BOLLETTINO PER LE FARMACODIPENDENZE E L'ALCOOLISMO
| Rassegne Bibliografiche & Recensioni |
Informazione sui trends dell'HIV e dell'AIDS.
Parole chiave: Trasmissione verticale-Fattori genetici di virulenza-Resistenza
dell'HIV-Dislipidemia-Precocità dei trattamenti HAART.
Trasmissione verticale:
Lo Studio Collaborativo Europeo
nel quale i pediatri italiani sono ampiamente rappresentati (Padova, Genova,
Milano, Bologna, Brescia, Roma, Torino, Napoli) pubblica il risultato dello
studio prospettico condotto su 2.876 gestanti HIV+ e su 3.076 loro figli dal
1986 al 1999-2.000. Oltre ai fattori virologici ed immunologici sono stati
considerati quelli socio-demografici(1).
Mentre negli anni 80' la quota di
gestanti che si erano infettate in quanto tossicodipendenti per via venosa era
del 40%, più recentemente il 69% può considerarsi infettato attraverso
rapporti eterosessuali. In tutto l'arco di tempo prospettico la mediana delle
conte dei CD4 è stata di 440 e nel 40% delle puerpere il carico virale era
talmente basso da non poter essere valutato. Per quanto riguarda i trattamenti
il 28% nel 1995 aveva ricevuto AZT secondo il famoso protocollo 076 mentre nel
1999 l'89% è stato trattato con AZT con carico chemioterapico al momento del
parto e somministrazione neonatale.
Va intanto segnalato che
l'applicazione dello 076 malgrado le previsioni catastrofiche degli anti-AZT non
è stata associata ad alcun aumento di malformazioni congenite ma solo con un
incremento di forme reversibili di anemia neonatale. E' probabile che la netta
riduzione nel passaggio verticale dal 15,5% del 1994 al 2,6% del 1998-99 oltre
che all'introduzione dell'HAART nel corso della gestazione sia legata
all'estensione del cesareo elettivo passato dal 10% del 1992 al 71% del
1999-2000.
Il cesareo di per sè stesso una
volta fatta salva l'influenza della concentrazione materna di CD4 ha concorso
alla riduzione del passaggio per un buon 60%.
Mentre inizialmente la gravidanza
HIV+ si accompagnava ad una costante riduzione dei CD4, negli ultimi anni la
caduta si è arrestata con trend di stabilizzazione; il che può essere dovuto
all'applicazione dell'HAART ancor prima della gravidanza e, quindi, ad una
sferzata nei confronti del carico virale.
Il protocollo 076 non è stato
applicato negli ultimi anni all' 8% delle donne ed al 2% dei neonati; trattasi
spesso di tossicodipendenti nelle quali compliance e frequentazione dei servizi
prenatali non sono ideali. Anche le gestanti di colore residenti nei Paesi
europei hanno ricevuto l'AZT solo in minima percentuale: trattasi spesso di
rifugiate od immigrate recenti che non sono ancora inquadrate nei servizi
sanitari.
Nel 1999 il 64% delle gravidanze
si sono iniziate in presenza di terapia antiretrovirale tripla; mentre è
indubbia l'efficacia dell'HAART per la riduzione del carico virale e la
trasmissione verticale rimane il quesito circa possibili effetti a lunga
distanza sullo sviluppo infantile. Già però con l'AZT si è notata fra i
neonati europei non infetti un aumento di anormalità mitocondriche (piuttosto
rare in realtà) che, ad esempio, non trova corrispondenza nelle statistiche
USA. Fra queste ultime nel WITS (Women and Infant Transmission Study) viene
accentuato il valore preventivo del cesareo.
Osserva Shaffer dei CDC(2) che i
risultati dell'associazione AZT-LAMIVUDINA
sono più che confortanti: in una coorte di 437 neonati esposti in utero il
trattamento materno e neonatale con l'associazione ha ridotto la trasmissione
all'1,6% anche indipendentemente dall'effettuazione del cesareo. Il confronto
con serie precedenti (sempre USA) ha confermato per l'associazione una riduzione
di cinque volte rispetto allo 076; del resto a conferma della maggiore efficacia
vi sono i dati sulla riduzione del carico virale: praticamente le gestanti che
alla prima determinazione quantativa avevano >500 copie/mL erano il 23%: sono
passate al 74% al momento del parto. Certo alcuni effetti collaterali
ematologici (neutropenia, anemia) sono abbastanza frequenti ed in 9 casi su 452
hanno richiesto una trasfusione. Va sottolineato come
tutti questi risultati si sono avuti in assenza pressocche' totale di
allattamento materno.
Assenza che invece diventa
presenza fra le puerpere dei Paesi in via di sviluppo.
Non tutto però va bene: intanto
vi è l'allarme per una rapida insorgenza di resistenza alla lamivudina dovuta
alla variante M184 variante che compare soprattutto nei trattamenti prolungati.
Bisogna ancora approfondire le ricerche sulla trasmissibilità degli HIV con
questa variante e sulla storia naturale delle mutazioni virali.
