminale del locus
ceruleus e liberazione del CHR (ormone ipotalamico di rilascio della
corticotropina). Come indicato, livelli elevati di CRH a livello
dell’amigdala si hanno sia nella PTSD sia nella sindrome da astinenza da
sostanze psicoattive. Infatti gli antagonisti dei CRH riducono sia
l’ansietà sia la risposta accentuata alle droghe e finora sono stati
sperimentati solo su animali (come il CP-154,526). Esiste, tuttavia, la
clonidina (agonista dell’alfa-2 adrenoceptore) che riduce la iperattività
noradrenergica pertanto appare essenziale includere nel trattamento casi
di PTSD. In tal modo la comorbidità può trasformarsi in fonte di
informazioni neurobiologiche e psico-cliniche.
Depressione,
autostima ed uso di sostanze fra gli adolescenti La
fascia adolescenziale è quella a rischio maggiore di acquisizione di MST
(malattie a trasmissione sessuale). Secondo il Sistema di Sorveglianza dei
Comportamenti Giovanili a Rischio il 49,9% degli studenti delle
mediesuperiori hanno avuto contatti sessuali e molti di questi studenti
nell’ultimo rapporto sessuale non hanno usato il preservativo. Da
parte di una équipe della Havard è stata condotta una inchiesta fra gli
studenti delle scuole medie superiori che avevano dichiarato di aver avuto
almeno un rapporto sessuale nell’ultimo anno. A tutti questi studenti
sono stati somministrati test di depressione e di autostima che si sono
collegati con il fatto di non aver usato il preservativo nell’ultimo
rapporto sessuale. Sono stati anche chiesti dati sul consumo di droghe.
Naturalmente i dati grezzi sono stati corretti a seconda dell’etnia e
dell’età al primo rapporto e la presenza di disturbi mentali. Dopo tale
correzione l’età precoce al primo rapporto sessuale, un livello basso
di autostima e la presenza di sintomi depressivi erano associati con il
non uso di protezione durante il rapporto per i maschi e con l’anamnesi
di MTS in entrambi i sessi. Il non uso del condom nei ragazzi appare in
relazione diretta con la gravità dei sintomi depressivi: quelli che
presentano punteggi di depressione più elevati hanno avuto tre volte di
più MTS rispetto ai coetanei con basso punteggio. Attenzione però: l’adolescente depresso usa spesso l’alcol come autocura per cui una alcolemia alta più spesso fa prevalere l’impulso sessuale sull’adozione di normali precauzioni. Vi sono anche ipotesi comportamentali derivanti proprio dall’influenza della depressione sulle risposte cognitive: ad esempio può esservi un senso di impotenza nei confronti della possibilità di evitare le MTS. Nel caso della prevalenza di MTS associata con depressione spicca il gruppo delle ragazze: è probabile che in queste situazioni di scarsa autostima sia più difficile negoziare con il partner maschile l’uso del preservativo.
La
violenza contro le donne colpisce, almeno negli USA, soprattutto le
adolescenti: ha naturalmente la sua brava sigla IPV (Intimate Partner
Violence) e si differenza dallo stupro eseguito, in genere, da estranei.
Si calcola che almeno il 25% delle donne nel corso della loro vita, ma
soprattutto nel periodo adolscenziale, siano state vittime di un IVP. Da
parte della Havard University è stata condotta una indagine fra 2000
studentesse del primo triennio di scuola media superiore (9°-12° grado)
nel 1997 e poi nel 1999 con interviste in entrambe le epoche. Nel 1997 il
20,2% e nel 1999 il 18% delle ragazze ha dichiarato di essere state
oggetto di violenze fisiche e/o sessuali da parte del partner che aveva
dato loro un appuntamento e che appunto per tale motivo viene denominato
dating partner. Uno degli scopi dell’indagine era quello di accertare
fino a che punto queste violenze fossero collegate con l’abuso di
sostanze con comportamenti sessuali a rischio, con disturbi
dell’alimentazione, tendenza al suicidio e gravidanza. L’uso
della cocaina, forme di disordine alimentare (abuso di lassativi e di
provocazione del vomito), primo rapporto sessuale sotto ai 15 anni,
gravidanze e tentatvi di suicidio sono risultati tutti fattori associati
all’IPV. La popolazione scolastica indagata frequentava scuole superiori
pubbliche per cui non è lecito estendere il risultato all’insieme della
popolazione scolastica in età adolescenziale. Comunque, al di là del
dato epidemiologico, medici ed assistenti sociali che hanno rapporti con
una giovane che ha subito un IPV è bene che esplorino diversi aspetti
comportamentali e che intensifichino gli approcci preventivi.
