BOLLETTINO PER LE FARMACODIPENDENZE E
L'ALCOOLISMO
Rassegne
Bibliografiche & Recensioni
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EFFETTI DELLA
COCAINA SUL FETO Chiriboga C. et al.: Dose - response effect of fetal cocaine exposure of newborn neurologic
function, Pediatrics, 103: 79-85, 1999; Arendt R. et al.: Motor
development of cocaine exposed children at age two years, Pediatrics,
103: 86-92, 1999 Sebbene negli Usa sembra che l'epidemia di crack e cocaina
abbia iniziato una curva discendente, nei centri urbani rimane la droga più
diffusa. Gli effetti dell'esposizione fetale alla cocaina riguardano
soprattutto disturbi neuro-comportamentali, ma anche alterazioni del tono
muscolare e dei movimenti. Trattasi in genere di informazioni provenienti
da ricerche su piccoli gruppi con scarsi reperti obiettivi sul consumo
materno. Presso la Columbia University di New York è stato
effettuato un prelievo di capelli su 253 gestanti, che hanno dato alla
luce un neonato con età gestazionale maggiore di 36 settimane, che non
erano né tossicodipendenti note né infette da HIV. Non sono stati
esaminati i neonati con punteggio Apgar inferiore o uguale a 4, con
presenza di malformazioni congenite evidenti e con crisi convulsive.
L'esame con radioimmunoassay dei peli/capelli presenta il vantaggio di
identificare l'esposizione cumulativa alla cocaina nel corso della
gravidanza: in tal modo 104 gestanti sono risultate "esposte" e
136 invece “non esposte”. I neonati delle prime hanno presentato un
ritardo di accrescimento intrauterino nel 24% dei casi (contro l'8% dei
controlli), una circonferenza cranica inferiore al 10° percentile nel 20%
(contro il 5%), un ipertono globale nel 32% (contro l'11%), un tremore
grossolano nel 40% (contro il 15%) ed alterazioni nell'estensione degli
arti inferiori nel 20% (contro il 4%). Vi è stata soprattutto un’associazione significativa fra
frequenza di queste manifestazioni e tre livelli di esposizione materna
alla cocaina specie per quanto si riferisce all'accrescimento fetale,
all'anormalità del tono muscolare, ai movimenti ed alla postura. Solo il
tremore non appare strettamente collegato con i livelli di esposizione
materna. E' possibile inoltre che i consumi di sigarette e di alcol, che
si sono basati sulle dichiarazioni delle gestanti, siano stati
sottostimati, mentre non è da escludersi una precedente esposizione ad
altre droghe. La seconda indagine è stata svolta invece a Cleveland -
Ohio e, come nella prima, i pediatri e i neurologi che effettuavano gli
esami sullo sviluppo infantile erano ignari dei risultati dell'esposizione
materna alla cocaina; 260 bambini sono stati seguiti con batterie di test,
e di questi 98 erano figli di donne esposte alla cocaina in gravidanza. All'età di due anni i bambini del gruppo con madre esposta
alla cocaina hanno avuto punteggi inferiori sia rispetto agli indici
grossolani dello sviluppo sia rispetto a quelli più sofisticati. Le
differenze maggiori si sono verificate tra gli indici motori grossolani
negli aspetti dell'equilibrio e nelle sotto-scale del recepimento e della
propulsione, tra gli indici più raffinati nell'impiego delle mani e nelle
prove di coordinazione visuospaziali. Alcuni deficit sono collegabili con l'uso materno dell'alcol in gravidanza. Certo vi sono influenze materne come l'età giovanile e le scarse stimolazioni ambientali, ma in linea generale si può affermare che il danno dell'esposizione fetale alla cocaina permane nel corso dello sviluppo infantile e richiede interventi psicopedagogici e riabilitativi precoci prima che le minorazioni delle capacità motorie si traducano in difficoltà nell'apprendimento e nel profitto scolastico. TRATTAMENTO
DELLE COMORBOSITA' PSICHIATRICHE Ho
A., Tsuang J.W. et al.: Achieving
effective treatment of patients with chronic psychotic illness and
comorbid substance dependence, American Journal of Psychiatry, 156:
1765-1770, 1999 I sistemi
tradizionali di trattamento delle forme di dipendenza in pazienti
psichiatrici in genere non sono riusciti ad ottenere risultati tali da
modificare il decorso di entrambe le condizioni. Presso i
Servizi psichiatrici della California UCLA sono stati introdotti nuovi
sistemi basati, soprattutto, su una accentuazione delle terapie assertive
e sul miglioramento della preparazione del personale alla condotta dei
programmi comportamentali. Effettuando un controllo sequenziale sui
risultati precedenti rispetto a quelli ottenuti con la nuova tecnica si è
rilevato il vantaggio della conduzione in day hospital ed il parametro di
successo si è basato sulla durata della ritenzione nel programma oltre
che sui risultati delle analisi delle urine. Anche la riduzione dei
ricoveri ospedalieri costituisce un ovvio elemento di paragone ed è utile
suddividere il periodo di osservazione di 24 mesi in quattro sub-periodi
per poter individuare un trend stabile. Assicurare un accesso libero e
tranquillo ad un setting confortevole assume connotazioni ovviamente
terapeutiche e consente una ritenzione prolungata in trattamento. E' anche
importante collegare il trattamento stesso con forme di riabilitazione e
reinserimento sociale. Utile è anche apparso l'addestramento dei pazienti
alla individuazione dei fattori di rischio delle ricadute ed
all'effettuazione di interventi per prevenirle e trattarle. Appley
L.: Drug misuse and suicide: a tale of two services, Addiction, 95: 2,
pp. 175-177, 2000 Si
tratta del primo gruppo di epidemiologi della Havard University che ha
utilizzato i dati dell'indagine USA sulla comorbità 1990-92 per
controllare fino a che punto sulla base delle analisi di sopravvivenza sia
possibile collegare anamnesi di abuso di alcol e di droghe e successivi
tentativi di suicidio, previo controllo dei fattori socio-demografici e
della comorbidità psichiatrica. Intanto
si è visto che fra coloro che non fanno più uso di droghe l'averne fatto
in precedenza non rappresenta un fattore predittivo. Invece per alcol,
inalanti ed eroina il fatto di esserne consumatori "attuali" è
predittivo di comportamenti suicidi. Più che il tipo di sostanza è
fattore di rischio il numero di sostanze abusate, cioè lo stato di “polidrug”.
Si
tratta di un’incentivazione delle ideazioni suicide più che di una vera
e propria programmazione di tentativi. Va rilevato che in questa indagine
ci si basa su dichiarazioni retrospettive di comportamenti e di ideazioni.
Comunque emerge la maggiore frequenza dei tentativi di suicidio nel sesso
femminile, fra le donne precedentemente sposate e fra i soggetti con il
maggior grado di istruzione. L'aver
eliminato il fattore comorbidità psichiatrica ha ridotto il numero dei
casi e, quindi, ha confermato l’ipotesi di un ruolo importante della
patologia mentale senza escludere un effetto diretto dell'abuso. Di
per se l'uso di sostanze è connesso con ideazioni e tentativi di suicidio
ma solo per alcol, inalanti ed eroina l'abuso e la dipendenza
contribuiscono in modo significativo. L’ipotesi è che l'abuso, o meglio,
l'intossicazione cronica provochi una riduzione delle inibizioni
all'effettuazione di tentativi impulsivi.
E' importante che gli operatori del settore siano avvertiti intorno a
tali possibilità approfondendo nei contatti la conoscenza delle ideazioni
suicide. Appleby
è uno psichiatra di Manchester che coordina una indagine riservata sui
suicidi ed omicidi di persone con malattie mentali. Questo Autore
riferisce in merito alle statistiche di un eccesso di morti violente (suicidio
ed omicidio) fra i tossicodipendenti e sul ruolo dell'overdose come forma
di suicidio. E'
noto come nei casi di decesso accidentale spesso l'ipotesi di suicidio
venga posta sulla base della cosiddetta "autopsia psicologica";
ed è appunto attraverso la sommatoria dei referti classici con quelli
delle autopsie psicologiche che si giunge ad un 8% di tossicodipendenti ed
ad un 43% di alcolisti fra i suicidi, soprattutto avvenuti in contesto
urbano e fra giovani. L'associazione
alcol-droga è tipica dei suicidi adolescenziali; mancano tuttavia dati
sui consumi di alcol e droga in gruppi di controllo non suicidi. Appleby
raccoglie tutti i casi di suicidio verificatisi fra soggetti che sono
stati almeno una volta a contatto con Servizi psichiatrici. E' tipica la
maggiore frequenza fra i pazienti non collaboranti con i trattamenti o che
non seguono gli appuntamenti. La modalità più frequente di suicidio è
l'avvelenamento seguita dall'impiccagione. In
genere, come si è visto, i suicidi hanno perduto il contatto con i
Servizi, ma non mancano quelli che nella settimana precedente avevano
avuto un colloquio. Molti operatori psichiatrici sono pessimisti circa la
possibilità di influire in senso preventivo: questo perché viene a
mancare una qualche ricerca su sistemi di modificazione dei comportamenti
suicidi fra tossicodipendenti (ma si direbbe più in generale fra tutti
coloro che sono a rischio di autolesionismo). Intanto
appare ovvio come sia protettiva la riduzione dell'accesso a sostanze
tossiche, cominciando dagli stessi oppiacei, soprattutto mediante la
consegna di piccole dosi. Preventive sono anche tutte le misure atte ad
aumentare la compliance dei malati nei confronti dei trattamenti e quelle
che puntano al mantenimento dei contatti con pazienti inadempienti. Purtroppo
la separazione fra Servizi di salute mentale e Servizi per
tossicodipendenti riduce le possibilità di management preventivo; nelle
gestione delle cosiddette doppie diagnosi si dovrebbe superare la
suddivisione netta fra i due Servizi. Reardon
D.C. et al: Abortion and subsequent
substance abuse, American Journal of Drug & Alcohol Abuse, 26: 1,
pp. 61-75, 2000 Che la
donna che ha interrotto volontariamente la gravidanza vada incontro a
problemi psico-emotivi è indubbio: si tratta di valutare la natura e
l'entità di questi problemi dal punto di vista della salute mentale. E'
stato proposto un inquadramento delle reazioni da stress nel quadro del
“disordine da stress post-traumatico” (PTSD) ma gli A.A. che fanno
parte di un Dipartimento di Medicina della Famiglia ritengono che in
diversi casi questa classificazione derivi da impostazioni ideologiche.
