BOLLETTINO PER LE FARMACODIPENDENZE E L'ALCOOLISMO - ANNO XXIV 2001 no. 3

LETTERE AL DIRETTORE

Gentile Direttore,

da molti anni varie iniziative con finalità di prevenzione sono state avviate dai Ser.T. in collaborazione con le Istituzioni Scolastiche, talvolta anche in sinergia, non sempre “felice”, con altri Servizi delle AASSLL o Agenzie del Privato Sociale.

Si sono accumulate molteplici esperienze, le quali, però, raramente hanno avuto la possibilità di confrontare metodologie, strategie, valori e culture di riferimento.

Onestamente si ha l’impressione che troppi “fiori all’occhiello” (o “progetti pilota”) siano stati rapidamente sommersi nella memoria dei Ser.T. o archiviati tra i “titoli” dei curricola, senza generare una “filosofia” comune attorno alla quale poter qualificare ed organizzare, in modo più stabile ed omogeneo, il prezioso contributo specifico degli operatori più esperti delle T.D. ai programmi di prevenzione del consumo di sostanze psicotrope e dei rischi ad esso associati.

Mi auguro che l’epoca dei “fiori all’occhiello” stia finalmente passando di moda, perciò con questa lettera aperta non intendo proporre modelli ottimali, né “tecniche avanzate” più o meno esotiche. Ho solo l’intenzione di sintetizzare esplicitamente alcuni spunti problematici della riflessione che si sta svolgendo nel gruppo di lavoro sulla prevenzione dei consumi di sostanze psicotrope del Dipartimento delle Farmacodipendenze della ASL Napoli 1.

Durante le prime riunioni, come c’era da aspettarsi, sono subito comparsi alcuni paradigmi tipici; stavo per dire luoghi comuni, se tale espressione non avesse una connotazione negativa, impropria in questo contesto. In fondo i luoghi comuni possono esser considerati come gli organizzatori mnestici dei saperi condivisi e consolidati di un gruppo (sociale, professionale, generazionale etc.), che svolgono una funzione utilissima di sintesi e di legame, ma inevitabilmente frenano le riflessioni e le azioni ulteriori.

Al puro scopo di facilitare la discussione tra gli operatori, schematizzerò di seguito alcuni di questi luoghi comuni, ciascuno dei quali sarà, però, seguito da una clausola di riflessione.

Il rapporto tra informazioni, atteggiamenti e comportamenti è molto complesso, generalmente l’informazione, anche se corretta e ben modulata emotivamente, non modifica i comportamenti e le valutazioni dei rischi.

È vero, ma si dimentica che ripristinare informazioni corrette nei gruppi bersaglio spesso è utile perché le “rappresentazioni sociali”, soprattutto quelle di “oggetti” ansiogeni, tendono a riorganizzarsi spontaneamente attorno a schemi semplificati con funzioni rassicuratorie (1), e si trasformano facilmente in “dicerie” o “leggende metropolitane” ad elevata capacità di diffusione (2). Inoltre tutti i modelli psicosociali che descrivono le relazioni causali complesse tra atteggiamenti, motivazioni, emozioni ed effettivi cambiamenti comportamentali, includono il ruolo della qualità dell’informazione nell’innescare i cambiamenti desiderati (3).

Sono sempre da preferire interventi che attivino direttamente i giovani e migliorino le abilità generali di coping, comunicazione, gestione dell’emotività, espressione, utilizzazione delle esperienze etc., piuttosto che interventi con obiettivi limitati e specifici.

Si dimentica, però, che questo tipo di strategia tende a motivare i soggetti che già dispongono di abilità sufficientemente buone, mentre talvolta produce processi di autoemarginazione proprio nei sogg. meno “impegnati” ed attivi. Peraltro, ad es., un adolescente ottimo comunicatore e con una buona self efficacy potrebbe facilmente convincere qualche amico che “il cobret è un mix di olio di hashish e di eroina di serie B che non dà molta dipendenza etc.”. Questa è solo una delle “dicerie” assolutamente infondate ascoltate durante gli incontri con gli adolescenti.

Le “nuove droghe” tendono a selezionare una “nuova antropologia” dei consumatori meno sensibile agli interventi “tradizionali”.

Si dimentica che le sostanze eccitanti-distorcenti predispongono, sia sul piano neurochimico sia su quello esperenziale, alla ricerca della tranquillizzazione eroinica; inoltre è noto che l’eroina fumabile (almeno in alcune aree d’Italia) sta notevolmente riducendo le resistenze simboliche e reali al consumo di tale sostanza, essa viene presentata come una “nuova droga” con un nuovo nome commerciale: cobret.

Bisogna raggiungere i giovani con i loro linguaggi ed i loro stili.

In primo luogo adulti che usano un linguaggio troppo giovanile fanno sempre un po’ ridere. E poi lo stile comunicativo oggi prevalente tra i giovani è rapido, sincopato, iconico, karaokeggiante, a volte laconico e sloganistico (si pensi ai messaggini, alle “figurine” internet, alla stereotipia delle aggettivazioni o alla multimedialità ipermusicale o ipervisiva, dove la parola gioca un ruolo ancillare). Uniformandosi a questo stile è assai difficile trasmettere una riflessione ragionevole e persuasiva sul complicato tema dei rischi connessi all’uso di sostanze psicoattive. Ovviamente non dobbiamo tornare ad esser noiosi, ma dovremmo assumerci la responsabilità di inventare un nostro efficace stile comunicativo adulto (4).

Ridurre il disagio adolescenziale ed affrontare i bisogni che si celano nei comportamenti di consumo e di abuso di sostanze è ciò che gli interventi di “vera” prevenzione dovrebbero prendere di mira.

