BOLLETTINO PER LE FARMACODIPENDENZE E L'ALCOOLISMO

Rassegne Bibliografiche & Recensioni

 

RUOLO POTENZIALE DEI CANNABINOIDI NEL MORBO DI PARKINSON

 

Jan Seveik Masek K.: "Potential role of cannabinoids in P.D.", Drugs and Aging, 16: 391-396, 2000

 

Non è nuovo l'impiego empirico della cannabis per il trattamento del tremore del Parkinson in quanto alla fine dell'800 si vantava qualche beneficio; poi sono venuti altri farmaci sostitutivi della carenza dopaminica e l'impiego dei cannabinoidi è stato accantonato.

A prescindere dalla discussione sull'uso anti-emetico, anti-glaucoma ed anti-sclerosi laterale, l'interesse nei riguardi del Parkinson si è rinnovato a seguito dell'individuazione dei due recettori dei cannabinodi solo parzialmente omologhi: CB1 presenti nel SNC e CB2 identificati nei macrofagi e nella parte marginale della milza. In tal modo i cannabinoidi vengono coinvolti sia nell'attività del sistema nervoso centrale sia in quella dell'apparato immunitario. In particolare per quest'ultimo si rileva come le citochine, a seguito di contatto con cannabinoidi, vengano sollecitati a spostarsi dal settore dell'immunità cellulare a quello dell'immunità umorale sopratutto attraverso un aumento dell'Interleukina-4 (IL-4).

Nell'etiopatogenesi del Parkinson la microglia è notevolmente attiva e produce ossido nitrico (NO) che a sua volta partecipa alla generazione di radicali liberi. Inoltre l'NO provoca una riduzione nelle funzioni del complesso I della catena di trasporto elettronico dei mitocondri, il che rappresenta uno dei più importanti deficit energetici dei pazienti con PD. Questa rivoluzione proveniente dalla microglia può portare al rilascio di ferro dai depositi cerebrali; ferro che legandosi alla dopamina ed ai suoi derivati aumenta la presenza di radicali liberi.

Un altro aspetto neurobiologico del PD è rappresentato dall'aumento del glutamato il cui eccesso può provocare la morte eccitotossica cellulare. In vitro il THC, cioè l'alcaloide della cannabis, produce una inibizione presinaptica del rilascio di glutamato. E su questa azione che si è puntato per molto tempo, mentre oggi si sottolinea l'attività anti-ossidativa e riduttiva in quanto i cannabinoidi sono in grado di donare elettroni proteggendo così importanti strutture nervose.

Alcuni cannabinoidi svolgono azione protettiva anche senza attivare i recettori dei cannabinoidi. In questa azione i cannabinoidi possono ritardare o perfino arrestare la degenerazione progressiva del sistema dopaminico (ed è appena il caso di ricordare come al momento attuale non vi siano trattamenti in grado di agire in senso protettivo sulla degenerazione del sistema dopaminico). Nei confronti dell'aggressione dei radicali liberi i cannabinoidi possono essere più potenti rispetto all'alfa-tocoferolo ed all'ascorbato.

Quindi mentre sono in corso studi per valutare l'effetto dei cannabinoidi nel modello sperimentale di ictus ischemico, non risultano attività di ricerca di conferma, ad esempio, dell'azione di riduzione della discinesia indotta dal levodopa nella PD, mentre dal punto di vista neurofarmacologico sia gli agonisti sia gli antagonisti sono considerati con valenza terapeutica nelle discinesie.

Si tratta anche di verificare se si debba puntare sul fumo oppure sui composti sintetici: mentre nel caso degli effetti anti-emetici appare scontato il vantaggio dell'azione immediata del fumo, diverso potrebbe essere il caso del PD.