In Africa il programma PETRA che
è rivolto ad una popolazione femminile che in prevalenza allatta ha ridotto a 4
settimane il trattamento con LAMIVUDINA-AZT della madre nell'ultimo mese di
gestazione ed ad 1 settimana quello del neonato. Si è stimata un'efficacia del
50% ed una percentuale di trasmissione dell'8%. In Thailandia dove è stato
determinato anche il carico virale lo stesso regime ha portato ad una
trasmissione nel 5%.
Ma fino a che punto e' opportuno
iniziare in gravidanza un trattamento HAART? Intanto le nuove linee guida del
Febbraio 2001 raccomandano di avviare il trattamento negli adulti con meno di
350 CD4 e con più di 55.000 copie di RNA virale m/L.
E' probabile quindi che venga a
ridursi la quota di gestanti trattate con associazioni triple.
Nell'Africa francofona in un
contesto di allattamento materno pressocchè generalizzato lo studio 049 a(3) ha
confermato il ruolo di un breve trattamento con AZT randomizzato durante la
gravidanza e per 7 giorni di puerperio. Per ridurre il carico virale con effetto
sulla trasmissione sopratutto nelle donne con basso carico virale. Comunque
quest'ultimo rappresenta il fattore predittivo più importante del passaggio
verticale; ma va anche ricordato come il 44% delle infezioni neonatali siano da
attribuirsi al latte materno per cui in assenza di alternative spendibili per
sostituire il seno della madre l'unica via è quella di un trattamento di
riduzione del carico virale materno.
Le linee guida più recenti circa
l'instaurazione dell'HAART ripropone il problema del trattamento precoce
dell'infezione da HIV?(4). Intanto è necessario che la diagnosi precoce entri
nel bagaglio professionale di molti medici e non venga relegata alle
responsabilità degli specialisti. Spesso i primi sintomi sono vicini a quelli
della mononucleosi infettiva (febbre, mialgie, rash, atralgia, sudori notturni).
Comunque come è stato sottolineato nella Conferenza di Chicago del Febbraio
2001 (della quale sono state delineate le Linee Guida, il medico che riconosce
precocemente una infezione HIV non deve
dare avvio al trattamento ma segnalare il paziente agli specialisti e
possibilmente fare in modo che venga incluso in ricerche in atto sul trattamento
dell'infezione acuta da HIV. Gli studi in materia partono dalla constatazione
che assai precocemente l'HIV infetta un largo pool di cellule T di memoria. Il
problema è quello di vedere fino a che punto una terapia assai precoce
interferisca con le risposte dell'immunità naturale (risposte proliferative da
parte dei CD4 e risposte citotossiche dai CD8 anche in confronto con il ruolo di
una immunostimolazione).
Gli HIV+ sotto controllo
subiscono frequenti prelievi di sangue, aspirati linfonodali, biopsie, prelievi
di CSF di seme e di secrezioni vaginali: al momento attuale sono ben pochi gli
HIV+ trattati "radicalmente". Certo dopo alcuni anni nei soggetti
trattati ab initio con la tripletta si ha un abbassamento tale della carica
virale da non richiedere ulteriori cicli.
La tesi predominante quella del
"wait and see" tende a fissare parametri di attività ma ricordiamo
che il trattamento in questi casi va spesso modificato ogni 2 anni. E sopratutto
si osserva come nell'archivio del tessuto RE che ospita i virus HIV latenti
possono moltiplicarsi le mutazioni che in partenza determinano resistenza nei
confronti di nuovi farmaci.
Fino a che punto la soppressione
della viremia HIV determina la scomparsa del virus non tanto nei santuari ma nei
linfonodi, nelle secrezioni genitali e nel liquor?
E' la risposta che un gruppo di
virologi americani, svizzeri e scozzesi cercano di fornire su 25 HIV+ nei quali
trattamenti HAART susseguenti hanno portato il carico virale a valori <50
copie per m. per almeno 2,5 anni mentre altri 3 pazienti sono rimasti con valori
intorno a 500. Si sono testati i prelievi di linfoghiandole, le secrezioni
genitali ed il liquor.
I pazienti erano stati trattati
con indinavir, AZT e lamivudina.
In tutti i linfonodi è stato
possibile identificare il DNA e l'RNA virale nei linfonodi, L'RNA virale è
stato isolato nella maggioranza delle secrezioni genitali e nella metà dei
campioni di liquor. Alcune sequenze diverse dimostrano che esistono
differenziazioni a livello dei linfonodi. Ma grosso modo questi primi risultati
confermano l'importanza dei "santuari" linfoghiandolari rispetto a
quelli nel Sistema Nervoso Centrale e nell'apparato genitale. Ne deriva
l'opportunità di mirare i trattamenti anti-retrovirali residuali alle sostanze
dotate di maggiore potenza nei confronti del sistema Reticolo-Endoteliale
piuttosto che insistere sui trattamenti rivolti alla aree cerebrospinali e
genitali.