Si dimentica, spesso, che il disagio è una caratteristica, per così dire, “normalmente fisiologica” di ogni fase di transizione e di incertezza. Inoltre, come educatori e come terapeuti, già facciamo un “lavoro impossibile”, non si capisce per quale motivo dovremmo peggiorare la nostra vita immaginando programmi “onnipotenti”. In fondo sarebbe più semplice fare ciò che per noi è possibile, ovvero diffondere una cultura che esprima buone ragioni per ridurre la probabilità che il disagio adolescenziale (normale o patologico) si esprima attraverso il consumo di sostanze psicotrope. Certamente il disagio non diminuirà, ma le sue manifestazioni potrebbero esser meno pericolose e, forse, più utili.

Più presto si inizia a prevenire, meglio è (perché non cominciamo dalle prime classi? O dalle scuole medie? Ma non sarebbe meglio se partissimo dalle elementari o dall’asilo?).

Quante volte abbiamo sentito persone di buona volontà fare simili discorsi! E quante volte qualche Responsabile di un Ser.T. ci ha obbligato ad andare “sul territorio”, magari in una prima media per aiutare la prof.ssa ed i bambini a fare “la ricerca sulla droga”! E chissà cos’è accaduto nella mente di quei poveri scolari dopo il nostro “magistrale” intervento! Qui si dimentica che l’efficacia delle informazioni su questioni specifiche è in relazione al momento ed alla situazione stimolo che vive il ricevente. La ricerca sui modelli processuali del cambiamento (5) ci avrebbero dovuto convincere che input corretti, ma offerti nella fase impropria, possono esser inutili e controproducenti.

Pensate di contrastare profondi processi sociali, culturali e psicologici facendo incontri di un’ora e mezza con gli adolescenti? Siete degli illuministi illusi!

Questo pessimismo certamente intelligente, ci fa dimenticare un’esperienza abbastanza comune: a volte siamo stati colpiti da una frase, da un discorso, un libro, una persona, un film o una metafora felice, e tale evento ha insinuato un dubbio nel nostro modo di sentire e di pensare. Poi tutto è stato dimenticato, ma, in particolari circostanze, il ricordo è ricomparso e quel dubbio ci ha aiutato a comprendere meglio i nostri guai. Inoltre l’adolescenza è ovviamente un periodo turbinoso, ma anche dinamico e plastico, durante il quale piccole cause possono produrre effetti notevoli, così come grandi sforzi possono portare a delusioni scottanti.

Sono da preferire programmi di formazione e coinvolgimento rivolti agli insegnanti allo scopo di inserire i temi specifici dell’abuso di sostanze all’interno di una più vasta attenzione ai temi della salute, dell’etica della responsabilità, della legalità, dell’ascolto, del dialogo etc.

Si dimentica facilmente che le tensioni di ruolo e gli orientamenti valoriali, ideologici o scientifici (legittimi e differenziati), presenti tra i docenti possono “filtrare” i messaggi rivolti agli adolescenti in senso troppo “scolastico” o “genitoriale”, riducendone l’efficacia. Peraltro proprio gli insegnanti più sensibili ed impegnati sembrano cominciare a sentire il peso di una delega eccessiva di funzioni a volte tra loro conflittuali e confuse. Infine non è affatto chiaro di quale (e quanta) formazione avrebbe bisogno un ottimo docente di chimica o di filosofia per diventare, agli occhi dei suoi studenti, una fonte credibile di informazione e riflessione sui temi del rischio delle sostanze d’abuso. È ben noto che la credibilità viene ascritta in base al ruolo “indossato” ed alla posizione “occupata”, e solo successivamente viene presa in considerazione la qualità delle conoscenze “trasmesse” dalla “fonte”. Se un grande clinico e ricercatore, occasionalmente Ministro della Sanità, affermasse che smettere di fumare (tabacco) è, tutto sommato, “solo una faccenda di buona volontà”, correrebbe il grave rischio di esser creduto. Molti fumatori “dissonanti”, ormai alla settima ricaduta, si sentirebbero depressi ed incapaci (fumando ancor di più), mentre i salutisti incalliti sarebbero più pronti a perseguitare quei paria con la triste cicca (spenta) tra le labbra. Certamente la salute mentale complessiva peggiorerebbe (e, forse, anche quella fisica).

Per il gruppo di lavoro il risultato di questa esercitazione (che potrebbe continuare dolorosamente a lungo) è stato la percezione dei seguenti rischi:

1. il senso comune prevalente tra gli addetti ai lavori, pur con le migliori intenzioni, sta riducendo le occasioni di confronto diretto tra adulti competenti ed adolescenti sul nostro tema specifico;

2. spesso anche gli operatori più qualificati delle T.D. (Ser.T e/o Privato Sociale) sembrano voler eludere il compito specifico, diluendo il loro contributo in meritori programmi di educazione alla salute, educazione sentimentale, educazione all’assertività, alla genitorialità, al pensiero positivo, alla creatività, alla flessibilità, all’ascolto, alla relazionalità, all’aiuto, all’autoaiuto e così via con parole sempre più elastiche, attraverso le quali si coltiva la speranza (un po’ ingenua) che un generico benessere possa prevenire uno specifico malessere;

3. le informazioni e le interpretazioni dei fenomeni legati al consumo di sostanze psicotrope vengono lasciate alle campagne pubblicitarie, ai massmedia, al tam tam delle “leggende metropolitane”, alla buona volontà di qualche docente, che magari ha seguito un bel “corso di formazione”, o a quel “letamaio” che nasconde tesori conoscitivi chiamato internet (6).

Come riprendere un dialogo diretto con gli adolescenti sul nostro specifico problema? Cosa dire? Quando dirlo? Come dirlo? Chi è più efficace nel dirlo? Ed anche, come ascoltarli? E dove incontrare i consumatori a rischio, senza etichettarli, medicalizzarli o psicopatologizzarli precocemente?