Supporto
sociale ed astinenza da oppiacei e cocaina Nel
corso del mantenimento metadonico è frequente il ricorso alla cocaina,
forse come auto-medicazione nei confronti dell’effetto sedativo
dell’oppaiceo sostituitivo. Il ritorno all’eroina poi può, in parte,
essere legato a situazioni ambientali di suggestione da buco. In assenza
di trattamenti sostitutivi per la cocaina si punta all’impiego di
inteventi di rafforzamento dell’astinenza attraverso ricompense tipo
voucher. Gli psichiatri di diversi Centri di S. Francisco lavorando su 128
soggetti in mantenimento metadonico o con LAAM hanno confrontato
l’efficacia di interventi di supporto “generali” con quella di
interventi “specifici” più mirati al raggiungimento dell’astinenza,
sopratutto nei confronti della cocaina (astinenza, naturalmente, accertata
ab initio e controllata periodicamente per via biochimica); hanno avuto
qualche effetto gli interventi “specifici” mentre nulla è stata
l’azione di quelli “generici”. Questo però vale solo per la cocaina
e non per l’eroina; il successo può, in parte, spiegarsi con
l’allontanamento o la neutralizzazione degli ambienti che provocano una
stimolazione nei confronti della cocaina. E’ anche importante la
modifica di stili di vita e l’evitamento di amicizie e contatti di
abusatori. Permanendo, invece, un ambiente ed amicizie suggestive diventa
difficile raggiungere l’astinenza.
Efficacia
di brevi interventi cognitivo-comportamentali nella dipendenza da
amfetaminici Nello
Stato australiano del Queensland l’assunzione endovena di anfetaminici
costituisce la prima modalità di dipendenza e comporta ripercussioni
sullo stato di salute mentale, sul funzionamento sociale e sui
comportamenti criminali. Una
sessantina di soggetti dipendenti da anfetamine sono stati divisi a random
fra coloro che hanno seguito un intervento cognitivo-comportamentale di
breve durata e quelli che hanno solo ricevuto un opuscolo educativo. A
tutti era stato somministrato l’Indice sul Trattamento degli Oppiacei ed
in maggioranza veniva a mancare la necessaria “motivazione al
cambiamento”. L’intervento
cognitivo-comportamentale teneva conto delle motivazioni raccolte con
l’intervista e puntava sulle tecniche di addestramento per evitare le
situazioni a rischio, per manipolare il craving e per prevenire le
ricadute, con relativa discussione. Naturalmente il controllo sui consumi
di anfetaminici è stato effettuato sulle urine; nell’insieme vi è
stata una significativa riduzione del numero, non solo dei reperti
positivi, ma anche dei comportamenti antisociali in tutti i dipendenti; la
stessa riduzione si è avuta per il grado di coinvolgimento e di gravità
misurate attraverso l’Indice di Trattamento degli Oppiacei. Praticamente
fra i trattati è stato autodenunciato un consumo illegale di anfetaminici
che è circa la metà rispetto a quella dei non trattati. A distanza di
sei mesi la frequenza degli astinenti è stata superiore nel gruppo
sottoposto a trattamento psicoterapico che, ricordiamo, si è svolto in
quattro sedute. Va rilevato che lo stesso schema di psicoterapia
cognitivo-comportamentale è stato applicato nel trattamento dei
dipendenti da eroina. Dal
punto di vista del valore del parametro OTI (Opiate Treatment Index) forse
la misurazione ideale è quella per i dipendenti da oppiacei mentre le
ripercussioni dell’anfetamina sulla fisiologia e sul comportamento
possono essere diverse. Stranamente
vengono citate esperienze terapeutiche inglesi e non, ad esempio, svedesi
allorquando è ben noto come in Scandinavia gli anfetaminici costituiscono
la prima fonte di dipendenza.