Tuttavia l'ipotesi che alcune donne si rivolgano all'alcol ed alle droghe
per alleviare la tensione da stress va esaminata valutando anche la
contemporaneità o meno di tale ricorso. Non è
facile discriminare fra semplice associazione, correlazione ed opinione
della stessa donna che tende ad attribuire all'evento "aborto"
la causa del suo abuso di droghe o di alcol. Nella letteratura emerge la
frequenza di associazioni solo nelle forme secondarie di alcolismo e non
tanto in quelle primarie. Gli A.A. hanno condotto una indagine
retrospettiva nel quadro di uno studio sulle caratteristiche riproduttive
di un campione femminile della British Columbia. Le donne che hanno
abortito alla loro prima gravidanza hanno un rischio cinque volte maggiore
di abusare di droghe/alcol rispetto alle coetanee che hanno portato a
termine la gravidanza. Inoltre il rischio è stato quattro volte maggiore
rispetto a quello delle coetanee che hanno avuto un aborto spontaneo nel
corso della prima gravidanza (gravidanza ectopica o nato morto che sia).
Naturalmente vi sono state difficoltà e reticenze sia per dichiarare di
aver interrotto la gravidanza sia per rivelare i consumi eccessivi di
alcol/farmaci psicoattivi/droghe; infatti la percentuale delle risposte
all'indagine sociale effettuata via posta è stata piuttosto bassa (14,2%)
forse sia per la lunghezza del questionario (tre pagine) che per la forma
di indagine classificabile come "stampa". Comunque
dal punto di vista delle ipotesi oltre a quella già formulata di un
diretto effetto stressante si può sostenere che nelle coetanee che hanno
portato a termine la gravidanza le aumentate responsabilità familiari di
per se stesse hanno ridotto le probabilità di avvicinarsi a droghe ed
alcol. Né va trascurata la possibilità che vi sia un disturbo
comportamentale di fondo che ha spinto prima ad avere gravidanze non
desiderate e dopo a sperimentare droghe ed alcol. L'indagine è stata
limitata alle interruzioni di gravidanza nel corso della prima gestazione
in quanto l'interruzione stessa comporta maggiori problemi rispetto a
quelli che possono verificarsi in pluripare. Come
indicazioni appare utile quella di prescrivere con molta cautela
psicofarmaci in donne che hanno recentemente interrotto la gravidanza;
anche nel counselling pre-interruzione, che è frequente in molti Stati
USA, va prospettato il rischio di ricorso ad alcol e psicofarmaci e vanno
suggeriti sistemi di sostegno psico-emotivo che evitino il ricorso a
droghe/alcol. GIOCO
D'AZZARDO E GUARIGIONE SPONTANEA Hodgins
D.G. et al.: Natural and
treatment-assisted recovery from gambling problems: a comparison of
resolved and active gamblers, Addiction, 95: 777-789, 2000 L'ultima
dipendenza che ha attirato la ricerca e l'intervento è quella da gioco
d'azzardo (gambling) che storicamente è stata individuata molti secoli or
sono e che dal punto di vista diagnostico (DSM-IV) è compreso fra i
disturbi compulsivi con comportamenti che danneggiano i rapporti familiari,
sociali ed occupazionali. E'
difficile esaminare i risultati dei trattamenti proposti in quanto
trattasi di numeri esigui con mancanza di gruppi di controllo. Tuttavia
esistono giocatori "guariti" per loro stessa dichiarazione: gli
A.A. che fanno parte dello Addiction Center dell'Università di Calgary
(Canada) attraverso la stampa locale hanno arruolato 43 giocatori "guariti"
e 63 invece ancora "attivi". Naturalmente vi è stato il
concorso delle TV locali e delle stazioni radiofoniche e vi è stata una
prima selezione delle risposte basata su un questionario che misura la
gravità del gambling (South Oaks Gambling Screen - SOGS) o meglio
identifica il gioco d'azzardo patologico. Per coloro
che si dichiaravano guariti è stato chiesto il nome di almeno un
testimone di questa "conversione". I punteggi SOGS dei
partecipanti erano elevati (media di 12) e nel 94% dei casi erano
rispettati i criteri del DSM-IV. In maggioranza trattavasi di soggetti
dipendenti dai videogiochi (VLT) introdotti troppo di recente per poter
richiedere almeno due anni di astinenza come criterio di guarigione. Gran
parte dei giocatori "attivi" hanno dichiarato di essere pronti a
smettere; si tratta di riconvocarli a breve distanza per controllare se la
buona volontà è riuscita da sola. Quasi tutti comunque hanno dichiarato
di non voler più giocare e non già di ridurre la frequenza o l'entità
delle giocate. I motivi
dell’abbandono del gioco sono stati soprattutto l’autoconstatazione
che il gioco era incompatibile con l'immagine di se insieme al desiderio
di cambiare vita. Non che avessero raggiunto il fondo del barile ma
rispetto a coloro che smettono di bere pochi avevano fatto un repertorio
dei pro e dei contro della loro decisione per cui probabilmente alcune
tecniche cognitive impiegate per il trattamento degli alcolisti non sono
valide per tutti i giocatori. Le
tecniche impiegate dai gamblers consistevano essenzialmente
nell'evitamento di situazioni ed ambienti induttivi al gioco,
nell'adozione di altri sistemi di impiego del tempo libero. Come
prevedibile il successo viene attribuito alla forza di volontà cioè a
fattori interni mentre l'insuccesso è colpa di fattori esterni. Pochi "guariti" hanno
dichiarato che è stata influente la limitazione dell'accesso al credito,
mentre gli eventi della vita più che essere stati determinanti nella
motivazione di smettere hanno avuto un ruolo importante in quella del
mantenimento dell'astensione. Dall'insieme
dei dati emerge la differenza fra i giocatori "modici", i quali
probabilmente riescono a smettere da soli, e quelli "gravi" per
i quali è opportuno un trattamento od una partecipazione a gruppi di
auto-aiuto; esiste un continuum che va tenuto presente anche
nell'informazione ai giocatori. USO
DI ANTIDEPRESSIVI TRA GLI ASSUNTORI DI DROGA PER VIA ENDOVENOSA Darke
S. et al.: The use of
antidepressants among injecting drug users in Sydney - Australia,
Addiction, 95: 407-417, 2000 Nulla
di nuovo sotto il sole: infatti in questa ricerca l'abuso di
antidepressivi fra i tossicodipendenti è stato segnalato in vari lavori.
Intervistando 201 tossicodipendenti di Sydney è stato confermato
l'impiego di antidepressivi nel 40% dei casi, con particolare riguardo per
gli abusatori di eroina rispetto ai consumatori di anfetaminici. La
frequenza è risultata doppia nel sesso femminile; l'inizio
dell'assunzione si è avuto in media dopo 4 anni di storia di assunzione
endovena. I composti più usati sono stati i triciclici e gli SSRI (inibitori
del reuptake della serotonina). Si
tratta in genere di assunzioni irregolari, il che contrasta con
l'impostazione farmacologica di attesa di almeno 2-4 settimane di uso
prima di constatare gli effetti antidepressivi; del resto meno della metà
dei soggetti hanno dichiarato di consumare antidepressivi per il
trattamento dell'astinenza. Il
dato più interessante di questa ricerca è quello dell'associazione fra
impiego di triciclici e frequenza di overdosi di eroina, tanto da
suggerire di orientarsi verso gli SSRI; è probabile che questo sia dovuto
alla maggiore tossicità di questi antidepressivi. E'
comunque importante segnalare che questi antidepressivi usati a Sydney non
sono associati con comportamenti caotici come invece accade per le
benzodiazepine (che in letteratura appaiono in altri Paesi i farmaci di
prima scelta da parte dei tossicodipendenti). ASSOCIAZIONE
TRA ABUSO DI SOSTANZE, DIPENDENZA E SUICIDIO Borges
G. et al: Association of substance
use abuse and dependence with subsequent suicidal behavior, American
Journal of Epidemiology, 151: 781-789, 2000 Fatta
salva la connessione alcolismo/suicidio, per un vasto arco di sostanze
psicoattive e di depressivi del SNC non sono ben noti i rapporti fra uso,
abuso, dipendenza e tendenze suicide. Il che non riguarda tanto
l'epidemiologia ma coinvolge l'individuazione di fattori di rischio che
possono determinare una allerta da parte dei Servizi. Analizzando
i dati dell'indagine USA sulla comorbidità 1990-92, su base retrospettiva
si può distinguere fra tentativo di suicidio, ideazione suicidaria, piano
per suicidarsi, tentativo non pianificato e tentativo pianificato. L’uso,
l’abuso e la dipendenza da sostanze si è potuto sommare, mentre nello
stesso tempo si mettevano in relazione i dati sulla comorbidità
psichiatrica. Va subito detto che gli “odds ratio” fra uso di sostanze
e tentativi non pianificati di suicidio si sono ridotti quando si è
tenuto conto della comorbidità psichiatrica, ma sono sempre rimasti
significativi, per cui rimane valida la tesi che sia l'uso di sostanze di
per se stesso a favorire i tentativi di suicidio. Inoltre
è l'uso di per se stesso che è correlato con i tentativi di suicidio;
solo per alcol, eroina ed inalanti l'abuso e la dipendenza costituiscono
fattori aggiuntivi. Tutte le sostanze sono collegabili e non solo l'alcol
ed i tranquillanti. ABUSI INFANTILI E COMPORTAMENTI SUICIDI FRA I
TOSSICODIPENDENTI Rossow I. et al: Shattered
childhood: a key issue in suicidal behavior among drug addicts?, Addiction,
96: 227-240, 2001 E' indubbia la frequenza di suicidi e di tentativi di
suicidio fra i tossicodipendenti; ciò può essere ricondotto alle
interpretazioni sullo stile di vita "depresso" e senza speranza
ed alla disintegrazione sociale che lo contraddistingue. Si postula che vi
sia una base comune fra predisposizione al suicidio ed abuso di sostanze;
nell'anamnesi di molti tossicodipendenti vi sono instabilità genitoriale,
abusi sessuali e deprivazioni, avversità di vario genere, ivi compreso
l'alcolismo dei genitori. I dati statistici, relativi soprattutto
all'alcolismo, indicano come nei suicidi dei tossicodipendenti si attenui
quella differenza fra i sessi che nella popolazione generale determina una
prevalenza mascolina di 2-3 volte; nel gruppo dei tossicodipendenti
infatti si segnala una prevalenza femminile. In Norvegia è stata condotta una indagine prospettica fra
800 tossicodipendenti entrati in trattamento nel periodo 1992-93. In
questo caso è stata raccolta l'anamnesi dei tentativi di suicidio e della
presenza di idee suicide nell'ultimo mese; i dati derivano da intervista
faccia a faccia. Il 38% dei soggetti ha dichiarato di aver tentato almeno
una volta il suicidio, e in molti casi il tentativo si è ripetuto diverse
volte. La proporzione è stata maggiore fra coloro che avevano subito
violenze sessuali infantili, che erano figli di alcolisti e che
presentavano problemi psichiatrici. Nel 42% dei casi le ideazioni suicide
avevano avuto luogo nel mese precedente l'ammissione al trattamento.