A volte, anche le riunioni dei gruppi di lavoro dipartimentali non sono una perdita di tempo. Infatti, qualcuno ha cominciato a porre il problema in questo modo: smettiamo di voler per forza educare, prevenire, curare e misurare ossessivamente l’efficacia delle nostre “tecniche”, limitiamoci a raccontare le storie che conosciamo meglio, cioè le nostre vicende di operatori che incontrano le storie dei T.D., ascoltiamo le storie che gli adolescenti, a loro volta, ci raccontano, e poi, vediamo che succede.

A pensarci bene, gli operatori delle T.D. più esperti (e colti) potrebbero narrare storie molto interessanti per quegli adolescenti tra i 16 ed i 19 anni che, nel loro “ambiente naturale”, inevitabilmente incontrano la possibilità di consumare sostanze psicotrope. Potrebbe esser la propria storia come operatore, la storia di alcuni utenti, la storia delle idee scientifiche ed ideologiche che hanno orientato il lavoro assistenziale e terapeutico, la storia dei familiari, delle fidanzate o delle mogli degli utenti, la storia degli stereotipi sociali, la storia dei nostri errori etc.

Per fortuna non sarebbe necessario essere degli abili narratori, basterebbe rimanere intellettualmente onesti e decentemente competenti per diventare fonti credibili di storie che necessariamente si organizzerebbero attorno ai seguenti contenuti cognitivi:

• è facile innescare una dipendenza patologica, è difficile disinnescarla;

• non è sempre necessario avere seri problemi psicologici e sociali per diventare T.D., spesso tali problemi sono conseguenze del consumo che attivano conseguenze ulteriori in complesse catene di influenze probabilistiche reciproche;

• le sostanze non sono tutte uguali, le persone non sono tutte uguali, i cervelli non sono tutti uguali, le situazioni non sono tutte uguali; nonostante ciò, le sostanze, le persone, i cervelli e le situazioni sono, per così dire, governate da “grammatiche” chimiche, biologiche, psicologiche ed antropologiche, mediante le quali è possibile ricostruire ragionevoli “mappe” del rischio acuto del consumo e del rischio di cronicizzazione della dipendenza; possedere una “mappa” onesta è un prerequisito logico del suo uso corretto;

• “ogni Achille ha il suo tallone”, ma può non saperlo; conoscere, ridurre e tollerare le proprie vulnerabilità è un atto d’intelligenza, pretendere di eliminarle è una stupidità mascherata da coraggio;

• “assaggiare” una sostanza non significa essere diventato un “drogato”, ma può aprire tale possibilità o ferire quel “tallone” ed esporre a rischi acuti;

• “costruire” la propria tossicomania può essere un processo subdolo ed anche lungo che, nelle fasi iniziali, non è “visibile” dall’esterno, ma gli “allarmi” dei cambiamenti in corso possono esser “avvertiti” dal potenziale T.D., se egli impara a “leggere” e “rispettare” in modo più raffinato la propria soggettività;

• è possibile (ma relativamente raro) incontrare drogati “pesanti” da sostanze “leggere”; è rarissimo (e forse impossibile) incontrare drogati “leggeri” da sostanze “pesanti”; l’illusione di poter sempre controllare il consumo di sostanze è la prima manifestazione di un elevato rischio di cronicizzazione; l’esperienza clinica, la storia della letteratura e le evidenze neuroscientifiche mostrano come fior di cervelli “pesanti” siano, prima o poi, crollati sotto il peso di sostanze “pesanti”;

• il problema delle sostanze d’abuso non è riconducibile solo alle conseguenze negative che esse possono procurare, ma anche (e forse soprattutto) alla sregolazione delle strategie con cui le persone divenute dipendenti cercano il piacere;

• le terapie (di qualsiasi tipo) delle dipendenze patologiche “dure” sono lunghe, faticose, noiose, dall’esito incerto, e non sono una “vaccinazione” contro le ricadute, sempre possibili;

• di fronte alle dipendenze patologiche “dure” l’amore non basta, la buona volontà non basta, la violenza (verbale o fisica) non basta (e quasi sempre è controindicata), ogni soluzione rapida e semplice è un’illusione rassicuratoria;

• lavorare con i T.D. non è una “missione”, né una scelta di volontario eroismo, ma una difficile e poco gratificante professione che imporrebbe ragionevolezza, tolleranza e capacità di combinare conoscenze mai reperibili in un solo manuale;

• etc., etc.

Alcuni di questi contenuti tematici sono dissonanti con il senso comune prevalente, e ciò stimolerebbe un’elaborazione più profonda delle vicende possibili che ogni narrazione contiene. Infatti, i “destini” dei personaggi, in momenti “critici”, si sarebbero potuti evolvere in modo differenziale, in base a variazioni plausibili di conoscenze, comportamenti ed atteggiamenti non “messi in scena” nella trama iniziale. Inoltre, il coinvolgimento di adolescenti ed adulti competenti nell’analisi e nella valutazione di storie onestamente vissute, aiuterebbe a mantenere le differenze e le “giuste” distanze tra i ruoli e faciliterebbe autentici processi di comprensione empatica, senza ridurre la “cognizione fredda” e la dialettica tra punti di vista, anche molto distanti tra loro.

Infine è chiaro che far lavorare gruppi di adolescenti intorno a storie onestamente narrate da adulti competenti consente di attivare e graduare “impegni” specifici: ascoltare, giudicare, individuare i “momenti critici” del “destino” dei personaggi, immaginare i “destini” alternativi, offrire suggerimenti all’operatore per migliorare il suo lavoro terapeutico e di prevenzione, approfondire gli argomenti impliciti, raccontare varianti delle stesse strutture narrative etc. etc.; come è noto queste catene di “impegni” possono “trascinare” un’elaborazione più profonda delle situazioni di rischio relative all’uso di sostanze psicotrope (7).