Non tutto è chiaro nel senso che
non è possibile distinguere fra effettiva replicazione nelle linfoghiandole o
modifiche nella capacità di clearance. Non essendosi individuata una evouzione
nell'HIV env isolato nelle linfoghiandole sembra non provata una importante
replicazione del virus.
Importanza del recettore
chemokina 5 nella trasmissione e progressione dell'infezione:
E' noto come il maggior
responsabile dell'attacco HIV alle cellule, la chiave per aprire oltre ai
recettori CD4, sia costituito dal recettore 5 della chemochina CC (CCR5). La sua
importanza è messa in rilievo dal fatto che individui omozigoti per una
mutazione che inattiva l'espressione del CCR5 resistono all'infezione da HIV per
mancanza di co-recettori.
L'esperienza delle infezioni
provocate nei primati sottolinea il ruolo che ha l'intensità della replicazione
iniziale cioè subito dopo l'infezione e tutto fa pensare che entrino in gioco
fattori dell'ospite piuttosto che del virus.
Esistono pertanto numerose
ricerche che studiano il rapporto fra i livelli di espressione della CCR5 ed il
tipo di trasmissibilità e di successiva progressione dell'infezione. Lo studio
dell'espressione nelle cellule periferiche del sangue è di facile accesso ma
costituisce un surrogato di ridotto valore.
Appare più significativa la
ricerca fra il polimorfismo della espressione del gene CCR5, il rischio di
infezione e di progressione. Questi
due fattori rischio di infezione ed andamento della progressione sono
strettamente collegati. Per poterne studiare l'effetto le ricerche di
epidemiologia genetica si devono basare su campioni nei quali le modalità di
contagio sono identiche. E' questo il caso della serie di 649 neonati argentini
esposti perinatalmente al contagio(6); la ricerca è stata condotta con
l'ausilio di genetisti texani e pediatri infettivologi di altre Università USA.
Il DNA di questi 649 neonati esposti al contagio perinatale dal 1986 al 1998 è
stato ricavato da: tutti i nati da donne HIV+ siano essi HIV+ o HIV- o i minori
segnalati presso altre sedi della capitale argentina in quanto affetti da forme
che facevano sospettare una infezione HIV. Praticamente sono stati seguiti
prospetticamente 347 bambini HIV+ e 302 HIV-. Tenendo conto dell'effetto della
profilassi AZT si è visto che gli aplotipi CCR5 erano associati con un rischio
maggiore di trasmissione e costituivano il marker principale della progressione
dell'infezione verso la malattia. Il fatto che queste paia di aplotipi siano
simili a quelli che influenzano l'esito nelle infezioni di adulti europei ed
americani suggerisce l'ipotesi che gli aplotipi CCR5 funzionino come reostati
genetici che influenzano gli eventi che si sviluppano subito dopo l'infezione,
eventi che condizionano non solo l'ingresso del virus ma anche la sua
replicazione. Queste ipotesi sono di
estremo interesse in quanto:
a)-In ogni popolazione un aspetto
particolare delle paia di aplotipi CCR5 è associato con una diversa suscettibilità nei confronti
dell'infezione da HIV.
b)-La diversa distribuzione di
questi aplotipi in parte dipende da fattori etnici ma può spiegare la presenza
di gruppi di non progressors, di gruppi a rischio che non si infettano e di
gruppi che invece vanno incontro ad un decorso tumultuoso.
c)-I fattori genetici CCR5 sono
determinanti per la trasmissione madre-figlio e per la progressione
dell'infezione influenzando la patogenesi ab initio. Ne consegue che "la
finestra per interventi protettivi che alternino l'equilibrio ospite-virus è
molto ristretta. L'intervento vaccinico primario insieme al trattamento
antivirale per il breve periodo che segue l'infezione è l'unica soluzione".
Per poter studiare in modo
obiettivo il nesso fra il tipo di genoma è lo studio delle intereazioni
aplotipo-aplotipo.
Siamo sempre nel campo del
polimorfismo genetico: Le molecole HLA presentano nei confronti dei linfociti T
epitopi che hanno lo scopo di dare avvio ad una specifica reazione immunitaria e
di assicurare la clearance del materiale estraneo. I geni che codificano le
molecole HLA di classe I sono notevolmente polimorfici proprio in virtù delle
diverse funzioni protettive e selettive nel corso dell'evoluzione. Ora l'HLA-B*35
che quasi sempre è accanto all'HLA Cw*04 sul cromosoma 6 è finora il solo
allele associato in maniera consistente alla tendenza verso una progressione
rapida verso l'AIDS ma non nell'etnia afro-americana.
Un gruppo di ricercatori di
diverse Università USA(7) ha proceduto alla genotipizzazione di 850 virus HIV
di altrettanti pazienti sieroconvertiti ad una data certa. E' stata condotta una
analisi di sopravvivenza in rapporto con la progressione verso l'AIDS in
relazione con i diversi sottotipi dell'HLA B*35 che presentano diverse
specificità di legame peptidico.