Comune è stata la constatazione di come l'influenza negativa delle
avversità infantili, in primis dell'abuso fisico e morale, si ripercuota
nei comportamenti auto-distruttivi che conducevano al trattamento. Per
quanto riguarda l'alcolismo paterno va ricordato che in genere si traduce
in violenza fisica nei confronti dei figli. Altra caratteristica di questi
soggetti è quella di iniziare la propria carriera di dipendenza da alcol
e sostanze in età precoce. Per quanto si riferisce alla prevalenza
femminile di ideazioni suicide va rilevata l'associazione con la
depressione che è più diffusa in quel sesso. Dal punto di vista preventivo emerge l'esigenza di un
intervento professionale e di supporto sociale per i minori vittime di
abusi e comunque privi di adeguate protezioni familiari. Dal punto di
vista della prevenzione secondaria non sarebbe errato accertare,
nell'insieme dei test mentali ai quali in genere i tossicodipendenti sono
sottoposti, anche i tentativi di suicidio e le ideazioni suicide, onde
formulare piani di sostegno. GENITORI
TOSSICODIPENDENTI
Vaccari
S.: Genitori tossicodipendenti, Salute
e Territorio, XXI: 278-286, 2000 La
situazione più frequente è quella di un adulto maschio che convive con
una donna, spesso non tossicodipendente: in questo caso la partner tende a
gestire in proprio il o i figli ed ad allontanarli dal padre. Quando
entrambi i membri della coppia sono tossicodipendenti in genere i figli
sono affidati a familiari o purtroppo vanno a finire nell'iter
dell'istituzionalizzazione. Va
comunque esclusa l’idea che sia possibile la redenzione e la cura
attraverso lo svolgimento del ruolo genitoriale, il compito dei SER.T deve
essere quello di impedire che di per se stessa la condizione di
tossicodipendenza provochi l'allontanamento dei figli. Importante appare
l'iniziativa di costituire gruppi di genitori, da organizzare secondo vari
modelli, in genere basati sul rapporto con il terapeuta, anche se non
mancano iniziative di auto-aiuto. Dal
punto di vista dei contenuti è importante esplicitare le relazioni
genitoriali: la madre inizialmente deve stabilire un rapporto di simbiosi
con il figlio e successivamente inserire il padre; quest'ultimo deve
svolgere un compito di protezione del rapporto madre-figlio e di
collegamento della diade con la realtà esterna. Nel
caso di una coppia nella quale la donna non è tossicodipendente esiste
come già accennato il rischio di un allontanamento del padre, favorito
dal basso grado di autostima che in genere il tossicodipendente ha di se
stesso. Va invece sottolineato come affrontando i problemi in coppia vi
possa essere un immediato beneficio per lo sviluppo psicoemotivo dei figli. Spesso
si i presentano problematiche giuridiche allorquando esiste una
separazione dei genitori ed uno di questi si rivolge al Tribunale dei
Minori per chiedere la tutela del figlio per toglierla al partner. Il
ruolo dei SERT è quanto mai delicato in questa materia: intanto bisogna
stabilire un rapporto non occasionale con i Servizi sociali ed il
Tribunale dei Minori per concordare protocolli operativi anche quando il
minore è istituzionalizzato. Un
aspetto particolare che viene sottolineato è quello di "cattura"
della madre tossicodipendente al momento del parto; è sufficiente
individuare i neonati in crisi di astinenza per risalire alle puerpere che
non sempre sono note ai Servizi. Il
circuito integrato di Servizi non può certo risolvere tutti i problemi ma
può evitare che di per se stessa la tossicodipendenza non rappresenti il
primum movens per tutta una serie di ripercussioni patogene sulla salute
dei figli. Golub
A., Johnson B.D.: Variation in
youthful risk of progression from alcohol and tobacco to marijuana and to
hard drugs across generations, American Journal of Public Health, 91:
225-232, 2001 E'
opinione corrente che vi sia un contatto iniziale degli adolescenti con
tabacco ed alcol per poi passare alla cannabis, mentre il successivo passo
verso eroina e cocaina è oggetto di discussione. I sostenitori della tesi
della progressione denunciano con allarme l'aumento dei consumi di alcol,
tabacco e marijuana fra i giovanissimi ed il giovani come premesse per una
futura epidemia di droghe pesanti. Recenti
dati ufficiali riportano un rischio elevato di usare cocaina per coloro
che a 12-17 anni hanno fumato marijuana. Esaminando i dati delle Indagini
Nazionali Domiciliari sull'Abuso di Droghe (NHSDA) degli anni 1979, 82,
85, 88 e dal 1990 al 1997 si è cercato di delineare i passaggi
cronologici fra non uso, uso di alcol e tabacco, uso di marijuana, uso di
droghe pesanti (cocaina in polvere, crack ed eroina; non si è tenuto
conto degli anfetaminici, degli inalanti e degli allucinogeni). La domanda
fondamentale era la seguente: "a che età ha iniziato ad usare alcol,
tabacco, marijuana e varie droghe?”. Le
domande sono state poste ad adulti almeno 26enni nel presupposto che dopo
i 25 anni difficilmente ci si avvia ad una carriera di abuso. Su 100.282
adulti maggiori di 26 anni i risultati sono che il 9,9% dai 17 anni ai 26
è rimasto astemio e senza accendere una sigaretta; l'84,7% ha fatto uso
di alcol e tabacco; di questi ultimi il 62,1% non è progredito verso
altre sostanze, mentre il 21,7% ha aggiunto ad alcol e tabacco la
marijuana e solo nel 7,7% dei casi vi è stato un passaggio a droghe
pesanti. Si
sono verificati anche passaggi diretti dal non uso di sostanze all'uso di
droghe pesanti, ma trattasi di percentuali minime. Quindi anche se è vero
che negli ultimi anni c’è stato un aumento di consumi di marijuana non
è detto che questo preannunzi un passaggio in blocco a droghe pesanti,
per cui non vi sarebbe un rischio imminente; il che non esonera
dall'approfondimento sia degli altri consumi (basti pensare alle
anfetamine ed all'ecstasy) sia a delineare un più preciso passaggio fra
uso regolare, uso cronico e uso problematico di sostanze. ALCOL E SUICIDIO Ramstedt M., Alcohol
and suicide in 14 european countries, Addiction, 96: (S) 1, pp. (S) 59 – (S) 75, 2001 E' già
noto come correlazioni fra consumo di alcol e suicidio sono più evidenti
nei Paesi "secchi", quelli cioè a bassi consumi alcolici,
rispetto ai Paesi "bagnati", cioè con consuetudini culturali di
accettazione del bere. Attraverso
questa analisi si conferma l'ipotesi di una connessione solo fra i maschi
dei Paesi nordici. L'Italia si trova, insieme alla Spagna, con i quozienti
più bassi di mortalità per suicidio, quattro volte inferiori ad esempio
a quelli finlandesi. La
correlazione alcol/suicidio è massima fra le classi giovanili nordiche
con frequenza di associazioni significative fra giornate di intossicazione
pesante e suicidio. ALCOL E OMICIDIO Rossow
I.: Alcohol and homicide: a
cross-cultural comparison of the relationship in 14 european countries,
Addiction, 96: (S) 1, pp. (S)
77 - (S) 92, 2001 Il
rapporto fondamentale è quello fra intossicazione alcolica e
comportamenti violenti, sia da parte degli aggressori che delle vittime.