In sintesi, appare urgente reinserire il meglio della specifica cultura professionale e scientifica degli operatori delle T.D. nelle attività con finalità preventive, proprio in un periodo in cui la generale tendenza ad autonomizzare e moltiplicare, a tutti i livelli, i luoghi decisionali, potrebbe sortire il paradossale effetto di consolidare quei luoghi comuni che, pur senza volerlo, ostacolano la diffusione tra gli adolescenti di atteggiamenti e comportamenti di autoprotezione.

Sulla base delle riflessioni metodologiche su esplicitate stiamo elaborando (faticosamente) a Napoli un’ipotesi di intervento specifico rivolto agli adolescenti che vede impegnati operatori delle T.D. e docenti delle Scuole Medie Superiori. Certamente sarei molto interessato a conoscere le Sue opinioni ed i Suoi suggerimenti sulle questioni che ho tentato di sintetizzare; ma Le sarei davvero grato se volesse aprire sulla rivista seria da lei diretta una seria discussione su questi argomenti.

Tommaso Pagano
Psicologo, Ser.T. Dist. N. 45 ASL Napoli 1
presso Ospedale S. Paolo
Via Terracina, 219 - 80125 Napoli
Tel. 081/ 2547900 - Fax 081/ 2393960

Note e suggerimenti bibliografici

1._____ Farr R. e Moscovici S. (a cura di) 1984: Social Rapresentation, Cambridge, Cambridge University Press; trad. it. Rappresentazioni Sociali, Bologna, Il Mulino, 1989

2.______ Benvenuti S.: Dicerie e Pettegolezzi, Bologna, Il Mulino, 2000. Questo breve ed affascinante saggio, apparentemente distante dal nostro tema, è ricco di spunti utili sulla dinamica delle “leggende metropolitane”.

3._____ Per una rassegna critica ed aggiornata dei modelli teorici che mettono in relazione atteggiamenti, motivazioni, credenze e comportamenti, su veda Zani B. e Cicognani E.: Psicologia della Salute, Bologna, Il Mulino, 2000.

4._____ Si veda il bel saggio di Simone R.: La terza Fase: le forme del sapere che stiamo perdendo, Bari, Laterza, 2000.

5._____ Ad es. Di Clemente C.C. e Prochaska J. O. 1982: Self change and therapy change of smoking behaviour. A comparison of processes of change in cessation and maintenance, in “Addictive Behaviours” n. 7, pp. 133 – 142. Weinstein N. D. 1988: The precaution adoption process, in “Health Psychology”, n. 7, pp. 355 – 386.

6._____ Una valutazione molto simile è stata svolta nel contesto milanese, si veda Gatti R. C. (a cura di): Ecstasi, rischiare la giovinezza alla fine del millennio, Milano, F. Angeli, 1998, Cap. 1°.

7._____ Una sintesi utile della riflessione teorica sul rapporto tra comportamenti ed atteggiamenti che va dalla classica “teoria della dissonanza cognitiva” ai modelli basati sul costrutto di “impegno”, si può trovare in Cavazza N.: la Persuasione, Bologna, Il Mulino, 1996. Si veda anche Festinger L. 1957: A Theory of cognitive dissonance, Stanford, Stanford University press; trad. it. Teoria della Dissonanza Cognitiva, Milano, F. Angeli, 1978. Kiesler C. A. 1971: The psychology of commitment. Experiments linking behaviour to belief, New York, New York Academic Press ed inoltre Cialdini R. B. 1993: Influence. The psychology of persuasion, New York, Morrow; trad. it. le Armi della Persuasione, Firenze, Giunti, 1995.


 

Gentile Direttore,

il dibattito serrato che si sta sviluppando nel variegato mondo degli addetti ai lavori nel settore delle tossicodipendenze, sta sollevando una lunga serie di quesiti che, nel tempo, sono stati oggetto di reiterate attenzioni da parte di molteplici componenti della società civile.

La peculiarità del dibattito è sempre stata costituita dalla estrema ingerenza del mondo della politica che, rivendicando il suo primato, ha esercitato delle forzature ideologiche, in tutte le direzioni, che hanno, di fatto, impoverito ed annichilito i contenuti veri, quelli, per capirci, che vedono l’individuo e le problematiche di cui è portatore al centro dell’attenzione.

Il soggetto portatore di disagio è stato sminuito della sua complessità e negato come persona che necessita “ora e qui” di risposte certe per alleviare il suo disagio e, quindi, per rimuoverlo.

Ma il percorso che costella l’emancipazione dal disagio e dalla sua più estrema espressione: la tossicodipendenza, è un percorso lungo, difficile ed assolutamente peculiare; ogni individuo è portatore di una complessità che lo rende unico e, quindi, diverso da tutti gli altri. Da ciò discende che ogni risposta non può che essere personalizzata in quanto calata in quel contesto e in quel momento.

In Italia è presente una antica e significativa ricchezza di risorse umane che, a vario titolo, si sono cimentate nell’ardua opera di tessitura di quella trama solidale di risposte da offrire a soggetti portatori di disagio.

Il volontariato si è sviluppato con meravigliosa vitalità ed ha giocato il ruolo insostituibile dell’esserci e dell’aver cura dell’altro sofferente, sempre ed ovunque.

Il privato sociale ha saputo costruire un tessuto di opportunità e di risorse preziose che hanno permesso di fare fronte a situazioni delicate e complesse con strumenti adeguati; uno per tutti: la Comunità Terapeutica.