Specificità che ha consentito la
suddivisione in due gruppi: -l'HLA-B*-35-PY che è costituito essenzialmente da
HLA-B*3501 e che si lega alle epitopi con prolina in posizione 2 e tirosina in
posizione 9.
-L'HLA B*35-PX che si lega agli
epitopi con prolina in posizione 2 ed ad altri amino-acidi ma non alla tirosina
in posizione 9. E' questo il gruppo più attivo per l'accelerazione della
progressione.
Il che significa che
nell'infezione da HIV il cambiamento di un singolo amino-acido nella molecola
HLA ha un effetto rilevante sulla velocità di progressione verso l'AIDS e
quindi le differenze fra HLA-B*35PY e HLA B*35PX. Nei pazienti con HLA-B*35 PX
specie se infetti da poco si raccomanda un regime terapeutico aggressivo. Non
dovrebbe essere difficile introdurre un test per la tipizzazione di questo
allele. D'altra parte in tal modo si potrà anche studiare l'attività dei
linfociti T citotossici a tutto vantaggio di interventi collaterali a quelli di
immunostimolazione.
La frequenza di infezione HIV nei
bambini africani favorisce la persistenza e la diffusione del virus del morbillo:
Nello Zambia fra bambini
ricoverati in ospedale per varie forme di morbillo una équipe della John
Hopkins utilizzando una PCR per la identificazione dell'RNA del virus del
morbillo nelle secrezioni naso-faringee, nelle urine e nelle cellule periferiche
del sangue hanno dimostrato come nei bambini HIV+ vi fosse una persistenza ed
una diffusibilità del virus del morbillo molto prolungate(8). Praticamente il
virus persiste anche dopo 46 giorni dall'inizio delle manifestazioni cliniche
dell'esantema (rash). Ne consegue l'importante focolaio di riserva del morbillo
che è costituito dalla sieropositività per l'HIV così frequente in diverse
aree africane; il che minaccia i programmi di controllo del morbillo che non
dimentichiamolo uccide 1 milione di bambini nell'Africa al disotto del Sahara.
Non sembra, invece che almeno
nell'ambiente efficiente degli ospedali del Connecticut l'influenza clinica con
ricovero fra gli HIV+ possa avere un effetto di peggioramento del quadro di
progressione dell'infezione da HIV. L'osservazione post-degenza per influenza si
è prolungata per cinque mesi ma rispetto alle coorti di HIV+ non colpite
dall'epidemia invernale 98-99 non si sono manifestate riduzioni nella conta dei
CD4+, aumenti del carico virale o caratteristiche cliniche di progressione verso
l'AIDS(9). Invece altre serie cliniche individuano un prolungamento del decorso
clinico dell'influenza negli HIV+ ed un aumento dell'ospedalizzazione per
complicanze bronco-polmonari.
Va considerato che i 212 pazienti
seguiti erano sotto HAART e che non erano stati vaccinati contro l'influenza (vaccinazione
raccomandata).
Immunodeficienza da HIV e tumori
legati all'AIDS:
Già nei primi tempi
dell'epidemia era apparsa chiara la maggiore frequenza del sarcoma di Kaposi
(KS) e del linfoma non Hogkin (NHL) che sono stati appunto classificati come
tumori collegati con l'AIDS. Come era prevedibile la loro frequenza è diminuita
laddove come in Australia è stata largamente praticata la terapia HAART(10). In
realtà, almeno in Australia l'incidenza del KS aveva iniziato una curva
discendente ancor prima dell'introduzione delle nuove terapie intensive mentre
il NHL era in forte aumento prima del 1996. La più ridotta riduzione dell'NHL
potrebbe essere legata al fatto che al contrario del KS il tumore non appare
legato ad un possibile fattore virale. Inotre l'NHL si manifesta anche quando il
grado di immunodeficienza non è elevato. Inoltre è provato che la stimolazione
cronica del sistema immunitario rappresenta un fattore di rischio specifico per
l'NHL ed anche l'HAART non è in grado di ridurre la stimolazione immunitaria;
qundi l'HAART si è avvantaggiata di meno rispetto al KS dall'introduzione
dell'HAART.
Ben 302.834 adulti americani con
HIV/AIDS in eta' 15-69 anni con HIV/AIDS nel periodo 1978-96 sono stati oggetto
di una ricerca facente capo al National Cancer Institute(11). La presenza di
registri dei Tumori ha consentito di calcolare i RR (rischi relativi) cioè i
rapporti fra numero di casi osservati fra i malati di HIV/AIDS e quelli "attesi"
sulla base dei dati relativi alla popolazione generale. Per definire un tumore
collegato con l'AIDS si sono seguiti tre criteri:
(1)-Un RR elevato nel periodo di
60 mesi prima e 27 mesi dopo la diagnosi di AIDS.
(2)-Un RR elevato nel periodo
4-27 mesi dopo la diagnosi di AIDS.
(3)-Un trend in aumento dei RR da
prima a dopo l'inizio dell'AIDS.