Sempre sulla base dei dati di consumo (vendite) di alcol e di frequenza
degli omicidi nel periodo 1950-95, nei 14 Paesi europei è stato possibile
dimostrare una influenza diretta dei forti consumi di a la popolazione
maschile dei Paesi nordici. Nel
Sud Europa il rapporto è meno intenso ma pur sempre significativo; il
consumo di birra è risultato associato con la frequenza degli omicidi in
tutte e tre le Regioni Europee (Nord, Centro e Sud) mentre il consumo di
vino ha una connessione solo nei Paesi tradizionalmente vinicoli del Sud
Europa. LA
SALUTE ED I COMPORTAMENTI CHE INFLUISCONO SULLA SALUTE FRA I GIOVANI
WHO:
Health policy for children and adolescents, WHO Policy Series, International Report, Editors Candace Currie
et al.,
Copenhagen, Issue
1, 2000, Si abbassa sempre di più l'età alla quale i giovanissimi
europei cominciano a bere. A 15 anni il 50% dei gallesi, il 43% dei danesi,
il 42% dei greci e il 40% degli inglesi consumano regolarmente birra. E' interessante notare come nel Regno Unito le ragazze
denuncino consumi più elevati rispetto a quelli dei coetanei di sesso
maschile. Questo naturalmente vale per vino e superalcolici, essendo la
birra un simbolo prevalentemente maschile. Sempre a 15 anni la percentuale degli adolescenti che si
sono ubriacati almeno due volte è aumentata fino a più del 50% in
Danimarca, Finlandia, Scozia e Galles, mentre in Francia e Grecia non
supera il 30%. CRIMINE VIOLENTO, AGGRESSIONE ED ANFETAMINE: IMPLICAZIONI
PER I SERVIZI DI TRATTAMENTO Wright S., Klee H.: Violent crime, aggression and amphetamine: what are the implications for
drug treatment services?, Drugs, Education, Prevention & Policy,
8: 73-90, 2001 L'alcol è da sempre associato con comportamenti aggressivi
violenti ma, soprattutto nel dopoguerra, l'abuso di anfetaminici è stato
associato con vere e proprie epidemie di bande giovanili, non solo in
Svezia e Giappone ma anche nella California degli anni ‘60 (i
“fricchettoni veloci”). Nella associazione non va trascurata la possibilità che
chi ha un comportamento aggressivo tenda più facilmente a potenziare la
propria aggressività con anfetaminici. A Manchester presso i Servizi per
tossicodipendenti sono stati studiati 80 pazienti cocainomani che avevano
chiesto un trattamento; tali soggetti sono stati confrontati con
altrettanti dipendenti da anfetamine che non avevano richiesto un
trattamento. Andando ad intervistare separatamente tutti i partecipanti si
è potuto constatare come in anamnesi nel 47% dei casi vi sia stato un
crimine violento, che nel 62% degli atti è stato messo in rapporto con il
consumo di anfetaminici. Anche fra coloro che non richiedevano trattamento massima
era l'incidenza di grossi problemi di salute. Le vie attraverso le quali
le sostanze psicoattive portano alla violenza consistono nella sensazione
di aumento della confidenza in se stessi, riducendo nel contempo le
disinibizioni e, quindi, portando gli individui a forme di aggressività. Un aspetto psicopatologico importante è quello del ruolo
dell'irritabilità dovuta ai sintomi astinenziali, essendo la vita media
di molti anfetaminici breve. Anche la deprivazione del sonno legata
all'azione eccitatoria gioca una parte. Quando coesiste una malattia mentale l'uso
dell'anfetaminico potrebbe costituire una forma di autocura. Questo tipo
di autocura può favorire la formazione di aggregazioni fra abusatori di
anfetaminici con chiaro intendimento di fare "banda criminale".
La spinta al furto ed alla rapina nel caso dei consumatori di anfetaminici
non deriva tanto dalla necessità di disporre di denaro per l'acquisto
della droga ma come espressione di un atteggiamento antisociale. Certo che esiste una contrapposizione fra le motivazioni
iniziali di maggiore efficienza e le conseguenze comportamentali negative,
specie quando vi sia una associazione con l'alcol. La paranoia diffusa fra
i consumatori di anfetaminici rappresenta di per se stessa una forma sia
di replicazione dell'abuso sia di esplosione di aggressività. EFFETTI
DELLA KETAMINA A LUNGO TERMINE Curran V. et al.: Cognitive, dissociative and psychotogenic effects of ketamine in
recreational users on the night of drug use and 3 days later, Addiction,
95: 575-590, 2000 La ketamina è un antagonista non competitivo
dell'N-metil-D-aspartato (NMDA) che interferisce con l'azione eccitatoria
degli aminoacidi, ivi inclusi il glutammato e l'aspartato (EAAS). Gli EAAS sono i principali neurotrasmettitori eccitatori
nelle interazioni cortico-corticali e cortico-subcorticali. Nel cervello
umano i recettori NMDA sono localizzati in gran numero a livello della
corteccia cerebrale e dell'ippocampo, cioè in aree quanto mai importanti
per le funzioni esecutive e per la memoria. In effetti la ketamina a dosi
sub-anestetiche produce alterazioni nei test di performance esecutiva e
nella memoria esplicita. L'interesse nei confronti della ketamina è giustificato
dal fatto che alcuni effetti sul comportamento presentano molte
somiglianze con i sintomi della schizofrenia e degli stati dissociativi. L'uso principale della ketamina è in anestesia veterinaria,
ma è in atto una diffusione come droga ricreativa, inizialmente come un
contaminante della MDMA (ecstasy), poi come special K - super K - vitamina
K, assunta soprattutto durante i “rave” e l'occupazione di edifici
abbandonati per organizzare feste e danze. La PET ha dimostrato che la ketamina stimola il rilascio di
dopamina dalle terminazioni nervose che fanno capo al nucleus accumbens.
La ketamina, oltre ai già citati danni alla memoria esplicita, riduce la
fluenza verbale ed altera diverse funzioni corticali. Del resto l'impiego
anestetico della ketamina si è ridotto al minimo proprio a causa degli
effetti confusionali, di allucinazioni e di sogni ad occhi aperti. La somministrazione di ketamina agli schizofrenici cronici
provoca una riemergenza di sintomi acuti dissociativi. Del resto in
volontari umani si rilevano alterazioni percettive come quelle
sull'immagine del corpo, depersonalizzazione e distorsioni sensoriali.
L'effetto su soggetti che usano la ketamina ricreazionale è in genere
quello di leggerezza corporea e, soprattutto, di diversa consistenza del
corpo (di legno, di gomma, di plastica), distorsioni delle dimensioni
corporee, sensazioni di mancanza di peso, assenza della sensazione del
tempo. La durata dell'azione è assai breve: nei consumatori che
inalano la droga l'effetto perdura per non più di un'ora (il che spiega
la tendenza a ripetere l'inalazione più volte). La somministrazione
intramuscolare richiede 22 minuti perché si abbia il picco nel plasma. Ma oltre agli effetti acuti proprio l'esperienza
anestesiologica e quella veterinaria indicano la possibilità di effetti
cronici a tipo psicosi residue. La neurotossicità studiata negli animali
consiste in degenerazioni a livello limbico analoghe a quelle dei pazienti
con psicosi. Cero la psicociblina (PCP) ha una affinità per i recettori
NDMA almeno dieci volte maggiore ed è più eccitossica. E' noto che la
PCPO (polvere dell'angelo), molto diffusa negli anni ‘60 e ’70,
provocava un delirio di lunga durata simile al deficit di funzione dei
recettori NMDA associato alla schizofrenia. Le storie aneddotiche della
post-intossicazione acuta da PCP indicano reazioni catatoniche o
psicotiche persistenti nel 25% dei casi. ABUSO SESSUALE INFANTILE E SUCCESSIVO SVILUPPO DI
PSICOPATOLOGIE Molnar B.E., Buka S., Kessler R.C.: Child
sexual abuse and subsequent psychopathology: results from the national
comorbidity survey, American Journal of Public Health, 91: 753-760,
2001 Nelle ultime due decadi si sono moltiplicati i riferimenti
relativi all'influenza dell'abuso sessuale subito nel corso della infanzia
(CSA) sulla depressione giovanile e dell'adulto, sul disordine di ansietà
e di panico, sulle fobie, sul disordine da stress post-traumatico (PTSD)
e, last but not least, sull’uso problematico di sostanze e/o dipendenza
da droghe. Il calcolo sulla prevalenza di CSA presenta una forbice
rilevante (da 0 a 16% fra gli uomini, dal 3 al 27% fra le donne). Molto spesso coesistono problemi familiari. L’indagine
nazionale USA sulle comorbidità (NCS), ha stimato una prevalenza di CSA
del 13,5% fra le donne e del 2,5% fra gli uomini; una volta controllati
altri fattori ambientali e familiari di rischio si è analizzata la
correlazione fra CSA ed una serie di disturbi dell'umore, dell'ansietà e
dell'uso di psicofarmaci e droghe. Quando sono state escluse altre condizioni avverse le due
manifestazioni maggiormente collegabili con il CSA sono state la
depressione e l'abuso di stupefacenti. Fra le donne l'anamnesi di stupro,
la conoscenza diretta del violentatore e la cronicità degli CSA (rispetto
alla saltuarietà) sono stati tutti fattori collegati con maggiori
gravità dei disturbi psicopatologici e di addiction. Il campione oggetto di questa ricerca retrospettiva (quasi
6.000 soggetti rappresentativo della popolazione di età 15-54) era
residente a casa e quindi i dati sono sottostimati non comprendendo coloro
che in quel momento erano in carcere, ospedale o senza fissa dimora. Il confronto con i coetanei che non denunciano il CSA
dimostra che i primi hanno una prevalenza inferiore di disturbi
psicopatologici persistenti (si va dal 48,5 delle donne che non denunciano
CSA al 78% di quelle che, al contrario, ammettono di aver subito CSA). Le
conseguenze peggiori si sono avute fra le donne che avevano subito CSA da
parte di familiari, rispetto a coloro che avevano avuto una CSA da parte
di sconosciuti. Fondamentale è la presenza di psicopatologie nella
famiglia, specie fra le madri, per cui si invita ad approfondire lo studio
delle relazioni potenziali. Ma soprattutto la ricerca dimostra che i CSA determinano
alte reazioni psicopatologiche a distanza, anche quando sono perpetrate in
un ambiente familiare apparentemente normale. Secondo molte scuole di psichiatria infantile il CSA che si
verifica nella fascia di età pre-scolastica può alterare lo sviluppo
dell'ego e, quindi, avere ripercussioni forse irreversibili sullo sviluppo
della personalità dell'adulto. Nella adolescenza il trauma maggiore del
CSA è rappresentato dal tradimento della fiducia che si ripone in
familiari/amici. RESILIENZA
NELL'ADOLESCENTE E COMPORTAMENTI Le continue descrizioni a tinte fosche del periodo
dell'adolescenza come di un periodo fortemente a rischio, supportate anche
dai dati forniti dalle statistiche sulla violenza, criminalità e
tossicodipendenza, rischiano soltanto di stigmatizzare questa età, senza
offrire soluzioni valide. Nella letteratura più recente sulla "resilienza"
umana troviamo invece punti di appoggio concreti. Per "resilienza" si intende il processo
attraverso il quale l'individuo riesce a sviluppare un adattamento
positivo, di successo, malgrado tutta una serie di condizionamenti
ambientali avversi. Si è giunti a questa definizione in seguito ad una serie
di ricerche longitudinali su minori che, pur avendo incontrato una serie
di difficoltà familiari, ambientali o etniche, sono sopravvissuti senza
restarne condizionati o travolti. Di conseguenza si è passati dalla
constatazione, più o meno catastrofica, dei danni da stressors nel corso
dello sviluppo infantile alla ricerca di fattori e processi protettivi. In Australia è stata condotta una indagine fra gli
insegnanti delle scuole secondarie superiori, pubbliche e private, per
identificare gli studenti "resilienti" e quelli "non
resilienti". Ne è risultato che, su 71 ragazzi selezionati, 20
femmine e 18 maschi sono stati giudicati aventi comportamenti resilienti,
mentre i restanti sono stati classificati come "non resilienti".