Il servizio pubblico si è posto ad arginare dei problemi emergenti che necessitano di risposte concrete, immediate e sicuramente efficaci.

La ricerca scientifica ha cercato di dare dignità ed autorevolezza alle strategie codificate; ha accreditato e valicato strumenti e percorsi terapeutici dotando gli operatori di certezze in passato inesistenti.

Ognuna di queste entità ha giocato un ruolo insostituibile che ha trovato la massima esaltazione nella capacità di entrare in relazione tra loro, di trovare quella meravigliosa sinergia che costituisce i cosiddetti “sistemi di rete”. Solo dalla interazione virtuosa di tutti i componenti è potuta scaturire quella poliedricità e peculiarità di risposte che caratterizza il nostro Sistema dei Servizi.

Nessuno potrà mai negare che i Sert abbiano salvato tante vite, anche attraverso l’utilizzo del “famigerato” metadone; vite che sarebbero state falcidiate da AIDS, cirrosi, overdose e così via.

Né alcuno potrà negare che le Comunità terapeutiche siano risultate essenziali nel dare ospitalità e speranza a tante situazioni disperate che, altrimenti, avrebbero devastato interi nuclei familiari.

Ed è altresì vero che solo alcuni si sono potuti giovare della Comunità Terapeutica mentre altri hanno potuto trarre beneficio dal metadone, dalla psicoterapia o da altro; e se gli uni che gli altri non avrebbero mai potuto ottenere gli stessi risultati adottando una diversa strategia terapeutica.

In questo momento si assiste all’inquietante tentativo di minare profondamente il connubio virtuoso che, con anni di impegno dei protagonisti, ha potuto realizzare una solida “catena”, operosa e solidale, nella quale i singoli anelli, tutti di eguale importanza e dignità, hanno trovato la loro massima forza ed espressione nella perfetta saldatura e coesione con tutti gli altri.

I Sert non avrebbero mai potuto affrontare e risolvere tante situazioni se non avessero potuto contare sulla presenza delle Comunità Terapeutiche e del Volontariato.

Questi ultimi non avrebbero mai potuto operare al meglio senza il ruolo insostituibile di filtro e di inquadramento diagnostico operato dai Sert.

Rivendicare, come oggi qualcuno tenta di fare, il primato e la supremazia degli uni sugli altri e, viceversa, la presunta inadeguatezza ed inefficienza di alcune componenti di questo Sistema, vuol dire devastare e distruggere questa potente macchina solidale e sostituirla con quella della competizione aziendale. La conseguenza non potrebbe essere che quella di una rincorsa sfrenata all’accaparramento dell’utente con le ovvie devastanti conseguenze per lo stesso; ed ancora, una conflittualità ingravescente tra i protagonisti del Sistema dei servizi con un conseguente scollamento graduale ma progressivo del cemento solidale che fino ad oggi li aveva tenuti coesi.

E l’ottica aziendalistica rappresenta inesorabilmente la morte della solidarietà e della operosità dei servizi alla persona attraverso l’esaltazione della logica del profitto.

È pertanto urgente che tutti gli anelli della catena si vengano ad incontrare per ribadire la reciproca volontà di rinsaldare la propria coesione anche al fine di poter meglio ricercare un ruolo più efficace ed attuale ma sempre e comunque all’interno di un solido terreno di solidarietà.

Cesare Di Carlo
Presidente Associazione Cultura
Medica Interdisciplinare - CUMI
Responsabile, Ser.T. di Giulianova
Via F. Turati, 134 - 64022 Giulianova
Tel. 085.8020429 - Fax 085.8020404

 


 

Egregio Direttore,

“Lucignolo & Co.” è la Comunità Terapeutica residenziale del Dipartimento “ Patologia delle dipendenze” dell’ASL 5 - Regione Piemonte (Direttore Dott. Paolo Jarre).

La Comunità è collocata nel centro storico di Rivoli (To) ed è gestita da una équipe pluriprofessionale composta da operatori del Ser.t. “Dora Riparia” e da una Cooperativa Sociale convenzionata (Chronos).

Complessivamente ha 17 posti, è mista, ed ha un programma specializzato per due tipologie di persone con problemi connessi all’uso di sostanze psicoattive:

- I cosiddetti “ripetenti”, cioè soggetti che hanno alle spalle almeno un tentativo concluso o interrotto di comunità residenziale;

- I cosiddetti “affidati”, cioè i soggetti che intraprendono un programma ai sensi degli articoli 90 - 94 del TU 309/90 in sospensione dell’esecuzione della pena o in affidamento in prova.

Perché “Lucignolo & Co”?

Lucignolo, l’amico che porta Pinocchio nel paese dei balocchi, è la più famosa “cattiva compagnia” della letteratura per l’infanzia italiana. Pinocchio si redime e diventa un bambino vero, di Lucignolo si sa solo che, trasformato in asinello, se ne va alle miniere di sale.

Noi pensiamo che ciascuno possa essere una cattiva compagnia, “Lucignolo & Co” siamo tutti noi, ma anche dalle miniere di sale si può tornare, non per diventare “bambini veri”, ma donne e uomini imperfetti e reali.

Le nostre origini

Nasciamo nel 1993, dopo un decennio di lavoro nel Ser.T., con l’obiettivo di costruire percorsi orientati verso una guarigione “possibile”, verso l’astensione, cambiamenti individuali, magari familiari, sicuramente “ideali”.

La comunità è il luogo dove sperimentare, operatori ed utenti, (per tutti è quasi sempre la prima volta), “la clinica dell’intensità” che Olivestein aveva indicato.