Ora si è visto che l'87% dei
tumori in effettivo aumento erano costituiti dal gruppo classico KS/NHL con RR
che per il KS giungono a 177,7 e per il NHL a 72,8. Rispetto alle prime ondate
epidemiche la riduzione dei RR del KS in parte può collegarsi non tanto con
l'effetto terapia quanto con le modificazioni nell'epidemiologia (minore
diffusione del rapporto omosessuale e per donne del rapporto con uomini
bisessuali, declino della epidemia dell'herpesvirus HHV8 probabile causa del
KS).
Va rilevato a proposito
dell'influenza della terapia che la riduzione nei RR per il KS ha avuto luogo
prima del 1996 e quindi prima dell'introduzione dell'HAART.
Altri tumori che sono in eccesso
negli HIV/AIDS sono:
-L'Hodgkin specie con cellularità
mista e deplezione linfocitica e frequente reperto di DNA del virus di
Epstein-Barr con probabile origine dai linfociti B.
-tumore del polmone che tuttavia
va inquadrato nella notevole frequenza di fumatori fra gli HIV/AIDS; non si è
rilevata una maggiore percentuale di adenocarcinomi.
-tumore del pene ed in genere i
tumori delle parti molli si rilevano con maggiore frequenza fra gli omosessuali
e quindi non sono collegabili con l'immunodeficienza (per il tumore del pene e
per quello della cervice si deve tener conto del papillomavirus; Il Tumore della
Mammella non risulta diminuito anche se viene sostenuta l'ipotesi che la
riduzione della immunocompetenza possa portare ad un ostacolo alla patogenesi
immunopatologica che sta alla base del processo tumorale. D'altra parte fra le
trapiantate renali il tumore della mammella non ha subito alcuna riduzione.
Accentuato è invece il rischio
per il tumore cervicale sempre in coincidenza con la probabile co-infezione con
il papillomavirus.
PROBLEMI GENERALI DELLA TERAPIA
A)-Mancata riduzione della
viremia: oggi allorquando non si ottiene un calo delle copie m/L si passa ad
altro schema di terapia. Ora il problema è che assai spesso alla mancata
riduzione della viremia non corrisponde un peggioramento clinico. Anzi in questi
casi si può avere un aumento dei CD4 T semprechè si prosegua con terapie
antivirali. In caso di sospensione delle cure la replicazione virale aumenta ed
i CD4 diminuiscono. Per cui come obiettivo si può porre anche quello della
parziale riduzione della viremia(12).
B)-MEGA HAART è un protocollo
aggressivo in caso di fallimento con 5-9 agenti antiretrovirali. Si cita un
successo nel 28% dei casi.
C)-Al termine "resistenza"
si preferisce quello di "ridotta sensibilità" in quanto non esiste un
tutto o niente. Inoltre una soppressione virale incompleta a fronte della
pressione continua determinata dai farmaci può favorire mutazioni che incidono
sulla capacità replicativa virale.
D)-La terapia di "salvataggio"
con molteplici farmaci anche quando porta alla riduzione della carica non
migliora dal punto di vista clinico per cui molto spesso sarebbero sufficienti
3-4 "vecchi" farmaci.
Sempre a proposito di resistenza
i test sull'individuazione del genotipo(GART) possono identificare le mutazioni
resistenti ad un farmaco(13). La messa in evidenza preliminare di tali genotipi
riesce ad aumentare la percentuale di soggetti che giungono ad una viremia bassa
rispetto alla decisioni di variazioni nello schema terapeutico adottate secondo
un metro clinico. Il test genotipico costa 400 dollari il che porta il costo per
QALY guadagnato (un anno di buona qualità di vita) è di 22.300 un valore
inferiore alla media del costo/efficacia di molti interventi sanciti. Il calcolo
come dimostra Saag(14) è stato reso necessario dalla contestazione che era
stata avanzata nei confronti di una generalizzazione dei test di resistenza.
Certo vi sono delle limitazioni in quanto il test identifica solo la popolazione
virale predominante e non la minoranza che può rappresentare dal 10 al 50%
della popolazione virale. Comunque non è detto che il test debba essere
praticato in caso di fallimento del primo o secondo schema. Ma nelle aree dove i
ceppi resistenti o meglio poco sensibili sono più del 20% è bene testare ab
initio. In genere la percentuale di ceppi resistenti vanno dal 2 al 10%; va
anche rilevato come questi test possano essere utilizzati per un monitoraggio
del livello terapeutico nel plasma(14).
La circolazione di HIV resistenti
è tale che almeno il 14% dei nuovi infetti lo sono da ceppi resistenti o solo
parzialmente sensibili ed almeno nel Regno Unito si è verificato un aumento fra
il 1994 ed il 2.000. In un gruppo di 69 pazienti che hanno sviluppato
un'infezione HIV e non avevano ricevuto alcun trattamento nel 14% il ceppo era
già resistente e sono diventati il 20% nel
DALLA COORTE AQUITANA che fa capo
all'Istituto Nazionale di Sanità di Bordeaux si osserva come dopo l'HAART la
risalita dei CD4+ può verificarsi con un certo ritardo(16). In un campione di
HIV+(533) ai quali erano stati prescritti inibitori della proteasi nel 1996
seguito per 16 mesi non è stato rilevato nel corso dei primi 120 giorni un
rapporto fra il trend dei CD4+ e la frequenza di infezioni opportunistiche;
successivamente però ad ogni aumento di 50 dei CD4+ ha corrisposto un 60% di
riduzione della comparsa di infezioni opportunistiche.