I ragazzi sono stati tutti sottoposti ad interviste faccia
a faccia, successivamente agevolmente trascritte anche grazie all'utilizzo
di programmi di software per analisi qualitative. Possiamo suddividere le risposte ottenute in tre gruppi, a
seconda che riguardino l'ambiente domestico, la scuola o la comunità. 1.
Nell'ambiente domestico i resilienti dimostrano avere senso di autonomia,
non tendono a scaricare le responsabilità sugli altri né a vittimizzarsi.
Non accettano di essere considerati "deboli" e, quindi, non in
grado di farcela. I non resilienti invece tendono a vittimizzarsi, facendo
ricadere sugli altri la responsabilità dei loro fallimenti. Non sono
disponibili a far fronte agli impegni familiari, al contrario dei
resilienti che, pur protestando, sono più collaborativi. 2.
Per prima cosa va sottolineato che le scuole, oggetto dell'indagine, erano
prevalentemente rivolte ad orientare i ragazzi verso un futuro lavorativo
e, dunque, non di rango "accademico" rilevante. A scuola i resilienti spesso vantano successi sportivi
oltre, che in attività extrascolastiche. Sembra importante che vengano
sottolineati anche i successi extrascolastici. Appartengono a studenti non resilienti invece affermazioni
tipo: "gli insegnanti ce l'hanno con noi, ci ignorano o favoriscono
quelli con la puzza sotto il naso". In genere hanno un basso profitto,
poca autostima e devono essere guidati nello studio. Dimostrano scarso
interesse per le attività sportive e i vari clubs parascolastici. Sarebbe
opportuno favorire il loro coinvolgimento in queste attività, anche nel
tentativo di creare un sistema di comunicazione tipo peer groups. Nello svolgimento delle diverse attività scolastiche è
facile che si ritraggano dai compiti impegnativi perché "non ce la
fanno". Assolutamente sbagliato, in casi come questi, dar loro corda,
sottolineandone l'inadeguatezza, mentre sarebbe essenziale che gli
insegnanti li convincessero che si tratta piuttosto della mancanza di un
serio sforzo da parte loro. I non resilienti infine rifiutano di studiare materie che,
secondo loro, non servono alla attività lavorativa futura, e sembrano
coinvolgersi più facilmente in relazioni violente con i compagni. 3.
All'interno della comunità sia i resilienti che i non resilienti si
dimostrano scarsi frequentatori di associazioni, club giovanili e comunità
di aggregazione generazionale. Il tempo libero viene trascorso principalmente presso
supermercati o facendo skateboarding, pratica che - inter alia - crea
negli adulti diffidenza e ostilità nei loro confronti. Basterebbe al riguardo fare in modo che nei centri di
aggregazione spontanea giovanile vengano create strutture, anche
elementari, che consentano loro di stare insieme e di parlare. Oltre a stimolare le attività sportive giovanili, dando
loro rilevanza nella valutazione della performance scolastica, andrebbe
evitata infine la tendenza di etichettare subito negativamente i giovani
che manifestino disinteresse e inclinazione al fallimento. LA
FISSAZIONE DELL'AGO McBride A., Pates R.P., Arnold
K., Ball N.: Needle fixation, the
drug user's perspective; a qualitative study, Addiction, 96:
1049-1058, 2001 Non è solo negli ultimi tempi che si insiste con i
tossicodipendenti per via venosa affinché, se non intendono smettere
l’uso di sostanze, impieghino altre vie di somministrazione (fumo,
inalazione, etc.). Alcuni gruppi di popolazione come gli islamici tendono a
non usare la via venosa per proibizioni religiose e fattori culturali, ma
il passaggio dall'ago al fumo non è costante nel senso che si hanno
ritorni al “buco”. D'altra parte al passaggio al fumo concorrono
fattori psicologici, sociali e pratici che in parte oggi sono diminuiti a
causa della falsa informazione sulla guaribilità dell'AIDS (ma non certo
dell'epatite C!). Per effettuare il passaggio al fumo è necessaria la
rimozione di tutta una serie di riflessi condizionati legati anche ai
procedimenti per la preparazione della dose. Anche quando, come in
prigione, trovare una siringa è un problema, non diminuisce la sensazione
di rafforzamento legata all'effetto immediato dell’eroina iniettata. Vi
è chi sostiene che la "fissazione del buco" non è infrequente
fra i diabetici insulino-dipendenti, fra coloro che si sottopongono ad
agopuntura e, perfino, al piercing ed ai tatuaggi. Da parte degli specialisti della Community Addiction Unit
di Cardiff è stata condotta una inchiesta "pubblica" (giornali
locali, ma soprattutto tam-tam intorno ai Centri ambulatoriali) che ha
condotto all’arruolamento di 24 eroinomani provenienti dal Galles del
Sud dichiaranti di non essere mai riusciti a staccarsi dal "buco"
e di avere una sorta di "fissazione per l'ago". Dalle interviste
risulta che in mancanza di droga alcuni di questi tossicodipendenti si
iniettano acqua anche nel periodo di crisi astinenziali. Ciò dimostra come l'insieme degli atti per l'iniezione
costituiscano una sorta di "rituale" che per essere superato
richiede interventi psico-sociali ed approfondimenti che superino le
spiegazioni legate al "piacere"
ed al "flash". IL
RISULTATO DELL'ASSOCIAZIONE ECSTASY-CANNABIS Croft R.J., Mackay A.J., Mills A.T.D. et al.: The
relative contribution of ecstasy and cannabis to cognitive impairment,
Psychopharmacology, 153: 373-379, 2001 Il risultato dell’abuso di
ecstasy-cannabis viene studiato a Londra nei confronti delle capacità
cognitive. A tal fine è stata somministrata una batteria di test
neuropsicologici a tre gruppi: 1) consumatori di sola cannabis, 2)
consumatori di sola ecstasy, 3) consumatori di ecstasy-cannabis. Mentre i risultati dei test sono stati
simili per i consumatori di una sola sostanza coloro che consumavano
entrambe le sostanze hanno avuto punteggi minori sia nei test sulla
memoria, sia in quelli sull'apprendimento, sulla velocità di processing
oltre che sulla destrezza manuale. Gran parte dei difetti erano legati alla
cannabis in quanto l'ecstasy di per se stessa favorisce un più rapido
processing mentale. Sembra comunque che i difetti cognitivi denunciati per
l'ecstasy siano soprattutto legati al contemporaneo consumo di cannabis. CONTROVERSO
E' ANCORA IL RUOLO DELLA MDMA Gamma A., Buck A., Berthold T. et al.: No
difference in brain activation during cognitive performance between
ecstasy users and control subjects: PET study, Journal of Clinical
Psychopharmacology, 21: 66-71, 2001 Controverso è ancora il ruolo della MDMA
(Ecstasy) su diverse attività cerebrali; l'analogia, per l'uso cronico,
è con gli inibitori della ricattura della serotonina come appare evidente
agli psichiatri dell'Università di Zurigo: difetti della memoria,
tendenza verso un umore depresso ed attacchi di ansia. Ma si tratta di stabilire fino a che punto
siano effetti da intossicazione acuta oppure difetti nel substrato
psiconeurologico. Sono state effettuate valutazioni attraverso la
determinazione del flusso ematico cerebrale (rCBF) con la PET e mezzo di
contrasto nel corso di svolgimento di attività richiedenti una
attivazione cognitiva. Contemporaneamente venivano somministrati test per
i disturbi dell'umore. La ricerca è stata condotta fra soggetti
politossicodipendenti, consumatori cronici di ecstasy, e coetanei che non
avevano mai preso l'ecstasy. Entrambi i gruppi hanno funzionato in maniera
analoga nei test cognitivi richiedenti un’attenzione aumentata. Invece
fra i consumatori di ecstasy si sono individuati livelli di umore depresso,
ma senza implicazioni per l'attività cerebrale. Viene a confermarsi l'ipotesi che l'uso
ripetuto di MDMA determini un ipofunzionamento del sistema della
serotonina, senza peraltro escludere del tutto che le differenze nei
livelli di umore depresso fossero preesistenti all'uso di MDMA stesso. UNA RICERCA OLANDESE CONFERMA L'EFFETTO
NEUROTOSSICO DELLA MDMA
Verkes R.J., Gijsman H.J., Pieters M.S.M. et al.: Cognitive performance and serotonergic function in users of ecstasy,
Psychopharmacology, 153: 196-202, 2001 Una ricerca olandese conferma l'effetto
neurotossico della MDMA, del resto già nota e studiata attraverso
sperimentazioni su primati ed altri animali ed attribuibile al danno sui
neuroni cerebrali serotonergici. Due gruppi di 21 maschi che denunciavano
rispettivamente un uso “modico” di ectasy ed un uso "pesante"
sono stati messi a confronto con 20 coetanei che non si erano mai
avvicinati alle pasticche; erano tutti giovani provenienti dal medesimo
contesto "sub-culturale". Dal punto di vista neuropsicologico si è
determinato il tempo di reazione, il richiamo mnemonico diretto ed il
tempo di riconoscimento, mentre la funzione serotoninergica è stata
misurata attraverso la risposta neuroendocrina alla somministrazione di
dexfenfluoramina. Intanto dal punto di vista neuroendocrino
il rilascio di cortisolo, ma non quello della prolattina, è apparso
ridotto nei consumatori sia “modici” sia "pesanti” di ectasy. Invece i disturbi della memoria ed il
prolungamento dei tempi di reazione sono stati maggiori nei consumatori
“pesanti” con un effetto correlato con la durata e quantità del
consumo. Viene pertanto a confermarsi nell'uomo
l'insieme dei risultati di neurotossicità della MDMA già accertati
nell'animale. COME AGISCE L'ACAMPROSATO? Wu J.Y., Scloss J.V.: Neurotoxic
effects of acamprosate in cultured neurons, Journal of Biomedical
Science, 8: 96-103, 2001 Trattasi di una N-acetil-omotaurina che
inibisce il legame fra taurina e recettori della taurina, mentre ha scarsi
effetti sul legame fra glutammato e recettori del glutammato. E'
neurotossico e, probabilmente, la tossicità è legata all'azione di
incremento dei livelli di calcio intracellulare; la somministrazione di