La strada percorsa

I “lucignoli” nei loro percorsi re-inventano la storia, per loro e per noi. Dopo un po’ di anni incontriamo sempre più persone che ci “sposano in modo coatto e non per amore”e per molti non è più “la prima volta”, la strada dalle miniere di sale verso casa è fatta di numerose soste.

Abbiamo allora cercato il nostro “cambiamento possibile” iniziando a sperimentare dei percorsi specifici per i cosiddetti “ripetenti”, persone con precedenti percorsi residenziali interrotti o conclusi infruttuosamente e per gli “affidati”, persone con “conti aperti” con la giustizia.

Abbiamo costruito nel tempo una metodologia di lavoro che valorizza le competenze acquisite, i precedenti percorsi terapeutici come base per la definizione del nuovo progetto.

Il progetto 2002

Negli ultimi anni i “lucignoli” in comunità, persone con cui continuamo a lavorare negli ambulatori ed in luoghi diversi quali il camper, la strada, la somministrazione del metadone e soprattutto lo sguardo differente alle dipendenze che ci suggeriscono le nuove ricerche in campo neuro-biologico, ci hanno proposto nuove riflessioni.

La sofferenza per alcuni è troppo alta, la memoria del piacere così intensa che non c’è muro o relazione capace di contenerla.

Accanto quindi ai percorsi già attivi (per “affidati” e “ripetenti”) iniziamo oggi un nuova esperienza: un programma riabilitativo comunitario personalizzato con la sicurezza della protezione farmacologica sostitutiva a lungo termine.

In questi mesi stiamo studiando e condividendo questo percorso con gli utenti, i loro familiari ed i colleghi; vogliamo confrontarci con la comunità scientifica, stiamo quindi preparando una Giornata di studio il 15 giugno 2002 presso la comunità “Lucignolo & Co “ Rivoli (To), ore 9.00 – 17.00. Informazioni più dettagliate saranno disponibili sul sito www.lucignolo.org.

Luciana Monte
E
ducatore Coordinatore

Donatella Mondino
Dirigente delle Attività Cliniche


 

Gentile Direttore,

Recentemente i mass media hanno presentato alcune sostanze d’abuso tra cui l’ecstasy, le anfetamine, LSD come “Nuove droghe”. Informazione senza alcun riferimento alla realtà; infatti la più giovane della sostanze citate ha superato i cinquant’anni. Ancora recentemente, nella nostra regione (Campania), si parla di una nuova sostanza che sarebbe appena arrivata sul mercato clandestino, consumata dalla popolazione giovanile il Cobret. È stata definita la droga dei poveri per il suo basso costo. Alcuni sostengono che è un sottoprodotto dell’eroina, uno “scarto” dell’eroina e che sarebbe un fenomeno tutto napoletano (forse solo il nome è napoletano). Che sia un sottoprodotto dell’eroina, uno “scarto” dell’eroina, non si capisce bene cosa si voglia intendere; esiste l’eroina ma non esistono né i sottoprodotti né gli scarti. Pertanto, il Cobret è eroina.

Il Cobret è consumato dalla popolazione tossicodipendente da diversi anni; infatti in alcune aree di competenza della nostra A.S.L., per esempio Somma Vesuviana (NA), il consumo di questa droga è largamente in uso, già da 7-8 anni. Attualmente, il consumo di Cobret coinvolge una larga fascia di giovani di tutto il comprensorio dell’A.S.L. NA/4. Non è neanche vero che è un fenomeno napoletano, perché tale sostanza è largamente consumata in altre città del nord del paese e in diversi paesi della UE come Germania e Spagna.

Sembrerebbe che il Cobret sia stato importato in Italia dai magrebini; in Campania è anche chiamata “la roba del mare”, riferimento puramente geografico intendendo la zona da Castelvolturno a Mondragone in provincia di Caserta. Ciò indurrebbe a pensare che il suo basso costo sia dovuto all’apertura di “nuovi” mercati e di “nuovi” corrieri della droga. Successivamente, anche la camorra fiutando il business è entrata nell’affare.

Il Cobret si presenta in polvere e di colore beige avvolto in bustine di cellophane, (da qui il nome pallina) la cui estremità viene termosaldata, ed è singolare come viene nascosta dagli spacciatori magrebini, è trattenuta in gola ed al momento della vendita della dose viene fatta scivolare fuori.

Il Cobret viene inalato e in pochi casi è anche utilizzato per via endovenosa previa aggiunta di acido citrico o limone, perché poco solubile. Ciò suggerirebbe che questo tipo di eroina venga tagliata con il bicarbonato di sodio, in modo analogo alla cocaina cloridrato per ottenere il crack, anch’essa fumata. La droga viene inalata riscaldando la polvere su carta argentata (mettendo la polvere sul lato opaco della carta e il lato lucido a contatto con il fuoco, leggermente inclinata), che bruciando, poco alla volta libera un fumo che sale a spirale (come un serpente), il quale viene aspirato con la bocca mediante una cannuccia. In alcuni casi la polvere viene messa a striscia nello spinello e il tutto viene fumato (questa è una abitudine dei magrebini). Quindi sembra che il nome Cobret provenga da Cobra, in relazione al fumo che sale a spirale e avvolge come il serpente.

Gli effetti sul sistema nervoso centrale sono proprio quelli dell’eroina, euforia, sedazione, sonnolenza, miosi, ecc. Induce rapidamente tolleranza e dipendenza (Mattox e coll.,1997) probabilmente perché la quantità di principio attivo, diacetilmorfina (eroina) è abbastanza alto. Infatti, i consumatori di Cobret riferiscono all’interruzione dell’assunzione una crisi di astinenza intensa sia con un fortissimo craving che con disturbi fisici già noti, tra cui dolori diffusi, senso di caldo e freddo, pelle d’oca, nausea e/o vomito, diarrea, insonnia, ecc. (Jaffe, 1990).