Il che rafforza la tesi di una
ricostruzione ritardata ma possibile dell'immunità a seguito del trattamento
con inibitori della proteasi. Pertanto in caso di successo dell'HAART non è più
necessario il proseguimento delle chemioprofilassi nei confronti delle infezioni
opportunistiche. Proposta pienamente appoggiata dal gruppo svizzero che pubblica
il risultato di una ricerca multicentrica condotta su 396 HIV+ (17) che a
seguito dell'HAART avevano avuto un aumento medio dei CD4 di 200.
Si è visto che la sospensione
della chemioprofilassi contro la polmonite da P.carinii diventa più che lecita
quando la risalita dei CD4 è rilevante e costante (praticamente malgrado la
sospensione del cotrimaxolo si è avuto un solo caso di PCP).
Certo la chemioprofilassi è
utile anche nei confronti della polmonite batterica, ma non si può trascurare
il vantaggio di ridurre gli effetti collaterali del cotrimoxazolo, il rischio
che si sviluppi una resistenza nei suoi confronti e la facilità di trattamento
della polmonite batterica.
Ma come misurare l'aderenza al
complesso schema di trattamento HAART? Il problema non è nuovo e riguarda altri
trattamenti come quelli per la tubercolosi ed il metodo della conta delle
pillole nei vasi flacconi non solo richiede tempo ma può dar luogo ad inganni.
Presso un ambulatorio per la cura HIV
si è confermata la netta
sottostima sia delle dichiarazioni dei pazienti sia delle conte delle compresse
per cui si è messo in atto un sistema complesso(18) che aggiunge alla conta ed
all'intervista l'applicazione del sistema di monitoraggio delle posologie di
medicamenti (MEMS) facendo rientrare i tre parametri in un punteggio di aderenza
(CAS) e collegandolo con il carico virale. Si è visto che il CAS pur essendo il
parametro maggiormente correlato con la riduzione del carico virale con il tempo
si riduce. Comunque il MEMS sottostima la compliance mentre la conta delle
pillole la può sovrastimare; pertanto non è detta l'ultima parola e si rende
necessario studiare misure più elastiche e rapide.
Conseguenze metaboliche
dell'HAART:
Certo una acidosi lattica acuta e
grave rappresenta una complicanza rara dei trattamenti con NRTI (inibitori della
transcriptasi inversa analoghi ai nucleosidi). Il quadro si presenta con nausea,
vomito, malessere, grave prostrazione e può "scoppiare" anche a
distanza di anni dalla cura. Da parte della coorte australiana occidentale è
stata condotta una indagine prospettica su 516 pazienti anno per 349 HIV+
trattati con NRTI. E' stata seguita la concentrazione del lattato e si sono
constatati episodi di nausea, g astralgie e steatosi epatica con livelli di
lattato >5 mmol/l., tanto da imporre la sospensione(19).
Invece nei pazienti sottoposti ad
HAART si ha una iperlactemia asintomatica cronica e compensata e raramente si ha
scompenso epatico che acidosi lattica che mette a rischio la vita; il farmaco
maggiormente responsabile è la stavudina.
Lipodistrofia (faccia da bufalo)
ed HAART. Oggi si differenzia la lipoatrofia cioè la perdita di tessuto adiposo
sottocutaneo e l'accumulo di adipe centrale e viscerale. Si pensava che fosse strettamente connessa con l'HAART ma compare
anche in pazienti non trattati o che hanno sospeso la cura mentre si associa
anche con la NRTI: chiaramente si tratta di una interferenza con il metabolismo
lipidico e di una tossicità per i mitocondri. In Catalogna 494 HIV+ sono stati
seguiti nel periodo 1996-99 per una media di 18 mesi(20); erano sotto HAART con
diverse associazioni e nel 17% dei casi hanno sviluppato una forma di
lipodistrofia sia sottocutanea sia centrale. Il rischio maggiore è a carico del
sesso femminile, dato questo confermato da dermatologi viennesi(21). Questi
ultimi si sono domandati: come mai nella donna che in genere è protetta dagli
estrogeni nei confronti delle dislipidemia e l'aterosclerosi si ha invece nei
casi trattati con HAART una prevalenza di lipodistrofie? I casi seguiti non
erano molti (27 maschi e 13 donne) ma l'ambito clinico ha consentito una loro
mappatura a 3 e 6 mesi. I livelli di trigliceridi, di leptina e di LDL sono
aumentati maggiormente nelle donne; l'insulina a digiuno ed il rapporto
Colesterolo totale/HDL sono aumentate solo fra le donne. Invece l'attivazione
endoteliale misurata dai livelli di cE-selectina è diminuita maggiormente negli
uomini rispetto alle donne. Quale conseguenza nel sesso femminile si ha un
livello di trigliceridi e di leptine più elevati.