taurina riduce questi effetti, il che conferma il ruolo dell'acamprosato
come antagonista nei confronti dei recettori taurinici. NEI PAZIENTI NEUROLOGICI VI SONO FREQUENTI
COMPLICANZE LEGATE ALL'AZIONE NEUROTOSSICA DELL'ALCOL Brathen G., Bjerve K.S., Brodtkorb et al.: Detection
of alcohol abuse in neurological patients - variables of clinical
relevance to the accuracy of the CDT-TIA and CDT methods, Alcohol
Clinical & Experimental Research, 25: 46-53, 2001 Nei pazienti neurologici vi sono frequenti
complicanze legate all'azione neurotossica dell'alcol; è essenziale la
loro diagnosi precoce in quanto consente interventi terapeutici specifici.
NEL SESSO FEMMINILE L'ABUSO DI ALCOL PORTA PIU'
PRECOCEMENTE A DISTURBI NEL FUNZIONAMENTO CEREBRALE
Tapert S.F., Brown G.G., Kinderman S.S. et al.: FMRI
measurement of brain dysfunction in alcohol-dependent young women, Alcohol
Clinical & Experimental Research, 25: 236-245, 2001 Attraverso ricerche neuropsicologiche si
era dimostrato che le alterazioni neuropsicologiche dovute all'alcol si
manifestano nelle adolescenti, anche dopo un breve eccesso del potus. Per individuare le regioni cerebrali
coinvolte si sono sottoposte ad esame con la Risonanza Magnetica dopo 72
ore di astinenza dall'alcol 10 giovani donne tra i 18 e i 25 anni con
netta dipendenza alcolica ed altrenntte coetanee di controllo che avevano
la medesima anamnesi familiare per quanto si riferisce all'alcol ma non ne
abusavano. Nel corso dell'esame RMN le donne effettuavano attività
comportanti l'esercizio della memoria spaziale e quello di compiti di
vigilanza. Nelle alcoliste si sono avute risposte
dipendenti dai livelli ematici di ossigeno rispetto ai controlli nel corso
di attività che impegnavano la memoria spaziale di lavoro nella corteccia
destra superiore ed inferiore parietali, in quella media frontale destra,
in quella destra post-centrale, nonché nell'area corticale frontale
superiore. Ed è l’individuazione di queste alterazioni della memoria di
lavoro che consente la dimostrazione dei danni precoci, soprattutto a
livello corticale destro. Non vi sono analoghe alterazioni nelle funzioni
di vigilanza. NALTREXONE
E TERAPIA COGNITIVO COMPORTAMENTALE NEL TRATTAMENTO DELL'ALCOLISMO Anton R.F. et al. : Naltrexone
and cognitive behavioral therapy for the treatment of outpatient
alcoholics: results of a placebo-controlled trial, American Journal of
Psychiatry, 156: 1758-1764, 1999 Gli studi
condotti sull'efficacia dell'antagonista naltrexone per il trattamento
dell'alcolismo, pur avendo un controllo con placebo, si basavano su serie
cliniche poco consistenti numericamente. Il Dipartimento di
Neuropsicofarmacologia di Kamuela, Hawa, a questo proposito ha arruolato
131 alcolisti in fase di astinenza, clienti degli ambulatori. Il
trattamento è consistito in 12 sessioni di terapia
cognitivo-comportamentale nel corso delle quali si somministravano a
random 50 mg di naltrexone o placebo, naturalmente in doppio cieco. Al
placebo è stata aggiunta una piccola quantità di riboflavina per poter
controllare la compliance attraverso l'analisi delle urine effettuato
settimanalmente insieme a prelievi ematici ed ad un accertamento dei
consumi alcolici, del grado di craving e della comparsa di effetti
spiacevoli. Gli
alcolisti sotto naltrexone hanno bevuto di meno, sono stati astinenti per
tempi maggiori ed hanno anche dimostrato un maggior controllo nei
confronti delle spinte e degli impulsi a bere misurati con la scala della
compulsività e dell'ossessione a bere. Globalmente durante il trattamento
nel 62% degli alcolisti sotto naltrexone non vi sono state ricadute di una
certa entità. La stessa percentuale è stata del 40% fra i soggetti
sottoposti a placebo. Va rilevato che il grado di dipendenza nei confronti
dell'alcol non era elevato e che gli alcolisti erano motivati a smettere. Nel corso della indagine il 47% degli alcolisti sotto naltrexone erano completamente astemi contro il 33% dei trattati con placebo; anche se la differenza non è statisticamente significativa, l'effetto sinergico naltrexone - terapia comportamentale tipo project MATCH, dimostra la sua maggiore efficacia. IL
PROGRAMMA AMERICANO DI PREVENZIONE DELLE RICADUTE E DI EDUCAZIONE
SANITARIA (RP/HE)
Goldstein R. et al.: Antisocial
behavioral syndromes and return to drug use following residential relapse
prevention - Health education treatment, American Journal of Drug
Alcohol Abuse, 27: 453-482, 2001 Il
programma americano di prevenzione delle ricadute e di educazione
sanitaria (RP/HE) viene svolto in genere in ambienti residenziali e si
basa su tecniche cognitivo-comportamentali che responsabilizzano il
cliente come agente del cambiamento. Si
parte dal concetto che l'addiction dipenda da una strategia errata ed un
mal adattamento nei confronti delle risposte agli stress. La
gratificazione che si ha per gli effetti delle droghe favorisce la
cronicizzazione di questo meccanismo. Pertanto i clienti dei programmi
RP/HE sono invitati ad identificare le stimolazioni e le situazioni che
inducono all’uso di sostanze in modo da evitarle. La
finalità è quella dell’astinenza ma non si colpevolizzano "sbandamenti"
minori in quanto possono costituire elementi per approfondire
l'autoanalisi dei motivi, piuttosto che un avvio verso una ripresa
dell’abitudine. Sugli
esiti comunque incide molto l'appartenenza o meno a personalità con
disordine anti-sociale (ASPD), la categoria psichiatrica più presente fra
i tossicodipendenti. Spesso l'ASPD si fonda sulla presenza di tipici
comportamenti antisociali anche prima dei 15 anni, nel qual caso il
ragazzo è già affetto da disturbi della condotta (AABS). Gli ASPD hanno,
in genere, una prognosi peggiore per quanto si riferisce alle ricadute
specie quando queste si manifestano precocemente nel primo mese dopo la
conclusione di un ciclo di terapia cognitivo-comportamentale. Appare
pertanto opportuno intensificare il trattamento che infatti viene ripreso
precocemente dopo una prima ricaduta. Questo
insieme di misure consente anche di delineare associazioni fra aspetti dei
comportamenti anti-sociali e prognosi delle ricadute, specie per
l'alcolismo. LE BASI NEUROBIOLOGICHE DELLA
PERSONALITA' Bond A.J.: Neurotransmitters
temperament and social functioning, European Journal of
Neuropharmacology, 11: 261-274, 2001 Vi sono state molte ricerche che
confermano una larga associazione fra fattori del temperamento ed assetto
dei neurotrasmettitori. Il legame fra i recettori ed il transporter della
dopamina è associato a caratteristiche di "distacco" della
personalità, mentre recettori della serotonina sono collegati con tratti
ansiogeni. Mentre i modelli della personalità non
sono in grado di predire le risposte ai trattamenti, dal punto di vista
clinico l'impiego degli inibitori del reuptake della serotonina fornisce
prospettive di miglioramento di alcuni tratti negativi della personalità. COME AIUTARE LE PARTNER FEMMINILI DEGLI ALCOLISTI? Halford K., Price J.,
Kelly A.: Helping the female
partners of men abusing alcohol: a comparison of three treatments, Addiction,
96: 1497-1508, 2001 Le partner femminili degli alcolisti
subiscono violenze fisiche e verbali, sono depresse,
ansiose, e spesso affette da disturbi psicosomatici. In Australia si sono sperimentati tre
approcci:
L'assegnazione delle 61 donne sposate con
alcolisti ad uno dei tre programmi è avvenuta a random; prima e dopo il
trattamento, ed a distanza di mesi, sono stati valutati i livelli di
stress delle donne ed i consumi alcolici dei maschi. Come media le
sessioni duravano 1 ora e vi partecipavano almeno 15 donne. Tuttavia
nessuno dei tre trattamenti ha portato al miglioramento sia dello stress
sia delle abitudini potatorie. In effetti il coinvolgimento dei maschi
nella terapia di coppia è stato minimo, per cui ove fosse possibile una
partecipazione ed una assunzione corretta di Anatabuse è probabile che si
avrebbe qualche risultato. Al riguardo si cita il programma CARE
(Controlling Alcohol and Relationship Education) che ha ottenuto una
riduzione nei consumi alcolici ed un miglioramento del rapporto di coppia. GLI EFFETTI DELLE DROGHE SUL COMPORTAMENTO SESSUALE
Snenghi R., Montisci M., Ferrara S.D.: Gli
effetti delle droghe sul comportamento sessuale, Medicina delle
Dipendenze, IX: 30, pp. 41-45, 2001 Alcune ricerche sperimentali dimostrano
che si può avere un potenziamento della funzione sessuale dopo
l'assunzione di sostanze psicoattive, le quali agiscono sia direttamente
sui centri nervosi sotto-corticali od attraverso effetti corticali quali
le distorsioni sensoriali e cognitive. Gli allucinogeni assunti in coppia
nell'attesa del rapporto possono rafforzare l'arousal ed il piacere, ma i
deficit psicomotori generali finiscono per compromettete la performance. L'alcol, più o meno associato a
tranquillanti, a dosi modiche provoca disinibizione, aumento del desiderio
e dell'arousal. In particolari condizioni di setting l'alcol può
promuovere l'aggressione sessuale anche incestuosa. L'intossicazione acuta
da acol etilico fa prevalere gli effetti sedativi e quindi, come aveva
osservato Shakespeare, provoca
una impotenza relativa (impotenza che risulta estesa alla libido
nell'alcolismo cronico nel quale, oltre a tutto si hanno livelli bassi di
testosterone). Anfetamine: la MDA (metilendiossianfetamina),
detta "mellow-drug, veniva consigliata dai sessuologi americani per
aumentare la sensualità. Nelle donne si ha maggiore effetto, specie dopo
un’endovena, con risposte intense e fantasie sessuali. Nell'uomo si
descrive un aumento dell'attività sessuale anche con partner diverse.