Quindi, appare evidente che non si tratta di una nuova droga, bensì di una ben conosciuta droga per gli effetti devastanti che ha sull’uomo. Rappresenta solo un modo “nuovo” di consumarla, che fa di questa droga una sostanza pericolosissima. Infatti, sia per il suo basso costo che per il modo di assumerla erroneamente, è paragonata ai derivati della cannabis (spinello), non immaginando che invece si assume eroina con i suoi pericolosi effetti.

Comunque, per completezza di informazione bisogna dire che numerosi dati in letteratura (Cousins e Bentall, 1989; Jenkins e coll.,1995; Chatterjee e coll., 1996) indicano che il consumo di eroina attraverso la via inalatoria (fumata) è una pratica in uso già da diversi anni sia negli Stati Uniti che in Australia, Africa e Europa.

Ciò che deve essere chiaro a tutti è che l’eroina, indipendentemente dal modo in cui è assunta, iniettata endovena, sniffata, fumata (Cobret) produce gli stessi effetti (Cousins e Bentall, 1989; Chatterjee e coll.,1996; Mattox e Carrol, 1996; Mattox e coll.,1997; Cone 1998) e lo stesso grado di dipendenza, sfociando in uno stato di tossicodipendenza con gli stessi effetti neurobiologici e comportamentali.

In conclusione, possiamo affermare che non ci troviamo di fronte ad una nuova sostanza, bensì ad una nuova tendenza dei giovani del nostro territorio di consumo dell’eroina che, come abbiamo detto, è pericolosissima proprio perché c’è poca informazione su che cosa sia e quindi sugli effetti di tale droga.

Luigi Stella*°, Assunta Maglione*, Ferdinando Esposito°, Sabatino Maione°
° Dipartimento di Medicina Sperimentale, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Seconda Università degli Studi di Napoli
* Servizio Tossicodipendenza A.S.L. NA/4 di Pomigliano d’Arco (NA)
 

Bibliografia

1.   Chatterjee A., Uprety L., chapagain M. and Kafle K. (1996): Drug abuse in Nepal: a rapid assessment study. Bull. Narc, 48 (1-2), 11-33

2.   Cone E.J. (1998): Recent discoveries in phatmacokinetics of drug of abuse. Toxicol Lett, 28, 102-103.

3.   Cousins P. and Bentall R.P. (1989): Heroin users’ careers and perceptions of drug use: a comparisons of smokers and injectors in the Mersey region. Br J Addict, 84 (12), 1467-1472.

4.   Jaffe J.H. (1990): Drug addiction and drug abuse, p. 552-573. In: Gilman A. G., Rall T. W., Nies A. S. and Taylor P. ed. <<The Pharmacological Basis of Therapeutics>> New York, Pergamon Press.

5.   Jekins A.J., Oyler J.M. and Cone E.J. (1995): Comparison of heroin and cocaine concentrations in saliva with concentrations in blood and plasma, J. Anal Toxicol, 19 (6), 359-374.

6.   Mattox A.J. and Carrol M.E. (1996): Smoked heroin self-administration in rhesus monkeys. Psycopharmacology, 125 (3), 195-201.

7.   Mattox J., Thompson S.S. and Carrol M.E. (1997): Smoked heroin and cocaine base (speedball) combinations in rhesus monkeys. Exp Cli Psychopharmacol, 5 (2), 113-118.


 

Caro Direttore,

con questo riassunto vi presentiamo la ricerca sulle attività nel 2001 del servizio per gravi emarginati sociali SOS della Fondazione Exodus, attivo alla Stazione Centrale di Milano dal 1990, grazie ad un Protocollo d’Intesa con le Ferrovie dello Stato.

Anche nell’anno 2001 il servizio ha avuto una grossa quantità di contatti, 13.371, corrispondenti a 1.539 persone.

I flussi giornalieri sono stati in media di 60/80 unità con picchi di 88 presenze.

Altrettanto costante è l’affluenza delle ben più complesse situazioni di persone con problemi di tossicodipendenza, provenienti in prevalenza da altre province, e regioni italiane, oltre al dato pressoché stabile di persone extracomunitarie con problemi di abuso di sostanze per le quali, fra mille difficoltà, SOS ha attrezzato a Milano dal 1991, insieme al Centro Aiuto Dipendenze, CAD, un circuito di cura e presa in carico socio sanitaria che ha quantificato negli anni parecchie centinaia di pazienti stranieri.

Dopo 11 anni di attività SOS ha rilevato il contatto con 3027 tossicodipendenti.

Certamente significativo è il dato rilevato di 167 nuovi tossicodipendenti registrati nel 2001 e di altri 143 presenti nello stesso anno, già conosciuti da SOS negli anni precedenti e presenti nella zona. Una mole di lavoro complessa e difficile su questa fascia, che ha quantificato nel 2001 su 310 persone, 4342 contatti, con una media di 14 contatti a persona, ma che ad una osservazione più approfondita rileva una sola persona 178 volte.

L’osservazione conferma anche quest’anno che Milano è la meta privilegiata per gruppi di tossicodipendenti extraterritoriali migranti all’interno del nostro paese con un grosso impegno da parte di SOS e dei servizi pubblici.

Dato di realtà che non andrebbe sottovalutato nell’elaborazione di strategie di sistema idonee ad affrontare il problema nella sua specificità lombarda e milanese in particolare.

La ricerca dettaglia gli interventi svolti.