Terapia
associata fra naltrexone ed interventi cognitivo-comportamentali nel
trattamento della dipendenza da oppiacei Nella
discussione sulle motivazioni bio-psicologiche per il “polidrug” fra i
soggetti in mantenimento metadonico si prospetta la possibilità che il
ricorso a cocaina, benzodiazepine e marihuana sia sostitutivo a quello
dell’eroina, il che tuttavia non è stato confermato da varie ricerche
che mostrano al contrario che se il mantenimento è seguito con cura si
riduce anche il consumo di sostanze non oppiacee. La
seconda ipotesi è quella che l’abuso di altre sostanze comporti un
abbandono precoce del mantenimento e la ricaduta. Anche nel trattamento
delle dipendenze concorrenti vi sono opinioni non concordi: vi è chi
sostiene la opportunità di affrontare una droga alla volta e chi, invece,
pensa di indirizzare il management della contingenza verso un arco più
ampio di sostanze. Comunque
gran parte delle ricerche sono state effettuate fra “polidrug” in
trattamento metadonico: quella che ha fatto capo agli psichiatri
dell’Istituto di Psichiatria di New York ha, invece, coinvolto
tossicodipendenti da oppiacei in mantenimento naltrexonico (47 pazienti )
seguiti per 6 mesi e sottoposti anche a terapie cognitivo-comportamentali
presso un Ambulatorio universitario. La presenza di urine “pulite” e
la costanza nella posologia dell’antagonista venivano ricompensate con
voucher in denaro. Sul piano teorico generale veniva incoraggiata
l’astinenza anche dalle sostanze non oppiacee ma senza applicare sistemi
di contingenza (cioè ricompense). Nel
corso della ricerca il 78% dei pazienti ha assunto altre sostanze non
oppiacee almeno una volta; dal punto di vista del rischio di ricaduta
verso l’eroina coloro che presentavano un consumo intermittente di
sostanze non oppiacee hanno avuto la percentuale più bassa di ricadute
mentre fra i consumatori costanti e fra coloro che non consumavano altre
sostanze le ricadute verso l’eroina sono state più frequenti. Sembra
quasi che si delinei una sorta di riduzione del danno legata alla
assunzione periodica di cocaina, marihuana e benzodiazepine. Ciò
non significa che va incoraggiato l’uso di altre sostanze fra i pazienti
in trattamento con naltrexone, ma a questo punto perde senso accanirsi
nella colpevolizzazione di questi consumi, essendo primario l’obiettivo
dell’astinenza da eroina.
Trattamento
dell’alcolismo: al naltrexone si unisce l’addestramento per il coping
specifico (CET) e quello sulle capacità comunicative (CST) Il
successo dello schema di trattamento psicoterapico per 12 settimane si
prolunga per almeno un anno. In questa esperienza inizialmente sono state
effettuate due settimane di day-hospital e si è differenziato l’esito
fra coloro che sono stati collaboranti per almeno il 70% delle giornate e
gli altri; nel primo gruppo si è ottenuta una riduzione nel numero delle
ricadute e nella quantità di alcolici bevuta nel corso delle ricadute
medesime. Importate,
inoltre, appare la dichiarazione di impiego di tecniche per “far fronte”
(coping) da parte degli alcolisti sottoposti a CET/CST, specie per quanto
si riferisce al punteggio di “urgenza” dopo aver assistito a visioni
“provocanti” (cues). È
interessante riferire circa la mancanza di perdita di peso fra i soggetti
sotto naltrexone e di conseguenza smentire un possibile effetto anti-appetito.