Naturalmente l'abuso cronico riduce la libido e crea difficoltà
eiaculatorie legate alla deplezione di neurotrasmettori dopaminici. Cannabis: nel consumo ricreativo di gruppo
esistono familiarità come premessa ai rapporti sessuali resi più facili
dall’effetto disinibente, dalle illusioni prodotte, da allungamento del
tempo di eccitamento e da distorsioni tattili e visive. L'effetto
afrodisiaco sembra maggiore per il sesso femminile e per coloro che hanno
una vita sessuale intensa. Cocaina: anche per questa droga sembra
esservi un effetto afrodisiaco maggiore nelle donne; 25-150 mg. di cocaina
provocano euforia rilevante, un senso di aumento della forza fisica e
mentale ed un incremento delle percezioni sensoriali. A tale fase può far
seguito un periodo di indifferenza sessuale. L'abuso di cocaina, specie se sniffata o
iniettata, in gruppo può provocare casi di ipersessualismo, vere e
proprie maratone di sesso, mentre negli adolescenti ancora in fase di
maturazione la polvere bianca può favorire orientamenti bisessuali e/o
cambio frequente di partner. L'endovena di cocaina ed il crack, influendo
sull'aggressività, aumenta le frequenze degli stupri. Nella cocainomania
cronica esistono le premesse per un’azione gonadotossica nella donna (amenorrea,
iperprolattinemia) e diminuzione dei livelli di testosterone nell'uomo (inizialmente
aumentano i livelli ma successivamente si sviluppa una inibizione causata
dal feed-back negativo delle gonadotropine). Oppiacei: l'effetto ansiolitico
dell'eroina inizialmente può portare ad eccitazione sessuale; nella
dipendenza cronica si attua quella che viene chiamato orgasmo
farmacologico nel senso che il flash dell'eroina endovena viene a
sostituire quello del rapporto. Nella sindrome astinenziale può
verificarsi un incremento della libido con eiaculazioni spontanee.
L’ipereccitabilità del SNC può essere mascherata dal craving per
l'eroina. Il metadone inizialmente ritarda
l’eiaculazione e provoca anorgasmia, ma il funzionamento sessuale
riprende con la tolleranza. Si cita una riduzione del testosterone
provocata dall'azione gonadotossica dell'oppiode. D'altra parte è ben
noto che tale farmaco sostitutivo determina effetti collaterali quali le
tre “S”: Sesso, Sudore, Stipsi. Gli psicofarmaci spesso provocano un
blocco dopaminico. Le BDZ
possono migliorare le prestazioni per effetto miorilassante ed ansiolitico.
Ma poi per prevalenza dell'effetto sedativo potrebbero provocare
diminuzione della libido e blocco dell'erezione. IL GHB, neurotrasmettitore ed analogo
strutturale del GABA, attiva il GH pituitario cioè un fattore che oltre
ad aumentare la capacità erettile determina un miglioramento della
sensibilità tattile. Il nitrito di amile (popper) agisce come
vasodilatatore ed è associato ad allucinogeni e marijuana; era molto
diffuso fra i gay americani e veniva citato dagli avversari dell’origine
virale (HIV) dell'AIDS in quanto il suo abuso può portare a riduzione di
alcuni parametri di difesa immunitaria. La yohimbina, un bloccante
alfa-2-adrenergico usato per le disfunzioni erettili, ha una lunga scheda
di tossicità che inizia con tachicardia ed ipertensione mentre la
cantaridina (spanish fly) viene vantata come afrodisiaco ma è anche causa
di irritazioni uro-genitali oltre ad essere nefrotossica tanto da
appartenere all'elenco dei veleni dei Borgia. In sintesi
le droghe possono agire: a) per azione diretta sui centri
sottocorticali (es. anfetaminici e cocaina); b) per azioni corticali provocando
distorsioni sensoriali e cognitive (es. cannabinoidi ed allucinogeni). Per tutte ha importanza la dose nonché la
via di somministrazione. Quella endovenosa determina naturalmente effetti
maggiori dal punto di vista afrodisiaco ma anche complicanze
neuro-comportamentali, mentre le droghe ad assunzione endonasale e/o orale
favoriscono il rito di gruppo e, quindi, setting stimolanti per
l’attività sessuale. Le associazioni plurime “immerse”
nell'alcol possono avere effetti opposti (anafrodisiaci). E' noto come l'uso cronico possa portare,
specie nel maschio, a disfunzioni o per effetto gonadotossico o per
alterazione della rete dei neurotrasmettitori. L'iniziazione a gran parte
delle droghe avviene nel presupposto di un potenziamento dell’attività
sessuale, che per consumi cronici può trasformarsi in riduzione o perdita
della libido. D'altra parte usi anche occasionali riducendo la stima del
rischio non solo favoriscono i contagi del sesso non sicuro ma possono
aumentare la componente aggressiva del sesso e, quindi, favorire gli
stupri. NEUROSCIENZE ED INNAMORAMENTO
Gessa G.L.: I
neurotrasmettitori nell'attrazione sessuale, Medicina delle
Tossicodipendenze, IX: 30, pp. 7-10, 2001 Lo studio neurobiologico delle emozioni
amorose è abbastanza recente. Si distingue fra lo stadio dell'attrazione
e quello dell'attaccamento; l'attrazione inizia quando qualcuno diventa
l'oggetto d'amore e di desiderio di qualcun altro ed entra nei pensieri di
quest’ultimo occupandone buona parte durante le ore di veglia. L'oggetto dell'amore diventa ai nostri
occhi unico e affascinante in stadio di esaltazione, euforia, desiderio,
speranza, ma anche paura di perdere l'oggetto dell'amore; non manca anche
in questa fase la gelosia. Sono anche frequenti manifestazioni
neurovegetative come pallori, rossori, tachicardie. Per analogia con la
sperimentazione su animali di laboratorio, si è dimostrato che varie
droghe hanno in comune la capacità di stimolare il sistema dopaminergico
meso-limbico. La dopamina del sistema nigro-striale controlla la
coordinazione motoria. Quella del sistema mesolimbico corticale controlla
le emozioni e la cognitività. L'eroina attiva i neuroni dopaminergici
del sistema meso-limbico inibendo i neuroni GABAergici del mesencefalo (la
pars reticulata della substanza nigra toglie cioè il freno inibitorio da
parte dei neuroni GABAergici e disinibisce quelli dopaminergici). La
nicotina stimola direttamente i neuroni dopaminergici agendo sui recettori
nicotinici, quei recettori che sono normalmente stimolati
dall'acetilcolina. La cocaina, al contrario non aumenta
l'attività dei neuroni dopaminergici ma impedisce la ricattura della
dopamina, che pertanto si accumula nella sinapsi. La somministrazione di
cocaina, eroina e alcol produce la liberazione di dopamina dal nucleo
accumbens. Il rilascio avviene prima della consumazione e si mantiene nel
corso dell'assunzione. E' probabile che nell'uomo si abbia un
meccanismo analogo dando luogo al "delirio amoroso"; quando i
sintomi di esaltazione sono patologici gli psichiatri prescrivono i
neurolettici che sono farmaci che bloccano i recettori della dopamina. I
neurolettici producono anedonia cioè incapacità di provare piacere e
desiderio il contrario di quello che succede nell’attrazione. I neuroscienziati discutono fino a che
punto la brusca interruzione di un rapporto amoroso possa creare sindromi
astinenziali e studiano l'influenza dei condizionamenti familiari, sociali
e culturali che contribuiscono a stampare la "mappa dell'amore". LA DIPENDENZA DAL
SESSO Goodman A.: La
dipendenza dal sesso, Medicina delle Dipendenze, IX: 30, pp. 25-34,
2001 I comportamenti sessuali vengono
classificati nell'area di dipendenza in relazione all'influenza che la
condotta sessuale ha sulla vita dell'individuo. Normalmente i
comportamenti sessuali sono egosintonici, cioè propri del senso di se
individuale, mentre nel disturbo compulsivo ossessivo (DOC) l'attività
sessuale non è finalizzata alla ricerca del piacere e della
gratificazione per cui la compulsione è tipicamente egodistonica e la
dipendenza dal sesso ha la finalità di diminuire situazioni di disagio e
di ansia. In questo caso la persona non è capace di controllare il
proprio comportamento sessuale ed il medesimo viene attuato anche quando
possono verificarsi conseguenze dannose. L'eccessiva attività sessuale e le
parafilie, quali le perversioni, o il sesso non convenzionale possono
anche essere causate da un disturbo organico quale ad esempio l'epilessia
o come effetto collaterale di terapie ormonali. In questi casi esiste una
aggressività eccessiva e si manifestano varie forme di aura, mentre dal
punto di vista terapeutico valgono i principi sia delle tecniche cognitive
comportamentali sia di skill training: apprendimento di pensieri e
comportamenti per una gestione degli affetti di maggiore efficacia e
rigenerazione di uno stile di vita più sano ed equilibrato. Si può anche
utilizzare un trattamento psicodinamico (comprendere, integrare,
interiorizzare). I farmaci antidepressivi, specie gli SSRI, quando il
paziente non soffre di depressione maggiore possono ridurre la frequenza e
l'intensità dell'urgenza ad intraprendere comportamenti sessuali additivi.