L’analisi di questo sottogruppo, ben svolta dai nostri operatori porta certamente a ribadire la necessità di una continua azione di bassa soglia, di relazione, ascolto, orientamento e di assistenza primaria, in un lavoro sempre più integrato fra risorse pubbliche e private, specifiche e aspecifiche. Tali azioni sono quelle che offrono maggiore garanzia nella tutela e nella cura di queste persone da una parte e con il risultato indiretto di ridurre e contenere il loro impatto negativo sul territorio. Il criterio relativo alla “sicurezza” meglio si declina per noi nelle funzioni di protezione sociale delle fasce deboli, ove la presa in carico, il contenimento e la riduzione dell’abbandono e dell’isolamento sociale, danno certamente maggiori risultati che non una velleitaria politica sicuritaria o repressiva.

In tal senso, insieme ad altre associazioni già operative nella zona e facenti parte del Comitato Stazione Centrale, (composto da SOS Fondazione Exodus, City Angels, Associazione Progetto Arca, Fondazione Fratelli San Francesco e con l’adesione del Comune di Milano) SOS ha progettato e proposto da alcuni anni, un ampliamento delle proprie attività di aggancio ed assistenza in un Centro diurno a bassa soglia in un’area della Stazione più decentrata rispetto all’attuale collocazione di SOS, in modo da poter svolgere, in sinergia fra le associazioni, la propria azione, su gruppi di 120/150 unità giornaliere. La proposta di spostamento della sede SOS è anche contingente all’operazione di restyling che verrà svolta da Grandi Stazioni Spa sull’area Stazione Centrale.

Ristrutturazione architettonica e delle aree commerciali che tenga conto di un piano di intervento sociale rivolto alle fasce di emarginazione grave presenti, basandosi sull’esperienza sul campo delle associazioni che in tutti questi anni vi hanno operato, se vuole essere veramente efficace in una reale azione di risanamento della zona.

Successivamente nella ricerca, l’analisi a campione su un sottogruppo di 127 tossicodipendenti che attraverso SOS hanno utilizzato il servizio di accoglienza notturna per tossicodipendenti attivi senza dimora, gestito dall’Associazione Progetto Arca, ha consentito di individuare alcune linee di estrema efficacia nell’azione svolta.

Non esitiamo a definire tali risultati eccezionali in un lavoro congiunto fra SOS, Associazione Progetto Arca, SerT milanesi (in particolare il Distretto 3 dell’ASL Milano) ed altri enti della rete, che ha visto su 127 persone tossicodipendenti senza dimora inserite al centro notturno con semplice richiesta di posto letto, in ben 53 casi il loro successivo inserimento in strutture residenziali terapeutico riabilitative o di pronto intervento.

Ciò è a nostro avviso la miglior conferma, al di là di tutte le diatribe ideologiche e di tutte le parole spese negli ultimi mesi in tema di tossicodipendenze su fronti e tribune politiche contrapposte, di come un servizio di pura “riduzione del danno” possa efficacemente inserirsi in un progressivo contesto di miglioramento delle persone, nell’evoluzione “a ponte” di più articolate e complessive richieste e risposte, anche terapeutiche. Utilizzando quindi senza alcuna preclusione ideologica tutte le risorse esistenti ai fini del miglioramento della condizione e della qualità di vita delle persone e della riduzione dei rischi derivati dall’abuso di sostanze.

Ci sembra in tal senso di veder finalmente sbaragliata dal punto di vista metodologico e scientifico, qualsiasi velleitaria impostazione ideologica che voglia vedere una separazione fra l’azione di prevenzione terziaria, o di “riduzione del danno” e l’azione di prevenzione secondaria e/o riabilitativa, ponendole entrambe invece in un continuum di interventi articolati, integrati e multimodali. Sapendo ovviamente utilizzarli e calibrare nelle complesse e diverse vicende che caratterizzano la vita della persona tossicodipendente.

La costante osservazione ed intervento sul territorio portano a rilevare anche quest’anno, la rimarchevole assenza di una struttura di accoglienza notturna per donne con problemi di dipendenza attiva da sostanze: le più esposte ai rischi ed ai pericoli della vita di strada, oltre alla loro frequente cronicizzazione, che in maggior misura dei maschi abbiamo drammaticamente rilevato e documentato negli anni in numerose ricerche ed articoli.

Proprio verso questo bisogno individuato come prioritario da anni in tutti i contesti tecnici di settore e da anni eluso, il servizio SOS della Fondazione Exodus si è proposto per l’anno 2002 per la gestione di un centro di accoglienza notturna per donne con dipendenza attiva da sostanze stupefacenti. Un piccolo centro con 5 posti letto a rotazione di 15 giorni per un bacino d’utenza potenziale di 80/100 unità annue, pensato su un modello simile, pur nelle sue specificità, al già sperimentato centro di accoglienza notturna per uomini gestito in collaborazione con l’Associazione Progetto Arca e simile ad altre strutture già attive in ambito nazionale ed estero.

La richiesta di finanziamento è stata presentata per un modesto costo annuo complessivo sulla legge 328 e sulla legge 45 nella speranza che nell’una o nell’altra sia approvata.

La ricerca che vi presentiamo mette in luce alcuni dati che, seppur vedono la situazione della Stazione Centrale di Milano nettamente migliorata da dieci anni a questa parte, presenta ancora delle grosse variabili per le quali è assolutamente necessario proseguire nel lavoro di assistenza ed accoglienza delle fasce di grave emarginazione.

La nostra esperienza sul campo e le conoscenze acquisite sulla strada in più di dieci anni in questo difficile crinale della vita sociale, ci spronano a proseguire nell’opera sin qui compiuta a favore dei nostri assistiti e della città.

La ricerca può essere reperita all’indirizzo Internet:  www.retecivica.mi.it/drogasuweb  

Maurizio Rotaris
Responsabile SOS Stazione Centrale Milano
Fondazione Exodus
Piazza Luigi di Savoia - Milano
Tel. 02.66984543