Sembra, pertanto che le donne
HIV+ trattate con HAART perdano almeno in parte la protezione contro la
dislipidemia.
Tornando alla serie
australiana(20) nei casi di adiposità centrale non si sono riscontrate
associazioni con la durata dell'HAART nè con singoli farmaci. E' un evento
questo dell'accumulo adiposo centrale che si manifesta nei casi più gravi di
infezione da HIV. Molte indagini come quella australiana si sono basate su
tecniche elementari di determinazione dell'adipe centrale (la circonferenza
dell'addome). Ma le caratteristiche della lipodistrofia sono state confermate da
ricerche che hanno utilizzato il DEXA e gli ultrasuoni.
Un po'di epidemiologia:
Malattie a trasmissione sessuale
ed HIV: in Cina nel 1964 era stata dichiarata la vittoria contro le Malattie a
trasmissione sessuale. Ma poi negli anni 80' si è avuta una ripresa legata
all'esplosione della prostituzione, illegale sì ma assai diffusa. L'illegalità
come osserva un team olandese-cinese(22) consente di visitare e diagnosticare le
malattie a trasmissione sessuale fra le prostitute arrestate ed isolate nei
centri di "rieducazione". Ma le condizioni dei centri non sono ideali
per diagnosi e trattamento e pertanto si sono sperimentate da parte di équipes
ospedaliere che hanno contattato le prostitute sul territorio (966 donne). La
durata media della prostituzione era di un anno e la media settimanale di
clienti piuttosto bassa (solo 7!). Contro un 1,4% di sieropositività per HIV si
è avuto il 14% di casi di sifilide, il 32% di infezioni con Chlamydia
trachomatis ma solo l'8% di gonorrea.
Esistono pertanto tutte le premesse per una base fertile di attivazione e
trasmissione dell'HIV!
Come si presentera' l'AIDS nei
prossimi 20 anni? Steinbrook (23)osserva come nel 2001 l'epidemia si presenti più
estesa rispetto alle previsioni dell'inizio degli anni 90' e come pertanto in
breve saranno superati i 25 milioni di morti ed il primato passerà dalla Peste
nera del XIVesimo secolo all'AIDS.
Sachs fa parte della commissione
per la Macroeconomia e la Salute dell'OMS e presenta il rapporto fra il numero
di HIV+ nei Paesi dell'Africa sub-sahariana e gli interventi finanziari di
assistenza(24). Nel primo caso si ha una linea retta ascendente mentre gli aiuti
hanno un andamento ondulante che solo nel periodo 94-95 ha quasi coinciso con la
linea retta per poi cadere al punto più basso nel 1996.
Come già indicato le differenze
epidemiologiche fra Paesi poveri e Paesi ricchi sono costitute dalla quasi
totale scomparsa dei casi neonatali-pediatrici in Occidente con una ondata
crescente in Africa ed Asia. Praticamente l'accesso all'HAART nei Paesi in via
di sviluppo si ha solo in Thailandia e Brasile dove però l'incidenza dell'AIDS
non è rilevante. Si avrà modo di commentare le conclusioni alle quali è
arrivata l'Assemblea Generale dell'OMS convocata a New York dal 25 al 27 Giugno
2001 con 4 temi (Prevenzione e cura, diritti umani, impatto socio-economico
dell'epidemia e rafforzamento delle potenzialità nazionali, fondi e
cooperazione internazionale.
Il fatto che nel mese di Aprile
2001 l'industria farmaceutica abbia abbandonato la causa contro il Governo
sud-africano, ma anche con l'abbassamento del costo annuale da 10.000 a 1.000
dollari i numeri sono impressionanti stante la crescente diffusione epidemica.
Ma la spesa non si limita ai farmaci in quanto bisognerà anche pensare alla
prevenzione ed all'assistenza agli orfani con costi di miliardi in più.
Correttamente in Sud Africa uno
dei punti che prioritariamente vengono sostenuti è quello della distribuzione
di condoms (quasi 200 milioni di pezzi all'anno). Si temeva tuttavia che non pochi condoms andassero perduti,
buttati via od usati per altri scopi. Invece una ricerca condotta dal
Dipartimento di Sanità Pubblica sud-africano(25) ha seguito per 5 settimane 384
uomini ai quali era stata distributa una provvista di preservativi. Almeno il
67,7% dei pezzi sono stati impiegati nel corso di rapporti sessuali e
praticamente la dispersione e la perdita non hanno superato il 10%.
In africa le nonne dell'AIDS
non sono solo le anziane che si prendono cura dei nipoti orfani; nello
Zimbawee ad esempio il 43% dei bambini orfani sono assistiti dalle nonne(26). Ma
attezione: sono in aumento i casi di infezione da HIV proprio fra le anziane
rimaste nei villaggi. Il contagio
dipende da stupri effettuati da bande di disperati ma anche dagli sciamani, dai
tatuaggi, dall'assistenza ostetrica (le mammane). Naturalmente l'AIDS nelle
anziane si sviluppa più rapidamente a causa
dell'associazione con
l'immunodeficienza propria dell'età. E' necessario che l'opinione pubblica sia
informata in merito al problema della violenza contro le anziane rimaste sole
nei villaggi abbandonati dagli adulti.