Per quanto riguarda il possibile meccanismo di azione del naltrexone sul
potus è probabile che la riduzione dell’effetto piacevole/euforizzante
dell’alcol legato al blocco endorfinico promosso dal naltrexone possa
essere determinante. Per
ciò che concerne la riduzione delle “urgenze” ha senz’altro
efficacia l’acquisizione di capacità di “farcela” attraverso le
sedute di CET/CST. Rimane ancora non chiarito il dosaggio ideale di
naltrexone, che dovrebbe essere possibile collegare all’accertamento dei
livelli di ß-naltrexolo.
Personalità
disinibita tipo P300 e precocità dell’insorgenza di problemi legati
all’alcol L’estensione
dell’applicazione della ricerca di Potenziali Evocati collegati con
eventi (ERP) ha portato all’individuazione di un possibile collegamento
fra ampiezza ridotta dell’onda P300 e maggiore vulnerabilità nei
confronti dell’alcolismo o, più in generale, per condizioni
psicopatologiche basate sulla disinbizione comportamentale.(devianza
sociale, impulsività, predisposizione, mancanza di evitamento delle
condizioni di rischio). Una
ricerca americana condotta su 190 soggetti di età media 20,7 in lieve
prevalenza di sesso femminile ha confermato nei maschi l’associazione
fra precocità dei problemi di alcolismo con devianza sociale e impulsività
non controllabile. La
mancanza di associazione nel sesso femminile dovrà essere oggetto di
altri studi, ma va sottolineato come la popolazione oggetto della ricerca
era costituita da studenti di College e che quindi non è legittimo
estendere i risultati all’universo.
Alcol
e aggressività: una ipotesi biologica I
comportamenti aggressivi e violenti negli alcolisti sono legati in genere
ad una soglia di allarme abbassata oltre che ad alterazioni
dell’adattamento sensoriale. La dimostrazione può essere fatta
attraverso l’esame dei Potenziali Elettrici dello scalpo legati ad
eventi (ERPs). La riposta ritardata uditiva cerebrale nell’uomo ha luogo
con una latenza di picco di 100 ms (che si identifica nei tracciati con
N100). E’ una risposta molto studiata che corrisponde all’attivazione
della corteccia auditiva mediale temporale e frontale. Le fonti cerebrali
dei tracciati elettrici e magnetici (EEG e MEG) consentono attraverso
formule matematiche di separare le principali attività dell’ERPs. Un
gruppo di neuropsichaitri finlandesi ha studiato gili EEG e MEG di 10
alcolisti violenti che dimostravano uno scarso controllo (età media 30,3)
e di altrettanti alcolisti non violenti (età media 46,7); tutti erano di
sesso maschile. I “violenti” erano sottoposti ad indagine medico
legale criminalogica. Inizialmente si è accertata l’attività nelle
regioni temporali mediali e frontali in tutti i soggetti. I violenti erano
astinenti da alcol e droghe da almeno due mesi e si trovavavno in una
Sezione di stretta sorveglianza mentre gli alcolisti non violenti sono
stati reclutati nei Centri di riabilitazione ed erano astinenti da tempi
variabili (1-20 settimane). Si
è visto che negli alcolisti violenti i toni di allerta venivano
processati a livello dei lobi frontali mentre negli alcolisti non violenti
e nei soggetti normali il processo sensoriale aveva luogo nelle aree
cerebrali temporali mediali. I toni devianti comparivano
contemporaneamente nelle aree frontali e temporali negli alcolisti
violenti mentre nei non violenti e nei normali la comparsa è sequenziale
e non simultanea. Tutto
fa pensare che negli alcolisti violenti l’alterazione frontale e
temporale può essere alla base di una alterazione dei meccanismi di
allerta. Vi sono anche ricerche neurofisiologiche che dimostrano come
negli alcolisti violenti si ha una densità maggiore di dopamina nei
gangli basali.e la dopamina è un modulatore neurochimico del risveglio. Questo
insieme di ricerche non intende sminuire il ruolo dei fattori ambientali e
sociali bensì vuole individuare alcune predisposizioni che appartengono
ad un sottotipo di alcolismo. |