Gli stadi del processo di sviluppo sono
quattro: 1)
iniziale
modulazione del comportamento; 2)
stabilizzazione
del comportamento e degli affetti; 3)
guarigione
del carattere; 4)
autorinnovamento. Rari sono gli studi epidemiologici; circa
il 5% della popolazione presenta compulsioni sessuali; trattasi in
maggioranza di maschi con insorgenza anche prima dei 18 anni e con picco
fra i 20 ed i 30. Va rilevato che la maggioranza degli studi riguardano
soggetti con parafilie oppure responsabili di violenze sessuali. Nel
settore delle parafilie va citato il disturbo masturbatorio compulsivo, la
promiscuità sessuale di lunga durata, la dipendenza dalla pornografia, la
dipendenza da telefonate erotiche o da siti internet pornografici. Le parafilie sono caratterizzate da
intensi impulsi sessuali, ricorrenti fantasie e comportamenti che
coinvolgono oggetti non usuali (animali, oggetti inanimati) con attività
o situazioni pedofile; per molti fantasie ed oggetti di culto sono
essenziali per il compimento dell'atto. Nelle parafilie si ha in genere
ipersessualità e le vie serotoninergiche sono quelle tipicamente
coinvolte, il che spiega il razionale del trattamento farmacologico. LA
TELEDIPENDENZA
L
Kubet R. et al.: Television
addiction is no mere metaphor, Scientific American, www.sciam.com La
teledipendenza è intuitiva ed ha una diffusione crescente. In parte gli
stessi genitori che lamentano le lunghe ore passate dai figli di fronte al
piccolo schermo utilizzano questa abitudine dei figli per essere più
liberi. Molti psicologi hanno denunciato l'influenza dei film e degli
spettacoli violenti sull'aggressività infantile e giovanile, ma forse non
si è tenuto debito conto della suggestione della TV come apparecchio
piuttosto che del messaggio che viene trasmesso. Il
concetto di dipendenza attiene non solo alla telemania ma anche quando: a)
si spende una parte importante del proprio tempo a guardare la TV; b)
la si guarda anche oltre il tempo che si era programmato; c)
ci si propone di ridurre i tempi di visione/ascolto ma i tentativi
di ridurre o interrompere si scontrano con la recidiva; d)
il tempo dedicato alla TV altera il ritmo dei rapporti sociali ed
occupazionali; e)
quando non è possibile sedersi di fronte alla TV possono
verificarsi sintomi di astinenza. La media
di visione della TV nel mondo industrializzato è di tre ore al giorno, la
metà circa del proprio tempo libero. Per cui un anziano di 75 anni avrà
consumato almeno 9 anni di fronte al piccolo schermo. Da recenti sondaggi
emerge 2 su 5 tra gli adulti e 7 su 10 tra i teenagers dichiarano di
considerarsi teledipendenti. Grosso modo circa il 10% delle persone
intervistate ammettono di essere teledipendenti. Non
mancano ricerche effettuate con la registrazione del tracciato EEG, con
quella della resistenza cutanea e della frequenza cardiaca nel corso di
visioni TV. Per calcolare il tempo trascorso davanti alla TV si è
impiegato il metodo ESM (Experience Sampling Method) che consiste nel
fornire un cicalino programmato per attivarsi periodicamente nel corso
della giornata. Si invitano i partecipanti a registrare per iscritto
quello che stanno facendo in quel momento (il beep si attiva da 6 a 8
volte al giorno). La registrazione viene fatta su di una scheda. La
sensazione maggiore che è registrata nel corso dei tempi di visione TV è
quella di sensazione di rilasciamento e di passività. Il tracciato EEG
mostra una minore stimolazione. Infatti, rispetto ai momenti passati nella
lettura, si ha una minore produzione di onde cerebrali alfa. Quando si
chiude la TV il senso di relax scompare ma persiste quello di passività.
Ad esempio, molti affermano di riuscire più difficilmente a concentrarsi
intellettualmente, situazione che invece non è lamentata dopo analoghi
tempi passati nella lettura. In genere le persone che si impegnano in
attività sportive e negli hobby riferiscono che il loro umore è
migliorato, mentre dopo aver trascorso uguale tempo davanti alla TV
l'umore è uguale se non peggiorato. Abbastanza
costante, specie tra i telespettatori di un certo livello culturale, è
una sorta di senso di colpa per l'utilizzazione non razionale del loro
tempo. L'attrazione
della TV è una sorta di riflesso condizionato; è una risposta visuale ed
uditiva ad una nuova stimolazione; l’alternanza tra varie modalità di
proiezione (variazioni nella velocità, zoomaggio, tagli improvvisi) è
capace di fare da esca per scatenare risposte involontarie. E' una catena
che tiene fissi davanti allo schermo anche quando l'effetto tranquillante
è finito. Coloro che stanno per quattro e più ore davanti alla TV
provano minori sensazioni piacevoli rispetto a coloro che non superano le
due ore di video. Sono importanti gli stimoli orientativi, come i cambi di
angolatura sulla stessa scena, poichè aumentano la memoria visiva; ma
attenzione, un eccesso di angolazioni determina un sovraffollamento
cerebrale per cui non rimane ricordo. Esistono
ricerche di neurofisiologia infantile che dimostrano come un neonato di
6-8 settimane sia già interessato alla TV. I bambini di poco più grandi
stesi sul dorso sul pavimento ruotano il collo di 180° per cogliere il
raggio di sole che filtra dalla finestra attraverso le persiane. Questa
rotazione sta a dimostrare come la risposta di orientamento sia connotata
e venga quindi utilizzata dai registi televisivi. L'applicazione
dell'ESM ha portato all'evidenziazione di teledipendenti,
all'approfondimento dei disturbi dell'attenzione e, soprattutto,
dell'isolamento sociale dei soggetti che non trovano più il tempo per
visitare gli amici. Il quesito come sempre è: un soggetto "chiuso"
ai rapporti sociali vede nella TV l'unico passatempo e finisce per
accentuare il proprio isolamento, oppure l'eccessiva "stasi"
televisiva determina un profilo di isolamento accentuato dall'aumento
dell'ansietà insieme ad una specie di tristezza? Vi sono
descrizioni ormai superate dalla presenza di più apparecchi TV in una
casa, e di vere e proprie crisi psico-familiari se l'unico apparecchio di
casa è guasto. Non mancano più recentemente casi di non rispetto di un
impegno di astinenza della TV preso dietro pagamento di un compenso per un
periodo breve, in quanto nelle famiglie si creavano seri problemi di vita
in comune senza la "distrazione" della TV. Praticamente la
famiglia non è in grado di organizzare il tempo resosi libero per
l'astinenza dalla TV con comparsa di sintomi di ansietà e di aggressività.
Tuttavia non c’è una permanenza di questa sintomatologia in quanto
gradualmente si estinguono le patologie familiari più evidenti. Certo non
tutti gli esperti catalogano l'eccesso di TV come classica dipendenza, ma
nel loro intimo i TV dipendenti riconoscono la caratteristica additiva del
piccolo schermo. Una situazione analoga è quella mania dell'uso del PC e
di internet, per non parlare dell'effetto suggestivo di alcuni giochi TV
come Pokemon nei confronti dei più piccoli telespettatori. Infatti la
rapidità dei movimenti che si svolgono nei cartoni animati può provocare
attacchi convulsivi (tanto è vero che nei libretti che accompagnano i CD
vi sono avvertenze per i genitori). Tuttavia l'alternanza tra TV e PC
potrebbe in qualche modo evitare la piena dipendenza dalla TV. |