Ma rimaniamo in Occidente: siamo
a Boston ma almeno un terzo dei nuovi casi di HIV+ sono diagnosticati a distanza
media di 8 anni dall'avvenuto contagio (quasi sempre eterosessuale)(27). Si è
coniato il termine di "long term non presenter".
E' interessante notare come fra gli infetti non vi sia stata una richiesta
attiva di diagnosi sierologica. Ed anche quando vi era una realizzazione di
essere infetti in media è passato un anno prima che venisse richiesta una
assistenza specifica.
Secondo i dati ricavati da
394.705 persone con almeno una malattia rientrante nella definizione di AIDS da
parte dei CDC(28) la sopravvivenza più rilevante si è avuta fra coloro che
sono stati diagnosticati nel 1995-96. La coorte 1984-97 sta a dimostrare un
aumento di sopravvivenza dagli 11 mesi iniziali ai 46 mesi (ricordiamo che
trattasi di HIV+ con almeno una Infezione Opportunistica). Considerando due
filoni diagnostici: quello immunologico e quello della presenza di Infezione
Opportunistica(OI), la sopravvivenza per almeno 24 mesi è salita al 90% fra
coloro diagnosticati immunologicamente mentre è stata dell'80% fra coloro
diagnosticati a seguito di OI. Naturalmente questo aumento di soggetti
sieropositivi in discrete condizioni di autosufficienza aumenta i rischi di
propagazione del virus.
Appare pertanto sempre più
emergente un nuovo paradigma per l'assistenza sanitaria, un paradigma etico: da
New York il gruppo di Noring(29) insiste perchè:
1)-La conoscenza del sierostato
deve essere maggiormente diffusa e tutti gli operatori sanitari e sociali devono
indirizzare i soggetti a rischio verso centri di diagnosi.
2)-L'accesso ai servizi sanitari
per gli HIV+ non deve avere limitazioni.
3)-Da parte delle organizzazioni
sanitarie deve essere fornita la migliore informazione intorno ai trattamenti
disponibili.
4)-La determinazione del piano di
trattamento deve scaturire dalla collaborazione fra servizio e paziente; questi
ultimi hanno la responsabilità dell'adesione mentre gli operatori devono essere
messi in grado di rimuovere eventuali barriere.
5)-Gli operatori devono avere
particolari attenzioni per i gruppi svantaggiati, per i minori, per i malati di
mente.
6)-Egualmente va assicurato
l'accesso ai servizi di supporto sociale.
In conclusione: il panorama e'
sempre piu' variegato e nel crogiuolo delle malattie da HIV si hanno diverse
novita.'
Bibliografia
(1)-European Coll.Study: AIDS
15:761-770,2001
(2)-Shaffer N.: JAMA 285:2129-2130,2001
(3)-Leroy V.: AIDS 15:517-522 2001
(4)-Kane B.: Ann Int Med 134:1011-1013 2001
(5)-Günthard H.: J.Infect.Dis.183:1318-27,2001
(6)-Mangano
A.:J.Infect.Dis.183:1574-85,2001
(7)-XiaoJiang Gao: New Engl J.Med. 344:1668-75 2001
(8)-Perman S.: J.Infect.Dis.183:532-8,2001
(9)-Golden M.: Clinical Infect.Dis.32:1366-70 2001
(10)-Grulich A.: AIDS 15:629-633 2001
(11)-Frisch M.: JAMA
285:1736-45,2001
(12)-Deekks S.:AIDS 15:117-119,2001
(13)-Weinstein MC: Ann Int Med 134:440-450 2001
(14)-Saag M.: Ann Int Med 134:475-76 2001
(15)-Little S.: British Med J 322:1074-75 2001
(16)-Binquet C.: Am J Epidemiol.153:386-93 2001
(17)-Furrer H.: AIDS 15 :501-507 2001
(18)-Liu H.: Ann Int Med 134:968-977 2001
(19)-John M.: AIDS 15:717-723,2001
(20)-Martinez E.: Lancet
357:592-98 2001
(21)-Pernestorfer-Schoen H.: AIDS 15:725-34 2001
(22)-Van den Hoek A.: AIDS 15:753-759 2001
(23)-Steinbrook R.: New Engl J Med 344:1781-82 2001
(24)-Sachs JD: Nature Medicine 7:521-23 2001
(25)-Myer L. AIDS 15:789-93 2001
(26)-Wilson AO: Age and Aging 30:8-10 2001
(27)-Samet JH: AIDS 15:77-85 2001
(28)-Lee LM: JAMA 285:1308-15 2001
(29)-Noring S.: Am J Pub Health 91:690-94 2001
Added 6 August 2001.